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Portico

Vicenza, Basilica Palladiana; Andrea Palladio, 1549-1600 ca.
Vicenza, Basilica Palladiana; Andrea Palladio, 1549-1600 ca.

Definizione – Etimologia

Dal latino porticus, sorta di aggettivo da porta con suffisso –icus a indicare appartenenza, relazione; greco stoà; fr. porche; ingl. porck. Propriamente passaggio, poi spazio allungato con uno dei lati maggiori aperto da una sequenza di arcate (o campate architravate) su pilastri o colonne: talvolta a se stante, solitamente parte integrante di un corpo di fabbrica in cui fa da filtro tra esterno e interno legando l’edificio all’antistante piazza, strada, chiostro, consentendo la sosta o il percorso in un luogo aperto ma al tempo stesso coperto e riparato. A ordine unico o su più livelli, può avere copertura piana o voltata, a terrazza o a spioventi, e integrarsi o meno con l’edificio a cui è addossato sostenendone gli ambienti perimetrali. Nelle diverse epoche e culture la funzione varia da quella religiosa (intorno ai templi e davanti alle chiese) a quella politica (nei fori), commerciale (vicino a mercati – porticus fabaria – e porti – porticus post navalia) o culturale (porticus post scaenam negli edifici teatrali). Il portico può inoltre avere funzione scenografica collegando ville e giardini (dall’Oriente Antico agli horti romani, alle ville rinascimentali e barocche), edifici e piazze o strade (nelle città medievali e rinascimentali, ma anche moderne).

Tipologie – Evoluzione

Il mondo antico

Il portico architravato viene adoperato nei templi a struttura lignea nell’Estremo Oriente Antico e poi nell’Egitto faraonico, dove diviene elemento essenziale dell’architettura religiosa: a Saqqarah, all’inizio del III millennio, nella mastaba di Djoser, l’accesso al tempio è fiancheggiato da un portico monumentale, ma in Mesopotamia (el-Obeid, Ur, Kish, Mari) già dal IV millennio il portico si struttura su più livelli o si piega su se stesso a delimitare spazi interni (santuari di Tello e Uruk) con una funzione ornamentale e religiosa.
In Grecia sono noti i cortili porticati frequentemente usati come snodo delle diverse ali delle residenze cretesi (ad esempio il palazzo di Festo) e la particolare tipologia del portico a balcone, studiato per consentire ampie visuali, mentre il megaron miceneo, con un grande focolare al centro, faceva da cuore dell’abitazione ospitando banchetti e rappresentazioni aedico-rapsodiche per il padrone di casa e i suoi ospiti.
In età classica, il portico (stoà) si trova nei templi greci sotto forma di pronao e di peristilio e viene ampiamente usato nei santuari (tempio di Apollo a Mileto, portico degli Ateniesi addossato al tempio di Delfo, portico di Eco a Olimpia) dove consente il collegamento fra i vari edifici, ospita il passeggio e la vendita di oggetti sacri, offre riparo ai pellegrini e ne consente il riposo; talvolta, inoltre, definisce un vero e proprio recinto sacro che racchiude un altare.
In età ellenistica si assiste al raddoppio su due livelli, configurando una sorta di loggiato di cui sono esempi il portico di Atena a Pergamo e quello di Attalo ad Atene in cui si usa la sovrapposizione degli ordini, garantendo un effetto di progressivo alleggerimento verso l’alto; intorno alle piazze del mercato (esemplari quelle di Mileto e Priene) si sviluppano portico per esporre merci, ospitare contrattazioni e consentire il passeggio.
Un uso analogo del portico si riscontra nel foro romano (si veda quello di Pompei), di cui costituisce elemento caratterizzante al punto che Vitruvio ne prescrive dettagliatamente proporzioni e struttura: ricordando le stoai di età classica, connette i vari edifici e consente il passeggio al riparo dagli agenti atmosferici, favorendo incontri, contrattazioni e, in generale, tutte le attività legate al ruolo del foro come centro politico, economico e religioso della città.
La funzione del portico si lega anche a luoghi funzionali al riposo, allo sport e al benessere: nei ginnasi greci e nelle terme romane si assiste a un ampio uso di portico sia interni che esterni per favorire ancora una volta il passeggio in luogo riparato, ma anche il riposo degli atleti e talvolta lo studio. Celebre, in tal senso, la scuola filosofica peripatetica fondata da Aristotele, che teneva le sue lezioni passeggiando nel portico intorno al giardino del Ginnasio dedicato ad Apollo Licio (da cui l’altro nome della scuola: il Liceo).
L’uso del portico si diffonde ai territori conquistati da Roma con sempre maggiori accezioni scenografiche e articolate varianti tipologiche. In Siria, a Bosra, il portico subisce un importante passaggio di scala diventando elemento di disegno urbano: l’intero decumano massimo, che corre da est a ovest per 900 metri dando accesso a edifici pubblici, botteghe e negozi, è fiancheggiato da portico che, all’incrocio con il cardo, si aprivano in un tetrapylon di cui restano visibili i quattro basamenti quadrati. Tetrapylon tuttora visibile, pressoché integro, a Palmira, dove la lunga via monumentale (interrotta dall’arco di Settimio Severo per mascherare un lieve cambiamento di inclinazione) era fiancheggiata da condutture in pietra per distribuire l’acqua e da portico imponenti, arricchiti da statue poggiate su mensole inserite nel fusto delle colonne.
Le strade porticate si affermano ampiamente anche nella Roma Imperiale, dove favoriscono funzioni commerciali e, in generale, attività di incontro e di scambio. Uno sviluppo di circa 5 km è noto nella sola regione del Campo Marzio, dove ampi portici connotano l’architettura dei Saepta Iulia, posti a snodo fra Pantheon, basilica di Nettuno, terme di Agrippa e tempio di Iside: un vasto quadriportico – composto da porticus Argonautarum e porticus Meleagri – originariamente destinato a recinto per le votazioni e poi ad accogliere mercati temporanei, spettacoli gladiatorii, venationes e naumachie, fatto decorare da Marco Vipsanio Agrippa con lastre di pietra, dipinti e altre opere d’arte che destano l’ammirazione di Plinio il Vecchio.

Il Medioevo

Nelle prime basiliche cristiane, l’ingresso allo spazio sacro viene preceduto da un quadriportico quadrato o rettangolare riservato ai penitenti o ai catecumeni (non ancora battezzati) con al centro una fontana (cantharus) per le abluzioni, mentre successivamente ospita la sepoltura dei fedeli: noti, ma perduti, sono i quadriportici antistanti l’antica Basilica di San Pietro e la Basilica di San Paolo fuori le mura, come quelli di altre antiche chiese romane, mentre sono tuttora visibili quelli della Basilica di Sant’Ambrogio a Milano (inconsueto caso di quadriportico di età romanica) e della Basilica di Santa Maria dei Servi a Bologna (altrettanto inconsueto esempio rinascimentale). Tra il VI e l’VIII secolo, col venir meno della consuetudine di battezzare gli adulti, l’uso del quadriportico lascia il posto a quello del nartece, portico sviluppato sulla sola facciata dell’edificio sacro e definito endonartece se interno o esonartece (a Ravenna ardica) se esterno (in tal caso vero derivato dal quadriportico): un tipo di portico che trova ampio utilizzo anche in periodo romanico (secoli X e XI) e gotico (secoli XII e XIII), mentre nell’architettura bizantina viene usato fino al quindicesimo secolo.
Notevole diffusione ha anche il protiro, ulteriore sintesi del portico, costituito da un’unica campata a protezione dell’ingresso della chiesa, solitamente sormontata da una copertura a cuspide che le conferisce la fisionomia di un’edicola: due colonne, spesso poggiate su leoni stilofori o altri animali, sostengono un tratto di volta a botte che può essere sormontata dalla copertura (Duomo di Lodi e di Ancona) o da un livello superiore che replica (Duomo di Piacenza) o varia (Duomo di Modena e transetto della Basilica di S. Maria Maggiore a Bergamo) la composizione sottostante.
Nel Medioevo il portico è frequente anche nell’architettura civile per consentire passaggio, sosta e conversazione in un luogo riparato dal sole e dalle intemperie: talvolta è adiacente ai palazzi pubblici, ma spesso connota intere strade, come nel caso esemplare di Bologna. Come nell’architettura religiosa, gli elementi di sostegno si articolano in pilastri polistili su cui insistono volte a botte o a crociera dal sesto più o meno rialzato.

Il Rinascimento e l’epoca barocca

Nel corso del Rinascimento, a partire dal brunelleschiano Ospedale degli Innocenti a Firenze, passando per il grandioso Cortile del Belvedere di Bramante, l’uso del portico si afferma come uno degli elementi più emblematici nella ripresa della cultura classica e nella definizione della nuova architettura. I cortili delle residenze (palazzo Medici a Firenze, palazzo Ducale a Urbino, palazzo della Cancelleria, palazzo Venezia a Roma) come i chiostri (Santa Maria della Pace a Roma) rimettono in atto le indicazioni dei trattati e dei resti antichi puntando a soluzioni di sempre maggiore eleganza e coerenza costruttiva, mentre la sovrapposizione di portici e logge diventa lo strumento per conferire permeabilità all’architettura connettendola strettamente alla piazza e alla città (Biblioteca Marciana a Venezia, Basilica palladiana a Vicenza, piazza del Campidoglio a Roma): l’uso del portico si conferma, così, quale forte elemento di disegno dello spazio urbano, come accade a Bologna con il portico dei Banchi di Vignola e soprattutto a Firenze con il vasariano loggiato degli Uffizi, ma conserva forte incisività anche nel caso di citazioni più contenute, come nel prospetto di palazzo Massimo alle Colonne di Peruzzi. Inoltre, la ripresa dei modelli classici diviene anche la chiave per impostare un nuovo rapporto fra architettura, giardino e paesaggio, che si fondono in un dialogo sempre più osmotico: da palazzo Piccolomini a Pienza, a palazzo Pitti a Firenze, a villa Madama a Roma all’architettura di villa in generale, con le punte rappresentate dalle variegate realizzazioni palladiane.
Il tema del portico acquista nuove, potenti valenze scenografiche nell’architettura Barocca, dove asseconda il senso di fluidità e teatralità conferito allo spazio. L’intervento di Pietro da Cortona connota il prospetto di S. Maria della Pace in chiave scenografica fondendo chiesa e piazza in un organismo unico, mentre nei chiostri disegnati da Borromini il portico viene reinventato per produrre un continuum spaziale che abolisce angoli e spigoli; ma è Bernini che – dopo aver sperimentato il tema nel piccolo pronao del S. Andrea al Quirinale e in quello dell’Assunta ad Ariccia – lo porta alla sua apoteosi nel grandioso colonnato di piazza S. Pietro. Intanto, a Parigi, il modello della place royale inaugurato con Place des Vosges si afferma puntando sulla continuità dei portici e sulla coerenza di prospetti unitari come ingredienti per formare spazi che riconducono ampi brani di città all’ordine del disegno architettonico: un modello destinato a grande successo anche Oltralpe, come dimostra l’esempio di piazza S. Carlo a Torino.
Nel Settecento il portico si conferma strumento per conferire aulicità ai prospetti nell’architettura civile e religiosa, come nelle basiliche romane di S. Giovanni in Laterano (con gli interventi di Galilei e Fontana) e S. Maria Maggiore (con la facciata di Fuga) e le grandiose residenze di Versailles e Caserta, per arrivare ancora una volta all’uso a scala urbana.

L’epoca moderna

Con il Neoclassicismo e nel corso di tutto l’Ottocento il tema si afferma ancor più come elemento caratterizzante di un linguaggio che punta a riproporre con evidenza i modelli classici, dalle architetture di Quarenghi, Piermarini e Adam alle soluzioni di respiro urbano dovute a Nash, Schinkel, Poggi (piazza della Libertà a Firenze).
Con l’uso del cemento armato e il passaggio dai setti murari all’architettura come telaio di travi e pilastri, il portico risponde perfettamente alla nuova logica strutturale: le riflessioni – fra gli altri – di Le Corbusier portano a definire i pilotis – che isolano l’edificio dal terreno e liberano lo spazio rendendolo percorribile – come uno dei cinque punti cardine del nuovo linguaggio, forte della libertà consentita dall’uso di elementi di sostegno puntuali e versatili.
Ma se la diffusione del portico risponde alla logica strutturale dei nuovi materiali, nell’architettura di regime il suo successo deriva nuovamente dal carattere fortemente evocativo delle forme classiche: nell’EUR a Roma (Nervi, Libera, Piacentini e altri) portico e logge disegnano edifici e strade in un continuo rimando ai modelli antichi, come accade nelle architetture del Reich (lo Stadio di Speer a Norimberga cita in modo evidente l’Altare di Pergamo) e in quelle sovietiche.
Conciliando valori funzionali e scenografici, dal secondo dopoguerra l’uso del portico continua a caratterizzare ampiamente l’architettura e il disegno della città con soluzioni sempre più variegate: da Libera e Moretti (Villaggio Olimpico Roma, 1958-59) a Niemeyer (sede della casa editrice Mondadori, Milano, 1975) a Piano (Debis-Haus, Berlino, 1994-97). Tuttora il tema è oggetto di costante interesse e sperimentazioni sempre nuove, come dimostrano – fra gli altri – le opere di Calatrava (Umbracle nella Ciutat de les Arts i les Ciències a Valencia, dal 1996).

Bibliografia

Benevolo L., Storia dell’architettura del Rinascimento, Roma, 2008; Benevolo L., Storia dell’architettura moderna, Roma-Bari, 2008; Bonelli R., Bozzoni C., Franchetti Pardo V., Storia dell’architettura medievale, Bari, 1997; Bozzoni C., Franchetti Pardo V., Ortolani G., Viscogliosi A., L’architettura del mondo antico, Bari, 2006; Frampton K., Storia dell’architettura moderna, Bologna, 2008.

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