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Porta (storia)

Babilonia, porta di Ishtar, VI sec. a.C. (Berlino Pergamnmuseum).
Babilonia, porta di Ishtar, VI sec. a.C. (Berlino Pergamnmuseum).

Definizione – Etimologia

Dal latino porta. Vano aperto in una struttura per il suo attraversamento. Vitruvio chiama in genere ostĭum la porta di un tempio e quella interna di una casa e iănūa il portone esterno dell’abitazione mentre fōres sono le ante; per indicare il varco nelle mura urbane utilizza il termine porta. Il trattatista romano ne fissa le dimensioni secondo l’ordine architettonico che scandisce la parete in cui essa è collocata. A. Palladio dà precise indicazioni sul modo di proporzionarla.
È costituita da un elemento orizzontale posto a livello della pavimentazione (soglia), da elementi verticali laterali (stipiti), dall’imbotte, corrispondente allo spessore del muro e dall’infisso. La terminazione sommitale può essere orizzontale (architrave o piattabanda) oppure curva (arco). La chiusura è assicurata dalle ante (dette anche partite o battenti).
Le porte esterne d’ingresso artisticamente decorate e di grandi dimensioni sono definite portali.

Generalità e sviluppo storico

Nel mondo antico il tipo di porta più comune è quello con un sistema strutturale trilitico, con vano rettangolare o trapezio. In Egitto, a metà del III millennio, sono già presenti porte con elementi decorativi (piramide di Djoser a Saqqara) e fin dalle prime dinastie si riscontra l’uso di un coronamento che, insieme ai piedritti, aggetta dalla parete. Già nella Creta minoica (II millennio a.C.) si usava incorniciare i vani con intelaiature lignee, talvolta riccamente decorate, mentre in Babilonia si diffuse l’utilizzo di porte realizzate con materiale fittile smaltato (porta di Ishtar a Babilonia, VI sec. a.C.).
L’architettura etrusca ripropone il vano trapezio egizio, mentre nella Grecia classica è diffuso l’utilizzo della porta trilitica con piedritti rastremati.
Presso i Romani è comune l’uso di mostre lavorate come fossero un architrave ionico, con cornici orizzontali di coronamento appoggiate all’estremità su due mensole (tempio di Ercole a Cori, di epoca sillana) o sormontate da fregio e cornice a costituire un architrave completo (porta del Pantheon adrianeo). I romani costruirono anche porte ad arco derivate dalla tradizione etrusco-italica e già presenti nell’architettura mesopotamica ed ellenistica. Un ritorno a modelli classici si riscontra nelle chiese paleocristiane romane di S. Sabina e S. Giorgio in Velabro.
Nel Medioevo è comune l’uso di porte architravate, con uno o più archi di scarico aggettanti dalla parete, con lunette in alcuni casi decorate.
Gli esempi rinascimentali ripetono i modelli romani, con l’uso frequente del vano ad arco inquadrato da un ordine architettonico o posto all’interno di una struttura a edicola, temi ripresi e sviluppati nel periodo manieristico e barocco con numerose varianti.
Nell’architettura del Novecento le porte interne diminuirono di numero, per la tendenza a realizzare ambienti aperti suddivisibili impiegando tramezzi mobili. Quelle realizzate sono il risultato delle ricerche relative alle nuove tecnologie (es. le porte con telai in acciaio della ‘Casa sperimentale’ per l’esposizione del Bauhaus del 1923 di G. Muche e H. Meyer).

Infissi di porte

Nell’edilizia storica e in quella recente le porte, sia interne che esterne, sono prevalentemente a due battenti anche se non mancano, soprattutto all’interno, le ante singole.
Rimangono molte testimonianze iconografiche d’infissi di porte nel mondo antico e molti di essi erano ancora conservati agli inizi del Medioevo. Si tratta di manufatti prevalentemente in legno e in bronzo ma non era raro l’uso di altri materiali quali l’osso, l’avorio, l’argento e l’oro. Oggi rimangono solo rari esempi. Fra i più notevoli, tutti romani, le porte bronzee del Pantheon adrianeo, quelle del cosiddetto tempio di Romolo di età severiana e le ante della Curia Senatus (I sec. d.C.) integrate e decorate in epoca barocca per essere collocate all’ingresso della basilica di S. Giovanni in Laterano da F. Borromini.
Fra il IV e il IX secolo, accanto a fenomeni di riuso, si ebbe una produzione originale di porte bronzee e di ante lignee istoriate. A questo secondo genere appartengono le porte di S. Ambrogio in Milano (IV sec.) e di S. Sabina in Roma (V sec., in legno di cipresso). Queste opere rappresentano i primi esemplari della vasta produzione medievale di ante lignee destinate a trasmettere messaggi cristiani attraverso la rappresentazione di scene tratte, prevalentemente, dal Nuovo e dal Vecchio Testamento.
Un ampio gruppo di porte metalliche altomedievali, molte delle quali in ottone, furono prodotte in Oriente a partire dal VI secolo, mentre in Occidente la tradizione bronzistica antica riprese con Carlo Magno, attraverso la realizzazione dei manufatti metallici per la Cappella Palatina di Aquisgrana (consacrata nell’805 d.C.) fra i quali cinque ante bronzee, quattro delle quali si sono fino a oggi conservate.
Caratterizzate da specchiature rettangolari assolutamente lisce, secondo la tradizione romana, cornici decorate con modanature classiche e impreziosite dalle protomi leonine delle maniglie, le porte di Aquisgrana rimasero un modello almeno fino all’XI secolo.
In età ottoniana la porta del Duomo di Hildesheim si ricollega alla tradizione tardoantica delle ante istoriate, sancendo definitivamente, per tutto il Medioevo, la scelta di questi manufatti quali luoghi privilegiati per la trasmissione di messaggi religiosi e ideologici.
A partire dall’XI secolo si ha un’ampia produzione di porte bronzee bizantine, provenienti da Costantinopoli ed esportate in Italia, realizzate con piccole unità modulari, inchiodate su un’anima di legno, nelle quali i rilievi si distaccano poco dal fondo. Sono leggere e maneggevoli e permettono di sfruttare la modularità degli elementi per rispondere alle diverse esigenze dimensionali. In molti esempi le formelle, lavorate come vere opere di oreficeria, facendo uso anche di rame, argento e smalti colorati, hanno un fondo dorato dal quale le figure emergono solo per differenza cromatica.
Al 1066 risalgono le ante, fuse a Costantinopoli, della chiesa abbaziale di Montecassino e della cattedrale di Amalfi. Motivi bizantini si trovano nella porta di bronzo a due battenti della cattedrale di Trani (di poco successiva al 1180) opera di Barisano di Trani, autore anche delle ante dei duomi di Ravello e Monreale).
A metà del XII secolo la porta bronzea istoriata s’impose come elemento caratteristico (ante in bronzo dorato volute dall’abate Suger per l’atrio di Saint-Denis, nelle quali il programma iconografico era collegato a quello scultoreo circostante, ad anticipare lo sviluppo del portale gotico quale luogo deputato alla trasmissione di messaggi teologici e dottrinali) mentre nel XIII secolo la produzione di ante istoriate, sia lignee che bronzee, si interruppe a vantaggio della diffusione di portali decorati.
In Italia le officine veneziane, fra il XIII e il XIV secolo, raggiunsero un’alta specializzazione grazie all’impulso dato dai lavori per la sistemazione dell’atrio della basilica di S. Marco, con il ritorno di archetipi romani quali la porta clāthrāta vitruviana nella sua versione a traforo. Questo ambito culturale non è estraneo alla realizzazione delle porte del battistero fiorentino affidate ad Andrea Pisano (1330-1336) con la collaborazione del veneziano Leonardo Avanzi, cui seguirono quelle di L. Ghiberti, selezionato a seguito di un concorso (1401) per la realizzazione di una prima porta (detta alla Croce), che vide la partecipazione dei più grandi maestri dell’epoca, e a cui venne affidata in seguito anche la realizzazione di una seconda porta (detta del Paradiso).
Con il Rinascimento la produzione di porte istoriate si interruppe a vantaggio di ante suddivise in specchiature lisce contornate da cornici modanate, per riprendere alla fine del XIX secolo (a Parigi la porta della chiesa della Madeleine, a Milano quella del Duomo, di L. Pogliaghi). Alla metà del XX secolo appartengono le ante della Porta della Morte (1952-1964) nella Basilica di S. Pietro in Vaticano, opera di G. Manzù.

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