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Riparo

Le quattro principali forme elementari di riparo ligneo (Cataldi, 1986).
Le quattro principali forme elementari di riparo ligneo (Cataldi, 1986).

Definizione – Etimologia

Dal gr. stégasma, lat. tectum e perfugium, sp. abrigo e amparo, fr. abri, ingl. shelter, ted. hütte). Manufatto edilizio elementare adibito a ricovero provvisorio di uomini e animali. È l’abitazione tipica delle prime comunità nomadi di raccoglitori e cacciatori alla ricerca quotidiana di cibo.

Generalità

Reperti archeologici e risultanze etnologiche inducono a ipotizzare che in origine l’uomo si sia servito, per proteggersi, dei ripari naturali: i cui archetipi – l’albero (per la protezione diurna) e la caverna (per la protezione notturna) – sono alla base della fondamentale distinzione tipologica tra aree culturali lignee e litiche.

I diversi fattori climatici (temperatura, umidità, vento, precipitazioni, irradiamento solare) determinano le prime differenze funzionali tra le diverse forme artificiali dei ripari “aperti”: che non rappresentano soltanto gli antecedenti logici dei ripari “chiusi”, ma anticipano concettualmente, per certi versi, le principali categorie strutturali dell’architettura di ogni tempo e luogo (giacigli, piattaforme, paraventi, parafuochi e parapioggia come matrici tipologiche di solai, pareti, volte e tetti). Con la chiusura dello spazio interno (per i giacigli della zona notte) e la concomitante specializzazione funzionale dell’area esterna (per il focolare della zona giorno) il processo delle forme abitative compie un notevole passo avanti: sperimentato e attuato probabilmente nelle foreste tropicali, dove la disponibilità di legno flessibile può avere spinto (come ancora in tempi recenti presso i Pigmei, i Boscimani e gli Ottentotti africani) a realizzare i primi ripari cupoliformi, con rami infissi nel terreno, piegati ad arco, intrecciati ortogonalmente e ricoperti di foglie.

Le successive versioni migliorative di questa tipologia tendono a svilupparsi proporzionalmente, oltre che in superficie, in altezza, per consentire all’interno la posizione eretta e una migliore circolazione d’aria: per far ciò occorre però inserire centralmente delle strutture supplementari di supporto, come nel caso piuttosto noto degli indlu (“lavoro a maglia”) degli Zulu sud-africani. Intorno a quest’ordine di problemi ruotano probabilmente le ragioni costitutive del riparo cupoliforme cuspidato, più solido del precedente per i rami meno flessibili e più consistenti e geometricamente predisposto (per la sagoma a ogiva) a svilupparsi in altezza senza puntelli di rinforzo. In esso i rami infissi nel terreno convergono verso l’alto nel nodo centrale, che può essere risolto in vari modi: particolarmente ingegnoso quello che sfrutta l’elasticità del legno, invertendo la curvatura dei rami in prossimità della cima per poterli stringere a fascio con delle liane.

Il riparo conico sta sulla stessa linea evolutiva, con l’impiego però di elementi rigidi e con la conseguente introduzione di nuove soluzioni tecniche: nell’esempio dei Lapponi e nel tepee nord-americano esso è costituito da un rivestimento di pelli animali su un certo numero di pertiche convergenti superiormente a cerchio, sostenute a loro volta, nel primo caso, da una coppia di archi inflessi inclinati e, nel secondo, da tre pali a mutuo contrasto (treppiedi). Ciò soprattutto a seguito del passaggio dal nomadismo occasionale dei cacciatori a quello periodico degli allevatori: per muoversi con le mandrie alla ricerca dei pascoli, questi devono infatti poter disporre di ripari prefabbricati, fatti di materiali leggeri e trasportabili, da montare in tempi brevi negli accampamenti. Il rivestimento di pelle animale ha fatto talora impropriamente rientrare queste tipologie nella categoria delle tende.

Dal punto di vista evolutivo (come matrice del tetto) è poi particolarmente importante il c.d. riparo a due spioventi: le falde inclinate, appoggiate sul terreno, sono sostenute da una trave di colmo su una fila di pali a forcella, la cui relativa altezza e la cui posizione centrale lasciano spazio all’interno per due soli giacigli accostati, incrementabili eventualmente in profondità. L’impiego di rami rigidi più consistenti contribuisce a determinare soluzioni con luci e carichi sempre maggiori, fino a poter stendere uno strato di terra sulla copertura per una migliore protezione termica sia invernale che estiva.

È il caso degli earth-lodge delle tribù nord-americane, che si presentano esternamente come dei tumuli, ottenuti scavando delle fosse circolari e ammassando la terra di riporto su una struttura tronco-conica di pertiche convergenti. In posizione centrale quattro pali disposti a quadrato sostengono il telaio orizzontale superiore, che consente di aprire una botola per la scala retrattile e la fuoriuscita del fumo.

In regioni desertiche, in assenza di materiali da costruzione, particolari situazioni geologiche con strati superficiali teneri e compatti (come in Marocco, in Tunisia e in Cina nella regione del loess) rendono possibile lo scavo di grandi fosse a cielo aperto a impianto circolare o quadrato, intorno alle quali vengono poi scavate lateralmente, a partire dal fondo anche su più livelli, un certo numero di grotte adibite a ricovero di uomini e animali. Una rampa in galleria, utilizzata in fase costruttiva per asportare il materiale di scavo, costituisce l’unica via di accesso alla corte comune, caratterizzata centralmente dal focolare e dal pozzo per la raccolta dell’acqua piovana.

Bibliografia

Buti G., La casa degli indoeuropei. Tradizione e archeologia, Firenze, 1962; Cataldi G. (a cura di), Le ragioni dell’abitare, Firenze, 1988; Cataldi G. (a cura di), All’origine dell’abitare, Firenze, 1986; Cataldi G. e AA.VV., Tipologie primitive. I tipi radice, Firenze, 1982; Cipriani L., Abitazioni indigene dell’Africa orientale italiana, Napoli, 1941; Guidoni E., Architettura primitiva, Venezia, 1975; Oliver P. (a cura di), Encyclopedia of Vernacular Architecture of the World, 4 vv., Cambridge UK, 1997; Rapoport A., House, Form and Culture, Englewood Cliffs, 1969.

 

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