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Architettura rupestre

Cottanello (Rieti), eremo rupestre di San Cataldo.
Cottanello (Rieti), eremo rupestre di San Cataldo.

Definizione – Etimologia e generalità

Forma di architettura che si sviluppa lungo le pareti rocciose di crinali, gole o gravine, talvolta sfruttandone caverne e anfratti naturali. Nel suo campo, da non confondere con quello, per certi versi analogo, dell’architettura ipogea, rientrano abitazioni e semplici ripari, ma anche necropoli, sepolcri, cisterne, chiese, eremi, monasteri, templi e santuari. Seppur consistenti in spazi aperti, possono ugualmente ritenersi “rupestri” gli antichi teatri greci, in ragione della loro cavea adagiata lungo pendii regolarizzati, e quelli peruviani, scavati dagli Inca nei territori tra Cuzco e Machu Picchu. L’indissolubile legame dell’architettura rupestre con l’ambiente naturale si traduce, sul piano tecnico, nell’impiego pressoché esclusivo della pietra locale, ora ridotta in pezzature atte alla costruzione di strutture murarie o voltate, ora direttamente scolpita a trasformare la cava stessa in interni talora ricchi di dettagli decorativi (convento di Ghegard in Armenia; chiesa Beta Maryam di Lalibela in Etiopia) o a modellare le pareti rocciose in facciate monumentali, spesso adornate di sculture, decorazioni e membrature architettoniche anche d’una certa complessità. L’aggettivo “rupestre”, derivato dal termine latino rupes, si associa a tutte le forme di espressione artistica supportate da superfici rocciose, come le pitture di età paleolitica e le colossali sculture zoo e antropomorfe modellate sui fianchi di colline e crinali (tra le più note i Buddha orientali, il monumento ai quattro presidenti americani nel South Dakota e la celebre Sfinge egizia).

Profilo storico-architettonico e processo formativo

Il naturale archetipo dell’architettura rupestre e, per estensione, dell’architettura generalmente intesa, nonostante alcune opinioni a tal riguardo dissenzienti (Giedion), è facilmente rintracciabile nella caverna di età paleolitica. La pratica di adattare a rifugio le grotte naturali, inizialmente imposta dalle difficili condizioni di vita dell’uomo preistorico, risulta progressivamente sostituita da forme più elaborate di abitazione e aggregazione sociale, solitamente fuori terra e distribuite in aree di pianura, ma mai del tutto abbandonata. Al contrario, in diverse zone geografiche essa si rafforza facendo ricorso anche a scavi artificiali, che avviano il lungo processo formativo dell’architettura rupestre con un discreto numero di insediamenti sorti già a partire dal Neolitico e distribuiti, per lo più, in territori distinti da climi caldi, che hanno motivato l’uso di abitazioni ricavate nelle profondità dei crinali. I cosiddetti “Sassi”, nucleo storico “troglodita” dell’abitato di Matera, ne rappresentano un esempio di particolare valore storico-architettonico e paesaggistico, tale da rientrare fra i “patrimoni dell’umanità” dell’UNESCO. Originati da villaggi “trincerati” neolitici e segnati da una lunga stratificazione edilizia (particolarmente intensa in età altomedievale, quando l’insediamento di monaci basiliani e benedettini arricchì il sito di molti edifici cultuali), ma ben conservati, anche in ragione del loro uso continuativo e pressoché ininterrotto fino ai giorni nostri, essi sono costituiti da un complesso sistema di caverne sovrapposte, scavate lungo i ripidi pendii della profonda gravina che incide, a est, il banco calcarenitico che ospita la città lucana. La loro organizzazione mostra una razionale capacità di adattamento alla morfologia del territorio, evidente, ad esempio, nella distribuzione dei percorsi ascendenti, ricavati sui tetti delle case (espediente riscontrabile anche nella fortezza-monastero di Vardzia in Georgia, XII-XIII secolo), e nel sapiente sfruttamento dello stesso materiale lapideo scavato per realizzare strutture murarie, sostruzioni e scalinate. Lo stretto rapporto di continuità fra segno antropico e natura, esemplificato dal caso di Matera, può considerarsi il principale e costante motivo dell’architettura rupestre, che nei secoli resterà, pertanto, sempre legata al suo archetipo “informale”. Fabbriche e abitati rupestri mostrano dunque un’acquisizione moderata dei progressi compiuti, sotto il profilo tanto formale e tipologico quanto tecnico-costruttivo, nel parallelo ambito delle costruzioni fuori terra. Le piante degli edifici, per lo più libere da vincoli geometrici (ma con la parziale eccezione di alcune chiese) e disegnate dai profili stessi delle superfici rocciose, ovvero configurate “a ventaglio” (chiesa di S. Candida a Bari), convivono, così, con facciate impaginate secondo un’ampia casistica di possibilità, che va dalle semplici bucature degli insediamenti in Cappadocia alle complesse elaborazioni riscontrabili in Giordania (Santuario di El-Deir a Petra, I secolo d.C.), in Arabia Saudita (tombe nabatee a Hegra, dal I secolo a.C.) e in Turchia (complessi sepolcrali di Myra e Telmessos), senza escludere, per altro, frequenti contaminazioni con bio e zoomorfismo (v.), dagli esiti, spesso, di rilevante valore storico-artistico (Tempio rupestre di Ramses II – o di Amon – ad Abu Simbel, Egitto, XIII secolo a.C.; Sacro bosco di Bomarzo, Viterbo, XVI secolo). Sotto il profilo tecnologico, alcuni habitat rupestri esibiscono elementari ma efficaci sistemi di raccolta delle acque, in specie laddove tale risorsa risulta particolarmente preziosa: nel già richiamato esempio di Matera, le acque piovane che scorrono lungo il pendio sono convogliate in apposite vasche e cisterne; a Petra, dove le costruzioni s’intrecciano con uno scenario geologico segnato da una suggestiva stratificazione policroma delle rocce, un ingegnoso espediente costruttivo (la “qattara”) permette di raccogliere anche le acque di infiltrazione e condensa.
Sfruttata dai fantasiosi giardini barocchi e apprezzata in età romantica per il suo carattere “pittoresco”, l’informale spazialità delle caverne è stata, in tempi più recenti, oggetto di studi che ne hanno messo in luce inaspettate valenze, non solo di natura architettonica. Influenzate da idee nate in campo psicanalitico e antropologico, alcune radicali sperimentazioni progettuali moderne, talora di carattere spiccatamente utopistico (P. Soleri, città semirupestre, 1969), hanno infatti riproposto tali sistemi insediativi quali modelli in grado di coniugare architettura e salvaguardia ambientale, in contrapposizione alla disordinata espansione delle grandi metropoli contemporanee. L’idea di indirizzare le funzioni urbane verso le profondità del suolo per creare una moderna “architettura delle caverne”, sviluppatasi in specie a partire dagli anni Trenta del secolo scorso, ha trovato tuttavia solo qualche sporadica applicazione concreta, per lo più nel campo dell’architettura ipogea.
Parallelamente, la concezione “organica” alla base di alcune progettazioni americane di F.L. Wright si traduce in abitazioni non esenti da connotazioni “rupestri” nella loro totale e armonica fusione con gli ambienti rocciosi (Casa sulla cascata a Bear Run, Pennsylvania, 1936; Casa-studio Taliesin West presso Phoenix, Arizona, 1938).

Altri esempi

Insediamenti: Göreme in Cappadocia, Pantalica in Sicilia, monastero di Ajanta in India.
Edifici: White House in Arizona, tombe achemenidi a Naqš-i Rustam in Iran, chiese dell’altopiano della Murgia.

Bibliografia

Nicoletti M., L’architettura delle caverne, Roma-Bari, 1980.

Matera, i "Sassi" e la città costruita.

Matera, i “Sassi” e la città costruita.

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