Restituzione | Wikitecnica.com

Restituzione

Definizione – Etimologia

Dal lat. restitutio, dal verbo restituo, composto dal prefisso re– (che indica movimento inverso) e dal verbo statuo (collocare, stabilire). Nel latino classico in relazione all’architettura o, in generale, ai monumenti indicava l’azione di riparare, rimettere a posto, ricostruire o rialzare qualche cosa di abbattuto (statue, mura, templi ecc.). Passato nel volgare italiano, il termine in epoca moderna è stato usato, in relazione con le discipline della storia dell’arte e dell’architettura, del restauro e del disegno, in molte e varie accezioni non sempre univocamente definite nell’ambito dei singoli lessici tecnici.

Generalità

Nelle discipline del disegno il termine è proprio del vocabolario del rilievo: con restituzione si intendono le operazioni volte a tradurre in modelli grafici cartacei o informatici i dati desunti dal rilievo di un manufatto condotto sia con mezzi diretti sia strumentali. I grafici restitutivi (proiezioni ortogonali, modelli 3D) costituiscono una selezione mirata delle infinite informazioni offerte dalla realtà e sono volti ad evidenziare caratteristiche dei manufatti diverse a seconda delle finalità: configurazioni geometrico-dimensionali, tessiture materiche, consistenza storica, stato di degrado ecc.

Caso particolare è quello della restituzione prospettica, operazione con cui si ricavano le proiezioni ortogonali da rappresentazioni prospettiche di architetture inserite in opere di disegno, pittura o scultura. Tale procedimento, in particolare applicato ad opere rinascimentali, si rivela utile per comprendere, oltre alle caratteristiche delle architetture stesse, anche le loro modalità di progettazione (si è visto ad esempio che alcuni apparati dipinti venivano realizzati partendo da piante, prospetti e sezioni) e avere dati relativi alla nascita e allo sviluppo della scienza prospettica, che ha seguito un percorso non sempre lineare e spesso soggetto, da parte degli artisti, a correzioni rispetto alla rigida applicazione delle regole.

L’accezione “prospettica”, inoltre, si applica anche alla restituzione di un rilievo effettuato tramite scatti fotografici eseguiti con particolari modalità. Il termine restituzione si usa anche per quelle ricostruzioni grafiche nelle quali si propone lo stato perduto di un manufatto. Si applica quindi a oggetti che hanno subito trasformazioni più o meno importanti o addirittura a quelli totalmente distrutti e tramandati solo da fonti letterarie come nel, caso dell’architettura, il tempio di Salomone o le ville descritte da Plinio il Giovane.

La restituzione grafica ha origine antica, basti pensare ai disegni di antichità degli artisti rinascimentali, dove il rilievo dello stato archeologico veniva integrato con l’eliminazione delle aggiunte e la ricostruzione, spesso di fantasia, delle parti mancanti, o alle esercitazioni dei Pensionnaires dell’Accademia di Francia a Roma, che accanto al rilievo di un monumento antico ne proponevano la ricostruzione in base alle conoscenze storiche e tecniche acquisite durante i loro studi.

La restituzione grafica, a tutti gli effetti, può essere intesa come una lettura critica che acquista concretezza scientifica quanto più si basa su un’attenta interpretazione filologica dei dati a disposizione, ma rimane un’operazione puramente grafica che non tocca la materia delle opere. Ciò in parallelo all’utilizzazione del termine restituzione nel vocabolario dell’interpretazione filologica dei testi scritti, dove indica il ritorno alla lezione originaria di passi corrotti, senza però che vada perduta o modificata la forma tramandata.

Nel restauro il termine diviene d’uso frequente a partire dal XIX secolo per indicare l’azione di ricostruire, restaurare, rimettere in buono stato manufatti e strutture per lo più rifacendosi ai modelli originari. Tipica è l’espressione “restituire alla forma primitiva” o “all’antico splendore” o “decoro”, con un’accezione positiva rispetto a uno stato di decadimento o corruzione indotto dal tempo o da agenti umani. Restituzione viene in altre parole prevalentemente usata come sinonimo di ripristino e legata ad interventi di restauro stilistico.

Mentre Sebastiano Serlio nel VII libro del suo trattato si riferiva a “restauramenti, o restitutioni di case”, intendendo con ciò un’operazione più simile all’odierna ristrutturazione, già alla fine del XVII secolo Giovan Pietro Bellori aveva utilizzato il verbo nel senso poi prevalente nell’Ottocento, riferendosi al restauro della loggia di Raffaello alla Farnesina “restituita alla sua prima bellezza” da Carlo Maratta.

Tale accezione positiva del termine si mantiene fino a tutta la prima metà del XX secolo nella letteratura tecnica, seguendo però la parabola declinante del restauro stilistico e permane tutt’oggi per lo più nella letteratura divulgativa, anche se non mancano esempi di uso nel senso ottocentesco di ricondurre legittimamente un monumento a uno stato quo ante o addirittura ricostruirlo, come nel caso di Paolo Marconi che definisce restituzione la ricostruzione à l’identique del teatro la Fenice di Venezia e quella del portico della chiesa di S. Giorgio al Velabro in Roma.

Negli ultimi anni il termine sembra destinato a nuova fortuna collegandosi alla pratica della ricostruzione grafica spesso tridimensionale di stati perduti, favorita dall’uso delle tecnologie digitali, estesa non solo alle volumetrie, ma anche alle tessiture materiche e ai rapporti cromatici e luminosi. La restituzione grafica, infatti, viene intesa oltre la mera operazione indagativo-conoscitiva o semplicemente divulgativa e diviene atto di restauro mentale o virtuale. Rispetto al passato questo tipo di restituzione risulta maggiormente ancorato all’analisi scientifica dei vincoli costituiti dalle tracce materiali. La restituzione quindi è collegata all’esigenza espressa dal restauro contemporaneo di conservazione della materia attentamente rilevata, rigorosamente indagata ma soprattutto integralmente rispettata nella sua autenticità.

Oggi, infatti, non si può più pensare di riuscire a restituire fisicamente a un monumento l’aspetto originario o quello più significativo nel caso che sia il prodotto di stratificazioni, e non a caso C. Brandi nella sua teoria del restauro usa il termine restituzione annesso alla locuzione “in pristino”, indicandolo come operazione materialmente lecita solo per manufatti industriali.

Se la legittimità di includere tale concetto di restituzione ‘virtuale’ nel campo del restauro propriamente detto è messa in discussione proprio dal suo non interagire direttamente con la materia, rimanendo quindi restauro in potenza, certamente esso rientra nel campo delle operazioni di valorizzazione che, aumentando la diffusione della conoscenza e l’importanza in seno alla collettività di un manufatto, contribuiscono in forma indiretta alla sua trasmissione al futuro.

Dalla fine del secolo XX il termine compare anche con frequenza in relazione ad interventi di restauro in prevalenza pittorici, intesi come ampio complesso sia di operazioni conservative sia di indagini storico-documentarie sia di ricerche e applicazioni di tecnologie, con il quale l’oggetto torna non solo a condizioni di rassicurante stabilità fisica e corrispondenti alla dignità della sua natura, ma anche riacquisisce la possibilità di trasmettere il proprio messaggio e risulta in tal modo ‘restituito’ alla collettività.

Un’ultima accezione da ricordare, frequentemente in uso nel linguaggio storico-artistico, è quella di “restituzione di un’opera a un dato artista”, ovvero l’inserimento di detta opera nel catalogo dell’artista in questione.

Bibliografia

Basile G. (a cura), I colori di Giotto. La basilica di Assisi: restauro e restituzione virtuale, Cinisello Balsamo, 2010; Bonsanti G., Vent’anni di restituzioni, in «Arte documento», 25, 2009, pp. 42-53; Docci M., Maestri D., Manuale di rilevamento architettonico e urbano, Bari, 2009; Fancelli P., Note di filologia architettonica: la restituzione grafica, in «Ricerche di Storia dell’arte», 27, 1986, pp. 53-69.

Copyright © - Riproduzione riservata
Restituzione

Wikitecnica.com