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Serapeo

Definizione

Santuario dedicato al culto di Serapis, divinità che trae origine dal sincretismo tra l’egizio Osiride-Apis e il greco Zeus-Ade, la cui diffusione risale al regno dei primi Tolemei.

Generalità

Le evidenze archeologiche mostrano generalmente un tempio posto all’interno di un recinto, di solito porticato, al quale si accede a mezzo di propilei più o meno monumentali. A tale tipologia appartiene il santuario urbano di Alessandria, voluto da Tolomeo III (246-221 a.C), ricostruito sul sito di un edificio di età precedente. Si trattava di un tempio a pianta quadrata, circondato da stoai, che si elevava su un’alta scalea; al suo interno era venerata la celebre statua colossale attribuita a Bryaxis, omonimo dello scultore di IV sec., distrutta, insieme alla biblioteca ospitata nel santuario, dal patriarca Teofilo nel 391 d.C. Sempre in ambito egizio con il termine serapeo si identificano un edificio a Memphi, presso l’odierna Saqqāra, sorto sul complesso sepolcrale dei tori Apis, e un santuario a Canopo, sul delta del Nilo, importante anche in età romana.
L’origine sincretica della divinità portò, infatti, a una rapida diffusione del culto in ambito tanto greco quanto romano. Ad Atene, le fonti (Pausania, I.18.4) riportano l’esistenza di un serapeo alle pendici dell’Acropoli risalente all’età tolemaica. Nel mondo romano le prime attestazioni del culto risalgono all’età flavia, dove nella stessa capitale sorgerà un sacello dedicato al dio all’interno dell’Iseion del Campo Marzio; un secondo serapeo verrà eretto sul Quirinale sotto Caracalla. Nelle province, nello stesso torno di tempo sono attestati i serapei di Leptis Magna e Pergamo, pure basati sul tipo del templum cum porticibus.

Bibliografia

Tosi M., Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto, II, Torino, 2006; Corelli F., I monumenti dei culti orientali in Roma. Questioni topografiche e topologiche, in La soteriologia dei culti orientali nell’impero romano, atti del colloquio internazionale, Roma 24-28 settembre 1979, Leiden, 1982, pp. 33-66.

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