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Sostenibilità (urbanistica e paesaggio)

Definizione – Etimologia

La prima definizione compiuta del concetto di sostenibilità viene formulata dalla Commissione Mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo nel rapporto Our Common Future del 1987, che introduce lo sviluppo sostenibile come “uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri (…) estendendo a tutti la possibilità di dare realtà alle proprie aspirazioni a una vita migliore, a patto che il ritmo di diminuzione delle risorse non rinnovabili precluda il meno possibile ogni opportunità futura”.

Evoluzione storica del concetto

Il sistema di valori e concezioni culturali alla base del concetto di sostenibilità prende forma negli scorsi anni ’70 nell’ambito della comunità scientifica e dell’attivismo ecologista. Fondamentale, in questo senso, risulta il superamento della visione riduzionistica della fisica classica e lo sviluppo dello studio dei sistemi irreversibili (teoria del caos, sistemi complessi, strutture dissipative), che viene applicato anche alla chimica ed alla biologia, con decisive maturazioni nell’analisi dei sistemi viventi ed una messa in discussione dell’antropocentrismo del pensiero positivista.

In questo quadro, due episodi significativi evidenziano il passaggio della sostenibilità da tema marginale del dibattito scientifico a problema politico, economico e sociale di primo piano. Il primo è la pubblicazione nel 1972 del rapporto The Limits of Growth del Massachusetts Institute of Technology (MIT), che indica nell’esauribilità delle risorse il limite alla crescita economica, postulando “un improvviso, incontrollabile declino del livello di popolazione e del sistema industriale entro i prossimi cento anni, a meno che non si determini una condizione di stabilità ecologica ed economica in grado di protrarsi nel futuro”. Pur se caratterizzato da un rigido determinismo, The Limits of Growth pone le basi per un ripensamento dell’attuale concetto di sviluppo, che viene approfondito nel 1987 dal rapporto della Commissione Brutland Our Common Future, per quale il limite per una crescita incontrollata è rappresentato dalla capacità del pianeta di assorbire gli effetti dell’attività umana. Il rapporto dà anche la prima definizione compiuta di sostenibilità con l’introduzione dei cosiddetti “tre pilastri” della sostenibilità: infatti lo sviluppo sostenibile richiede la massimizzazione simultanea di obiettivi ambientali (biodiversità, resilienza, produttività biologica), economici (soddisfacimento di bisogni di base, maggiore equità, aumento di beni e servizi utili) e sociali (diversità culturale, sostenibilità istituzionale, giustizia sociale, partecipazione).

Nei primi anni ’90, passando dal campo teorico a quello strategico-pratico, vengono date due interpretazioni contrastanti del concetto di sostenibilità. Una è quella di sostenibilità debole, che postula la completa sostituibilità del capitale naturale (stock e flussi di risorse naturali) con quello umano (capitale artificiale, tecnico, culturale) ed il sostanziale mantenimento del modello di crescita consolidato, a fronte di un aumento dell’efficienza che riduca al minimo gli input (materiali) e gli output (rifiuti) delle trasformazioni. L’altra è quella della sostenibilità forte, che riconosce la complementarità fra capitale naturale ed umano (da mantenere intatti poiché la produzione dell’uno dipende dalla disponibilità dell’altra), propugnando un deciso cambiamento nell’assetto economico e sociale per far fronte alla questione ambientale, mantenendo uno stato di equilibrio.

Un ulteriore approfondimento del concetto, che diventa un tema capitale nell’azione politica dei governi, si ha con la Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo, tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992. Il summit evidenzia la necessità di un approccio sistemico alla sostenibilità, affermando come non esista “una risposta efficace alla minaccia di degrado ambientale, economico e sociale se non all’interno di un profondo cambiamento delle strutture di produzione, consumo e scambio”. Si sottolinea inoltre l’interscalarità delle strategie di intervento, elaborando il documento Agenda 21, che impone la definizione di piani di azione per lo sviluppo sostenibile, sia a livello nazionale che all’interno delle singole comunità, riformulando i processi decisionali a favore di un’estensione della partecipazione.

Dal punto di vista delle strategie di gestione del territorio, è con la Conferenza Europea sulle città sostenibili, tenutasi ad Aalborg nel 1994, che si definisce compiutamente la relazione tra sostenibilità ambientale e sistema urbano. Infatti, nella Charter of European Cities & Towns Towards Sustainability si afferma che “le città riconoscono nel concetto dello sviluppo sostenibile una guida per commisurare il livello di vita alle capacità di carico della natura.” Pongono tra i loro obiettivi giustizia sociale, economie sostenibili e sostenibilità ambientale. La definizione normativa della sostenibilità ambientale ha avuto invece un grande impulso con la nascita dell’Unione Europea, tanto che il Trattato di Amsterdam del 1997 la considera uno dei capisaldi della politica comunitaria; per quanto riguarda l’assetto del territorio e dell’ambiente costruito, la Direttiva 2001/42/CE impone l’integrazione di considerazioni ambientali all’atto dell’elaborazione e dell’adozione di piani e programmi al fine di promuovere lo sviluppo sostenibile, mentre la Direttiva 2002/91/CE, aggiornata dalla Direttiva 2010/31/UE, stabilisce i criteri per l’uso razionale dell’energia e l’ottimizzazione del rendimento energetico nell’edilizia.

Con il Sesto programma di azione per l’ambiente del 2002, seguito dalla Strategia europea per lo sviluppo sostenibile del 2006, vengono inoltre definiti come obiettivi chiave della sostenibilità la tutela dell’ambiente, l’equità sociale e coesione, la prosperità economica, l’assunzione di responsabilità a livello internazionale. Queste finalità sono state integrate nell’ordinamento italiano con il recepimento delle direttive europee tramite il d.l. del 3 aprile 2006, n. 152, che stabilisce come “il principio dello sviluppo sostenibile deve consentire di individuare un equilibrato rapporto, nell’ambito delle risorse ereditate, tra quelle da risparmiare e quelle da trasmettere, affinché nell’ambito delle dinamiche della produzione e del consumo si inserisca altresì il principio di solidarietà per salvaguardare e per migliorare la qualità dell’ambiente anche futuro (…) la risoluzione delle questioni che involgono aspetti ambientali deve essere cercata e trovata nella prospettiva di garanzia dello sviluppo sostenibile, in modo da salvaguardare il corretto funzionamento e l’evoluzione degli ecosistemi naturali dalle modificazioni negative che possono essere prodotte dalle attività umane”.

Bibliografia

Commissione Europea, Ambiente 2010: il nostro futuro, la nostra scelta – Sesto programma di azione per l’ambiente, Bruxelles, 2002; Commissione Mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo, Our Common Future, Oxford, 1987; Conferenza Europea sulle Città Sostenibili, Charter of European Cities & Towns Towards Sustainability, Aalborg, 1994; Consiglio Europeo, Strategia europea per lo sviluppo sostenibile, Bruxelles, 2006; Direttiva 2001/42/CE concernente la valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull’ambiente, Bruxelles, 2001; Direttiva 2002/91/CE sul rendimento energetico nell’edilizia, Bruxelles, 2002; Direttiva 2010/31/CE sulla prestazione energetica nell’edilizia, Bruxelles, 2010; Meadows H. D. e al., The Limits of Growth,(trad. it. I limiti dello sviluppo), New York, 1972; Organizzazione delle Nazioni Unite, Agenda 21, Rio de Janeiro, 1992; Organizzazione delle Nazioni Unite, Rio de Janeiro Declaration on Environment and Development, Rio de Janeiro, 1992.

Riferimenti normativi: d.lgs. 29.06.2010, n. 128, Modifiche ed integrazioni al decreto legislativo 3 aprile 2006, n.152, recante norme in materia ambientale, Roma, 2010; d.lgs. 03.04.2006, n. 152, Norme in materia ambientale, Roma, 2006.

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