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Preistorica, architettura

Barumini (Cagliari), insediamenton Su Nuràxi.
Barumini (Cagliari), insediamenton Su Nuràxi.

Definizione – Etimologia

Il termine preistoria – dal latino prae (prima) e historia (storia), letteralmente: prima della storia – si riferisce convenzionalmente al lungo periodo di tempo che precede la comparsa delle testimonianze scritte. Nei territori della cosiddetta “mezzaluna fertile” ciò avvenne già nel corso del IV millennio a.C., con l’affermarsi delle antiche civiltà del Vicino Oriente, ma tale limite temporale non può ugualmente estendersi alle altre zone del mondo allora abitato; in Italia, ad esempio, l’inizio della storia propriamente detta si colloca intorno all’VIII-VII secolo a.C. Fattori di natura geografica, congiuntamente a interpretazioni storiografiche discordanti e suscettibili di continui aggiornamenti, rendono inoltre flessibili anche le note periodizzazioni della preistoria (Paleolitico, Mesolitico e Neolitico per l’Età della pietra ed Età del rame, del bronzo e del ferro per la successiva Età dei metalli), le cui cronologie possono perciò essere richiamate solo in relazione a specifici casi. Il campo dell’architettura preistorica comprende, in ogni caso, tutte le forme di costruzione messe in atto nelle varie zone del mondo dalle civiltà che per prime vi si insediarono.

Le origini

Se si escludono alcuni rari e scarsi resti murari databili al Paleolitico, le prime consistenti testimonianze di architettura preistorica oggi conosciute risalgono al Mesolitico, un periodo iniziato, a seconda delle zone geografiche, fra il 10.000 e l’8000 a.C. In tale arco di tempo l’uomo, cominciando a vivere di agricoltura e allevamento, s’insedia stabilmente in aree di pianura irrigue dove, in assenza di anfratti naturali, edifica, riunite in villaggi, le sue prime opere costruite. Queste consistono inizialmente in camere scavate nel terreno, dette “seminterrate” quando realizzate in forma di trincee protette da corteccia, frasche e pelli animali (diffuse dal Vicino Oriente all’area mediterranea, su fino all’Europa centro-settentrionale), ovvero “ipogee” se poste in fondo a pozzi accessibili tramite scale in legno e ben riparati dalle elevate temperature esterne.

Opere lignee

Le opere costruite fuori terra comprendono, in un primo tempo, capanne in legno protette da pelli di animali o frasche e coperte da tetti in paglia, impermeabilizzati con fango. La forma delle capanne, inizialmente conica, passa attraverso elaborazioni più complesse fino a giungere, nel Neolitico (iniziato, in Europa centrale e occidentale, dal 6000 a.C.), alla costituzione di abitazioni su piattaforme rialzate da pali lignei, dette “palafitte” o “terramare” a seconda se poste, rispettivamente, su laghi, fiumi e paludi ovvero su terreni umidi o attraversati da fiumi soggetti a straripamenti. L’esistenza di vere e proprie palafitte è stata tuttavia recentemente confutata, in quanto basata su un’erronea interpretazione delle palificazioni rinvenute nel lago di Zurigo, soggetto nei secoli a un aumento del suo livello. In Italia tracce di insediamenti terramaricoli dell’Età del bronzo (circa 3000–1000 a.C.) sono state rinvenute nella Pianura Padana.

Opere in pietra

Le costruzioni preistoriche in pietra nella maggior parte dei casi si dicono “megalitiche” – dal greco mégas (grande) e lìthos (pietra), poiché costituite da blocchi lapidei di grandi dimensioni, montati a secco. I più noti e diffusi megaliti della preistoria sono i menhir (o “pietre fitte”), monoliti di forma allungata infissi verticalmente nel terreno, e i dolmen, triliti composti da elementi sommariamente sbozzati e coperti, in origine, da cumuli di terra o pietrame. I menhir, eretti forse a indicare sepolture, date le incisioni di volti umani che mostrano alcuni di essi, risultano diffusi principalmente in Bretagna e in Inghilterra. I dolmen, forse tombe monumentali, sono presenti per lo più in zone non distanti dal mare, nell’Europa atlantica e mediterranea, con un’ampia distribuzione sul territorio (solo nella regione basca se ne contano più di 700); in Italia se ne trovano in Puglia (Bisceglie) e Sardegna (Mores) nonché, dall’Età del rame in poi, anche nell’arco alpino.
Tali testimonianze appaiono isolate o disposte secondo logiche geometriche, alla cui evidenza non sempre corrisponde una chiara finalità. Il vasto complesso megalitico bretone di Carnac (II millennio a.C.), ad esempio, esibisce circa tremila menhir allineati su più file parallele a realizzare, secondo l’ipotesi più condivisa, un calendario territoriale in grado d’indicare date di culto. Grandi blocchi lapidei ugualmente sottoposti a una sommaria sagomatura a parallelepipedo o a tronco di piramide, ma conficcati nel terreno su tracciati circolari, distinguono invece, in area britannica, i monumentali cromlech, le cui finalità sono state interpretate diversamente: si va dai riti funerari e magico-propiziatori alla sepoltura collettiva, al luogo di riunione e culto, all’osservazione degli astri. Al noto cromlech di Stonehenge presso Salisbury, innalzato in tre diverse fasi costruttive nel III e II millennio a.C. e restaurato nel XX secolo, è stata anche recentemente attribuita la funzione di sanatorio, poiché i suoi diversi anelli concentrici, alcuni dei quali architravati, impiegano anche la dolerite screziata azzurra, una pietra bluastra importata da cave gallesi distanti oltre 200 km (in un periodo in cui, in Gran Bretagna, risulta ancora sconosciuto l’uso della ruota), probabilmente presumendone poteri taumaturgici. Al di là d’ogni possibile ipotesi, appare comunque certa la grande importanza che doveva essere riservata a questi siti, la cui realizzazione implicava notevoli sforzi collettivi e un grande impiego di manodopera.
Altre note strutture megalitiche, le più antiche oggi conosciute, sono i santuari dell’arcipelago maltese, realizzati nel IV-III millennio a.C. e consistenti in strutture ipogee intonacate e dipinte o, più diffusamente, in templi a pianta lobata, formati da ambienti definiti da muri curvilinei in pietra e disposti simmetricamente rispetto ad un corridoio centrale. Nel sito di G’gantija, nell’isola di Gozo, si riscontrano due templi circondati da un alto muro perimetrale in grandi blocchi lapidei e accessibili tramite vani architravati, aperti su un cortile centrale. Una maggiore complessità contraddistingue, nell’ambito delle strutture in pietra, i nuraghi sardi, costruzioni di forma troncoconica sorte a partire dal II millennio a.C. e diffuse nella regione in più di 7000 siti, secondo alcuni adibite a funzioni rituali. Isolati o assemblati in complessi fortificati, i nuraghi presentano forme differenziate nel tempo, dagli esempi iniziali, più semplici, agli edifici a tre livelli collegati da scale ricavate negli spessi muri perimetrali. La loro copertura era realizzata da pseudocupole, mentre i coronamenti esterni, non conservati, erano forse leggermente aggettanti, secondo quanto documentato da un modellino bronzeo conservato a Sassari. Un sito nuragico di particolare rilievo è il Su Nuràxi di Barumini (Cagliari), frutto d’una lunga stratificazione edilizia il cui nucleo originario risale al XV secolo a.C. Il carattere ossidionale di questo sito, distinto da un possente mastio centrale a pianta quadrangolare segnato da quattro nuraghi angolari, protetto da una cinta muraria scandita da torri di minor diametro, a sua volta circondata da un fitto villaggio di nuraghi più piccoli, oggi segnalati solo dagli spiccati dei muri, fa ipotizzare che la civiltà nuragica fosse basata sull’esistenza di più centri di potere autonomi.

Opere in argilla

Nelle zone segnate dalla presenza di argilla, in specie nel Vicino Oriente, l’uso del mattone essiccato al sole risulta già diffuso in età preistorica, come testimoniano i resti dell’insediamento neolitico di Çatal Hüyük, in Anatolia. Questo consiste in un compatto villaggio di case in mattoni, le quali, forse per esigenze difensive, erano prive di bucature e accessibili solo dal tetto.

Bibliografia

Benevolo L., Albrecht B., Le origini dell’architettura, Roma, 2002.

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