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Primitiva, architettura

Casa collettiva ("degli uomini") con tetto a sella e doppia cuspide - Medio Sepik, Nuova Guinea (da  Guidoni E., Architettura primitiva, Milano, 1975).
Casa collettiva ("degli uomini") con tetto a sella e doppia cuspide - Medio Sepik, Nuova Guinea (da Guidoni E., Architettura primitiva, Milano, 1975).

Definizione

Con il termine “primitiva” applicato all’architettura si definiscono quelle espressioni delle funzioni abitative che si sviluppano, in condizioni di sostanziale autonomia, al di fuori delle grandi organizzazioni statuali, espressioni basate, quindi, sulla trasmissione diretta, di generazione in generazione, all’interno di uno stesso gruppo sociale di tipi, come di metodi e tecniche esecutive, che generalmente costituiscono uno dei connotati identitari del gruppo stesso. Se nei pioneristici studi che si sono variamente sviluppati dall’Ottocento fino agli anni Cinquanta dello scorso secolo l’architettura primitiva è stata osservata prevalentemente come espressione ingenua e diretta, strettamente aderente alla logica della funzione, in molti degli studi successivi è stata interpretata, invece, come espressione di culture altre e molteplici, spesso ricche di relazioni reciproche, quindi, stando a una definizione di Enrico Guidoni, come “istituzione politico-sociale riferita all’insieme delle attività spaziali e della loro interpretazione interna alla società in esame, in rapporto con le altre attività”.

Derivazione – Processo formativo

Per approfondire l’argomento, si rende preliminarmente necessaria una prima distinzione fra società nomadi e sedentarie. Le società nomadi sono generalmente interessate soprattutto all’organizzazione del territorio più che alla costruzione dell’abitazione. Fondate sulla ricchezza mobiliare, vedono la casa come la più importante delle suppellettili, la cui posizione nell’accampamento – spesso basato su un impianto circolare con ampio spiazzo privo di capanne nella parte centrale – può legarsi con maggiore o minore evidenza alla rappresentazione dello status della famiglia e dei rapporti di associazione o di parentela con gli altri componenti della tribù. Si veda, ad esempio, il caso dei pigmei mbuti (Repubblica Democratica del Congo), suddivisi in “bande di caccia e raccolta” non gerarchizzate, o quello dei semang (penisola di Malacca) che, invece, sono organizzati per capifamiglia, o quello, più strutturato, dei boscimani – antichissimo popolo originario dell’Africa australe, ora ridotto a pochi gruppi vicini all’estinzione, stanziati nel deserto del Kalahari – i cui ricoveri, aperti verso est, riflettono, nell’ubicazione e nella reciproca distanza delle abitazioni, le regole di convivenza e la posizione sociale dei diversi membri della “banda di caccia”.

Nell’organizzazione del territorio le società nomadi esprimono esigenze profonde e stratificate che si traducono in forme collettive di semantizzazione degli elementi paesistici, basate frequentemente sul presupposto che l’attività costruttiva debba essere ricondotta a un modello divino da riprodurre fedelmente in terra.

In genere, queste concezioni si trasferiscono alle società agricole, costituendone il substrato culturale. Ma in molti casi il passaggio tra nomadismo e stanzialità si esprime in forme intermedie. È il caso, ad esempio, di alcune tribù che vivono nel Brasile occidentale, come i nambikwara, che durante i mesi di siccità si spostano in cerca dell’acqua e vivono di caccia, mentre in inverno, durante le grandi piogge, si dedicano all’agricoltura e conducono una vita stanziale in accampamenti disposti in circolo attorno a uno spiazzo rotondeggiante. In questo contesto, il viaggio che determina l’inizio del nomadismo è accolto con gioia, sia come liberazione dalla monotonia della vita nel villaggio, sia come ritorno a una condizione più antica che sta alla base dell’identità e della cultura del gruppo. Guardando ad altre aree geografiche, meritano particolare attenzione alcune popolazioni a base essenzialmente pastorale (quindi più vicine al nomadismo che alla stanzialità) dell’Africa centro-orientale e meridionale, i cui insediamenti di forma circolare, detti kraal, si dispongono anch’essi attorno a un’area libera che funge da recinto per gli animali o anche da spazio per cerimonie e parate. Particolarmente significativi i kraal degli tsonga (Mozambico), dei maasai (Kenya-Tanzania) e, soprattutto, quelli degli zulu (Sudafrica). In quest’ultimo caso, l’accampamento raggiunge spesso dimensioni molto considerevoli, tanto da poter contenere migliaia di abitanti e assumere caratteristiche simili a quelle di un villaggio permanente.

Le abitudini dei cacciatori-raccoglitori permangono in qualche misura anche nei casi in cui le trasformazioni dei sistemi sociali e insediativi collegate alla pratica dell’allevamento e dell’agricoltura si siano rese definitive. Al riguardo è stata efficacemente posta in rilievo l’importanza che presso i popoli dediti alla caccia aveva la spartizione della preda in ragione della posizione occupata dai singoli componenti della banda nella gerarchia sociale; presso le popolazioni agricole queste abitudini, unitamente alle relative componenti mitico-religiose, si localizzano, trasferendosi in varia misura nelle diverse componenti dello stanziamento (dai rituali di fondazione, all’assetto del territorio e del villaggio, alla casa).

Spostando l’attenzione sulle espressioni dell’architettura primitiva legate alla stanzialità, un rilievo particolare va dato alla casa collettiva, tipo diffuso in molti ambiti geografico-culturali con caratteristiche diverse (dalle soluzioni più semplici ed elementari, fino a quelle più complesse in cui la decorazione pittorica e scultorea assume un rilievo tale da evidenziare anche funzioni legate alla dimensione pubblico-celebrativa e mitico-religiosa dell’abitare). Nei tipi più strettamente legati alla funzione abitativa, la casa collettiva si segnala attraverso due caratteristiche essenziali, la sua grande dimensione e l’assenza di decorazioni, caratteristiche legate, da un lato, alla vita collettiva e all’assenza di specializzazioni all’interno del clan (tutti sono in grado di partecipare alla realizzazione dell’opera), dall’altro, alla scarsa incidenza o assenza di stratificazioni sociali. Particolarmente interessante è il caso della casa collettiva (maloca) della tribù amazzonica dei desana: concepita come una sorta di utero che consenta la riproduzione della specie, è inserita all’interno di uno spazio circolare, dissodato e recintato con bastoncini, che rappresenta una sorta di confine cosmico; all’esterno di esso si diramano i sentieri che conducono ai luoghi sacri o, comunque, significativi del territorio, come alle altre maloca e ai campi coltivati. Se il campo era, per i cacciatori, il centro mobile del territorio, la maloca stabilisce invece, per gli agricoltori desana, un sacrale e indissolubile legame con il preciso luogo in cui è situata.

La casa collettiva nella maggior parte dei casi non può contenere tutti i rappresentanti di un clan, per cui è frequente il caso che essa, nel far parte di insiemi più ampi e complessi, assuma caratteristiche monumentali atte a rappresentare i valori unanimemente condivisi dalla collettività.

In simili contesti si assiste non solo alla definizione di tecniche costruttive più impegnative nella realizzazione delle capanne, ma anche alla diffusione di pratiche artistiche alquanto sofisticate, quali la decorazione pittorica e la scultura. Particolarmente significativo è il caso delle tribù degli abelam (Nuova Guinea) i cui villaggi, basati su un lungo percorso rettilineo, offrono particolare risalto alla casa cerimoniale o di culto, costruzione emergente con tetto a sella che, nell’accogliere e custodire le effigi lignee degli antenati, si pone come deposito della memoria storica collettiva, assumendo connotati monumentali.

Se fin qui si sono prese in esame espressioni culturali sostanzialmente avulse e indipendenti dalle grandi organizzazioni statuali, si rende ora necessario concludere osservando casi che, invece, conservano tali caratteri in forme ridotte e contaminate, sia per aver sviluppato al loro interno forme organizzative particolarmente complesse, difficilmente ascrivibili all’interno di una logica esclusivamente tribale, sia per aver stabilito significativi contatti con l’esterno con regolare frequenza. Sotto questo aspetto presentano carattere emblematico diversi gruppi etnici: da quelli stanziati tra Arizona e New Mexico, che proprio a seguito dell’impatto con i coloni avrebbero dato luogo alla costruzione dei pueblo, a quelli del nord-ovest americano, fino a quelli che compongono l’universo polinesiano. Se in ognuno di questi ambienti si riscontra un’articolazione culturale molto ricca e stratificata, che attinge al mito e alla cosmologia, negli ultimi due si rende particolarmente evidente la complessità del corpo sociale e l’assimilazione dall’esterno di vari usi e costumi.

Nell’universo polinesiano queste caratteristiche si declinano territorialmente in una sorta di gerarchia fra le isole maggiori e gli atolli, che ha origini nella pratica della navigazione e della colonizzazione delle isole minori come nella mitistoria polinesiana (che affida a Tahiti un ruolo propulsore e genetico, cui avrebbe fatto seguito la nascita delle isole maggiori e, in definitiva, dell’intero arcipelago). Partendo da simili presupposti, il mito si collega, legittima e storicizza l’assetto della società polinesiana che vede lo sviluppo della chefferie nelle isole maggiori, non negli atolli. Questa organizzazione gerarchica consente interventi molto rilevanti, diretti dal re e/o dall’aristocrazia, che possono avvalersi di manodopera specializzata per sistemare i principali luoghi insediativi e realizzare opere di particolare rilevanza, come santuari lapidei e sculture monumentali (fra cui si ricordano le enormi statue antropomorfe dell’isola di Pasqua – colonizzata dai polinesiani – erette su ampi terrazzamenti in prossimità del mare).

Per quanto riguarda lo sviluppo delle potenzialità artistiche legate alla casa, gli indiani del nord-ovest americano hanno sviluppato analoghe tendenze e capacità, tanto da indurre alcuni studiosi a ipotizzare intensi scambi culturali fra le due etnie lungo le rotte transoceaniche. Anche presso quest’ultima popolazione la disponibilità di un consistente surplus alimentare si lega alla formazione di un’organizzazione gerarchizzata della società e, in definitiva, alla promozione di forme espressive, come quelle artistiche, non direttamente legate alla sopravvivenza. Conseguentemente ognuna di queste popolazioni sedentarie ha sviluppato un proprio stile, ma con caratteristiche reciprocamente correlate. Molto significativo il caso delle cerimonie del Potlatch, praticate da varie tribù che basano l’istituto della festa sull’offerta, anche (o principalmente) agli avversari, di beni che spesso sono destinati a essere distrutti. Pratica anomala ma certamente significativa, essendo basata, come i grandi apparati decorativi che caratterizzano sia le singole architetture che gli spazi aperti dei villaggi, sull’esibizione dei prodotti del surplus come attestato di autorevolezza e potenza. Lo straordinario sviluppo che in questi stessi ambiti assumono i grandi pali totemici, e, in generale, la scultura in legno, si collega certamente a una simile logica tribale dell’esibizione e dello “spreco”, ma la sua caratterizzazione attuale è da collegare anche alla moderna diffusione di monete e di utensili metallici.

Se nel caso polinesiano il superamento dell’originario isolamento è dovuto alla pratica della navigazione e della colonizzazione, in quest’ultimo esempio dipende dal contatto diretto con i bianchi (che pure, con leggi emanate alla fine dell’Ottocento dai governi canadese e americano, hanno vietato – inefficacemente – la celebrazione del Potlatch).

Tale considerazione induce ad attenuare la nettezza dell’iniziale definizione del lemma, aiutandoci a comprendere come si renda sempre più difficile, in materia di cultura, arte e architettura primitiva, stabilire precise delimitazioni fra componenti autonome e sviluppo indotto da fattori esterni, soprattutto in questi ultimi anni in cui alla continua e invasiva espansione dei sistemi statuali fa da contrappunto la progressiva riduzione e il confinamento (a causa di pratiche distruttive, come l’urbanizzazione e la deforestazione, o per altri versi benefiche, come lo sviluppo turistico e l’evangelizzazione) dei residui esempi di architettura primitiva entro piccole enclave sempre più ridotte per numero e dimensioni, ambiti fragili, prevedibilmente destinati a una prossima estinzione, i cui effetti saranno traumatici per la cultura, non solo “primitiva”, della nostra specie.

Bibliografia

Carchia G., Salizzoni R. (a cura), Estetica e antropologia – Arte e comunicazione dei primitivi, Torino, 1980; Daryll Forde C., Habitat, Economy and Society – A Geographical Introduction to Ethnology, London-New York, 1953; Forge A., Primitive Art and Society, London-New York, 1973; Fraser D., Village Planning in the Primitive World, London, 1968; Guidoni E., Etnologiche culture, in Dizionario Enciclopedico di Architettura e Urbanistica, vol. III, Roma, 1968, pp. 286-302; Guidoni E., Architettura primitiva, Milano, 1975; Lanternari V., Acanfora M.O., Grottanelli V.L., L’abitazione, in Ethnologica, vol. II, Milano, 1965, pp. 225-371; Lévi-Strauss C., Anthropologie structurale, Paris, 1958; Lister F. C., Lister R. H., Those Who Came Before – Southwestern Archeology in the National Park System, Tucson, 1983.

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