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Urbanistica rinascimentale

Firenze, veduta aerea della parte occidentale della città.
Firenze, veduta aerea della parte occidentale della città.

Definizione e ambito cronologico

Se il termine “urbanistica” indica tutto ciò che riguarda le componenti insediative del territorio antropizzato e le relative previsioni di sviluppo, l’aggettivo “rinascimentale” ne definisce l’ambito storico-culturale con riferimento (estensivo) a teorizzazioni e opere sviluppatesi in Europa, fra l’inizio del Quattrocento e il Cinquecento.

Sotto l’aspetto cronologico, la periodizzazione cui abbiamo appena accennato, qui utilizzata per la serie storico-urbanistica, non collima pienamente con quella normalmente adottata per altre discipline (pittura, scultura e architettura) dove il passaggio dal Rinascimento al Manierismo è in genere collocato attorno alla fine del terzo decennio del Cinquecento, in relazione più o meno diretta con il sacco di Roma del 1527, evento interpretato come destabilizzazione di molte delle consolidate certezze su cui si fondava l’umanesimo rinascimentale.

Nella storia dell’urbanistica, l’affermarsi di una “maniera” post-rinascimentale di progettare la città non sembra altrettanto chiara ed evidente; difatti le indubbie articolazioni che assume la disciplina nel corso del Cinquecento sembrano, da un lato, porsi in continuità con le elaborazioni maturate nel secolo precedente, dall’altro, esprimere, con la diffusa militarizzazione delle città e del territorio, tendenze di segno opposto, non estranee ai malesseri del Manierismo. Di modo che alcune realizzazioni cinquecentesche (come i tridenti romani, o le città-fortezze di Zamosc, Palmanova, Guastalla, Sabbioneta, Terra del Sole, Cosmopoli-Portoferraio) presentano motivi eterogenei, attinenti a entrambe le tendenze sopra individuate, che inducono a delineare una periodizzazione estensiva dell’urbanistica rinascimentale che, limitatamente ad alcune sue significative espressioni, può addirittura spingersi sino alla fine del Cinquecento.

Caratteri e sviluppi

Primi essenziali riferimenti sull’argomento possono essere rintracciati nella Firenze tardo-medievale, città che, grazie tanto alla modernità del proprio apparato politico-economico-istituzionale, quanto alle ingenti trasformazioni indotte nell’assetto urbano dal “piano” di fine Duecento, riconducibile ad Arnolfo di Cambio, aveva assunto caratteri fortemente innovativi. A tal fine giova ricordare come l’espansione della città fosse riferita a emergenze architettoniche di straordinaria efficacia (quali la tribuna della Cattedrale o la torre di Palazzo Vecchio) e affidata a strade rettilinee, talvolta dotate di un fondale architettonico o convergenti verso di esso in gruppi di due o di tre, in modo da costituire modelli innovativi come bidenti e tridenti.

Firenze

L’interruzione dello sviluppo urbano che si registra, non solo a Firenze ma in buona parte dell’Europa occidentale, con l’epidemia del 1348 (meglio nota come “peste nera”), si protrae almeno sino alla fine del secolo. Ma quando la situazione politico-militare si stabilizza, assistiamo alla “rinascenza” di molte delle precedenti elaborazioni, oltre che al fiorire di nuove tendenze artistiche. Se il fenomeno ha una dimensione europea, è ancora Firenze che nella prima metà del Quattrocento detiene il ruolo di principale centro artistico-culturale dell’Occidente cristiano. Nella città sussiste un terreno quanto mai fertile e adatto alla sperimentazione urbanistico-architettonica; non a caso i maggiori interventi di questo periodo riguardano luoghi già provvisti di importanti preesistenze. Si pensi principalmente a opere, come la cattedrale di Santa Maria del Fiore e la chiesa di Santa Maria Novella, che in un contesto urbano in continua trasformazione vengono interpretate come riferimenti essenziali per i tracciati viari delle nuove espansioni, in modo da definire – accanto a una sintesi “alta” della città (di cui la cupola brunelleschiana costituisce la più chiara espressione) – metodi e procedure per elevare il decoro cittadino e rendere l’apparato amministrativo più trasparente e razionale.

Roma

L’altro importante polo della cultura rinascimentale è certamente Roma; anche se all’inizio del Quattrocento la città presenta un aspetto ancora caotico e frammentario, nel corso del secolo tenderà ad acquisire una dimensione urbana unitaria, finalmente adatta al ruolo di capitale della cristianità. Se, pochi decenni dopo l’effettivo trasferimento della sede pontificia da Avignone a Roma, può già essere assunta da Niccolò V la decisione di demolire e ricostruire in un nuovo contesto la basilica di San Pietro, ponendola al centro di una parte di città completamente rinnovata (il non attuato Piano di Borgo attribuito al Rossellino e, forse, riconducibile a Leon Battista Alberti), alla fine del secolo, con l’apertura della via Alessandrina fra le opposte estremità del portale del Palazzo Pontificio, a ovest, e del bastione borgiano antistante Castel Sant’Angelo, a est, si consolida un modello urbano destinato a caratterizzare i futuri sviluppi dell’urbanistica rinascimentale, quale “la strada con doppio fondale”.

Altre realtà urbanistiche

Le nuove tendenze urbanistiche maturate tra Firenze e Roma trovano un idoneo terreno di coltura soprattutto nelle più vitali città dell’Italia centro-settentrionale: ambiti interessati dalla condivisione di un’analoga temperie culturale al cui interno si registra, con il fiorire della cultura umanistica, l’emergere della figura dell’architetto quale tecnico-artista consapevole della propria autorevolezza e del miglioramento del proprio status sociale. Decisamente esemplare, sotto questo aspetto, la figura di Leon Battista Alberti che incarna, con autorevolezza indiscussa, sia il ruolo di intellettuale, che quello di architetto professionalmente attivo, che quello di teorico dell’architettura e dell’urbanistica. Analoga polivalenza si riscontra in altre personalità di elevatissima caratura artistico-intellettuale, accomunate dalla spiccata predisposizione (anticipata dallo stesso Alberti nella Descriptio urbis Romae e nel De re aedificatoria) a indagare la dimensione urbana attraverso opere di carattere spiccatamente teorico; si pensi, in particolare, al Trattato di architettura del Filarete (in cui è prefigurata la città di Sforzinda), ai Trattati di architettura di Francesco Di Giorgio Martini, allo schizzo di Fra Giocondo di una città radiale (che ricorda Baghdad) o alla pianta di Imola e agli appunti di progetto per Romorantin di Leonardo.

Sul piano pratico, simili elaborazioni, più che tradursi nella fondazione di città interamente nuove, si declinano invece in trasformazioni parziali delle città esistenti (che, spesso, sono quelle ove si registrano le elaborazioni intellettuali più vivaci e avanzate). Valgano i casi della Milano di Francesco Sforza, della Mantova dei Gonzaga, della Ferrara di Borso e di Ercole I d’Este, della Urbino dei Montefeltro; ma, soprattutto, valga il caso del borgo di Corsignano: città natale del pontefice “umanista” Pio II Piccolomini, interessata da trasformazioni che daranno luogo, con la nuova Pienza, alla definizione di uno dei principali capisaldi dell’urbanistica rinascimentale, ove la divergenza delle ali della nuova piazza trapezoidale, unitamente alla demolizione del corrispondente tratto della cinta medievale, rende possibile la percezione del paesaggio esterno dalla piazza stessa, qualificando quest’ultima, umanisticamente, come centro della città e del territorio circostante.

Il panorama europeo

La scena europea manifesta caratteri alquanto diversi da quelli finora descritti. Parigi nel Quattrocento non presenta significativi sviluppi. Lo stesso può dirsi di Londra dove, in tal senso, assume carattere emblematico la vecchia Cattedrale di Saint Paul: se il tempio esibisce ancora la facies tardo-gotica, caratterizzata dalla svettante guglia della torre campanaria, così l’area circostante, utilizzata per traffici di vario tipo e recintata da un muro fatto costruire più di un secolo prima da Edoardo I, presenta ancora il carattere di un borgo medievale.

Nell’area fiammingo-olandese-germanica prevalgono certamente le trasformazioni del territorio su quelle delle città, sia per la stretta correlazione, soprattutto nei Paesi Bassi, fra bonifica e urbanistica, sia per il prevalere di rapporti commerciali di vasta scala territoriale, come quelli che legano le città della lega anseatica, dotati spesso di una propria autonomia e di carattere sovra-territoriale. In questi contesti, la piazza, zona destinata alle attività mercantili, spesso concepita come ampia strada in forma di piazza (Strasburgo) o come piazza allungata in forma di strada (Lubecca, Colonia), assume grande rilevanza rispetto a ogni altra parte della città. A Bruxelles (capitale del Brabante dal 1383) si registra la costruzione della Grand Place e dell’Hôtel de Ville, ma la struttura urbana non è interessata da modifiche altrettanto rilevanti. Molte delle città dell’area brabantina e fiamminga erano state dotate di nuove mura fin dalla seconda metà del Trecento (Bruxelles, Lovanio, Namur, Ypres, Gand), ma spesso le aree così incluse nel contesto urbano resteranno a lungo inedificate. Particolarmente significativo, in tale contesto, evidenziare come nel Cinquecento il tessuto urbano di Bruges fosse ancora interamente costituito da strade curvilinee. Spingendo lo sguardo verso le parti più decentrate del continente, giova infine rilevare che Mosca nel Quattrocento era ancora costituita prevalentemente da case in legno che, per questo, nel 1547 sarebbero state in gran parte distrutte da un incendio; solo verso la fine del secolo si registra nella città una prima penetrazione della cultura occidentale che, in particolare, si manifesta nel coinvolgimento di architetti italiani nella costruzione del Cremlino.

Dopo il 1492

Il 1492, convenzionale anno d’inizio dell’età moderna, è anche un riferimento di particolare rilevanza per l’urbanistica del secolo a venire: la scoperta dell’America contribuisce ad ampliare a una scala mondiale la competizione fra i principali Stati europei. Presso le corti italiane che già erano state protagoniste della cultura rinascimentale si registrano cambiamenti analoghi: l’intervento urbano, diretto e coordinato dal “Principe” (termine che usiamo estensivamente), viene attuato con consapevolezza sempre maggiore, non tanto per dare soluzione ai problemi locali, quanto per inserire a pieno titolo la città, spesso capitale, nell’ampia rete delle coeve relazioni internazionali.

Se nel nuovo contesto si collocano molteplici interventi – come ad esempio le ampie trasformazioni urbane che dagli anni Trenta del Cinquecento, durante il governo di don Pedro da Toledo, interessano la città di Napoli (fortificazioni, quartieri “spagnoli”, vie Spaccanapoli e Toledo ecc.), così come le croci di strade cinque-seicentesche che, sulla scia della Addizione Erculea di Ferrara, verranno realizzate in varie città della Penisola – è a Roma che si registra l’invenzione, o meglio, la reinvenzione dei modelli maggiormente innovativi, quali il rettifilo e il tridente. Se attraverso il primo, viene rivisitato quale elemento di sintesi di aree vastissime, urbane e suburbane, il modello tardo-medievale della strada rettilinea con fondale, rendendolo con ciò adattabile a situazioni diverse (Caprarola, Piacenza) e a esigenze eterogenee, di tipo militare e/o celebrativo, con il secondo le possibilità del rettifilo vengono ampliate a dismisura, consentendo la percezione simultanea, dalla strada, di più parti della città. Un filo diretto lega la maglia in syderis formam di rettifili e tridenti della Roma cinquecentesca: fascinosa metafora utilizzata, in particolare, per definire l’innovativo impianto urbano della città “sistina” che, nell’utilizzazione dell’obelisco come emergenza posta al centro di un fascio di strade convergenti (quasi raggiera celeste), decreta il superamento della tradizionale strada con fondale in favore di impianti polivalenti. Per tale via qui, più che in qualsiasi altra città, è aperta la strada all’urbanistica barocca in due direzioni complementari, che si sostanziano nell’ampliamento dimensionale della scala d’intervento e nella policentrica varietà.

In definitiva, siamo di fronte a un arricchimento e, forse, alla piena affermazione o al coerente sviluppo di quanto premesso, in nuce, dall’impianto trapezoidale della piazza di Pienza: trasparente metafora della centralità cosmica dell’uomo rinascimentale ma che ora, nella Roma di fine Cinquecento, si colloca in un contesto nuovo al quale non sono estranee le logiche politico-religiose della Controriforma, come anche quelle militari tendenti al controllo unificato del territorio urbano.

Bibliografia

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