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Spazio pubblico

Roma, Foro Repubblicano.
Roma, Foro Repubblicano.

Definizione – Etimologia

Luogo urbano della partecipazione alla vita associativa e della sua rappresentazione simbolica, fruibile liberamente dalla collettività, il cui uso è regolato da norme che tutelano l’interesse della cittadinanza.

Generalità

Lo spazio è estensione indefinita nella quale coabitano gli esseri viventi e le cose del mondo, compreso l’uomo e le sue realizzazioni. Il pubblico è ciò che è riferito alla sfera pubblica. Intuitivamente è possibile associare lo spazio pubblico a tutti gli spazi nei quali, a ciascun individuo, è concesso un diritto incondizionato di accesso, di soggiorno, di espressione. Generalmente è proprietà della collettività anche se questa non è condizione sufficiente. In teoria esso corrisponde alla totalità dello spazio depurato degli ambiti privati. “Privato” infatti significa sottratto, non più disponibile per un uso libero. Se questo è vero in linea di principio, nelle consuetudini d’uso la locuzione spazio pubblico è riferita esclusivamente alla dimensione urbana, tutto ciò che è esterno (grandi superfici demaniali) è altro, anche se risponde ai requisiti sopra individuati. Senza la città in quanto comunità con una base territoriale definita lo spazio pubblico non esisterebbe, senza lo spazio pubblico che svolge funzioni di integrazione, connessione, coesione, a livello materiale e immateriale, la città non sarebbe tale. La caratteristica distintiva dello spazio pubblico è la capacità di stimolare e produrre socialità, per questo è l’essenza e la prima ragion d’essere della città. Lo spazio pubblico è il luogo ove gli abitanti si ritrovano per condividere esperienze e eventi, ove si articolano gli interessi e si amministrano le differenze, in cui le ragioni e i valori di tutti dovrebbero essere adeguatamente rappresentati. È lo spazio del fermento politico, culturale e civico, dello scambio, del commercio, del tempo libero. Lo spazio pubblico è “spazio civile” per eccellenza nel quale e dal quale si impara l’arte della civility (Bauman, 2001) e della convivenza nel rispetto dell’altro.

Sviluppo storici

Nel corso dei secoli la ricchezza delle espressioni della vita collettiva ha dato luogo a molteplici specie di spazi, esito di differenti culture e modalità dell’abitare, che si sono evoluti, stratificati, ibridati, moltiplicati, in un divenire processuale che è il carattere precipuo della città.
Nella polis greca il grande vuoto separato dell’Agorà nasce come rappresentazione fisica della vita democratica; le architetture accumulano sulla propria figura tutta la potenza espressiva e concorrono alla perimetrazione di un ambito spazialmente neutro, definito e misurato ma permeabile e inclusivo. Il Foro Romano, straordinario esempio di complessità strutturale, è un sistema di luoghi pubblici interconnessi, composto di interni e esterni, ove la potenza stereometrica delle forme si stempera in un continuum che è la rappresentazione della integrazione con la città. Analogamente gli insediamenti ellenistico-romani con le strade colonnate mettono in opera uno spazio fluido che costituisce un elemento di fusione urbana, tale da formare un centro naturale della vita collettiva. Anche nella tradizione persiana i tessuti si addensano attorno alle emergenze e ai grandi vuoti delle piazze, delle corti e delle vie dei bazar, che impongono le loro geometrie sulle masse del costruito.
Nella città storica europea lo spazio pubblico tende a coincidere con la piazza, almeno sul piano della rappresentazione simbolica. La piazza è il luogo di accumulazione di una composizione sequenziale reticolare degli invasi spaziali, è espressione di una dimensione collettiva identitaria – dunque della sovrapposizione tra civitas e urbs – che nel tempo diviene deposito condiviso di una memoria stratificata. Se le differenti configurazioni che assume nella successione delle epoche ne modificano il ruolo urbano, la struttura morfologica e la espressività figurale, permane il senso della rappresentazione rassicurante della comunità.

Nel corso dei secoli il catalogo dei temi collettivi si arricchisce conformando nuovi spazi che le città adottano come espressione del loro rango. È il caso dei boulevard della Parigi di Hausmann, degli square londinesi, dei grandi parchi. La rivoluzione industriale, in una dimensione degli agglomerati urbani oramai dilatata, nella quale il senso di appartenenza si frammenta e si indebolisce, produce luoghi ulteriori, rappresentativi della città nuova, che hanno affascinato i teorici della modernità urbana, da Benjamin a Simmel: le grandi Hall, le stazioni, i Passages, le gallerie ipogee delle metropolitane, accumulatori di una vitalità dell’anonimato capaci di alimentare il mito della metropoli modernista.
Il Movimento Moderno, almeno nelle dichiarazioni di principio e nelle espressioni dominanti, disloca il progetto in un altrove che prefigura un’idea di città alternativa a quella esistente; la dimensione del progetto e della cura dello spazio pubblico reale perdono peso, in favore di una adesione a modelli astratti e decontestualizzati. Oltre i precetti teorici, nelle realizzazioni non mancano eccezioni, è il caso dei progetti della maturità di Mies van der Rohe, che propongono nuove modalità di interpretazione del tema. Tali spazi, fatti di geometrie terze e di materie appropriate, definiscono ambienti rappresentativi, protetti, funzionali alla città e ai suoi abitanti.
Nel secondo dopoguerra, l’esplosione della metropoli che trascende la dimensione fisica degli scenari urbani tradizionali, unita alle profonde trasformazioni intervenute successivamente nelle tecnologie della comunicazione materiale e immateriale e nei modelli del consumo, determina una mutazione genetica nel rapporto tra individuo spazio e tempo. Il sociale storico subisce un depotenziamento significativo che si riflette sulla proiezione territoriale dell’agire pubblico, i luoghi si collocano all’interno di flussi non riconducibili all’entità fisica e materiale della città compatta, perdono le peculiarità che li hanno definiti come tali, migrano nella categoria dei nonluoghi (Augé, 1993) ultima deriva della delegittimazione dello spazio collettivo. Oggi, nel dilagare crescente dei mondi virtuali e nel proliferare degli spazi privati di uso collettivo, parziali e selettivi (centri commerciali, parchi tematici), gli spazi pubblici sono chiamati a svolgere un ruolo essenziale, per la formazione di identità necessariamente plurali e instabili, per il confronto non gerarchico tra culture e la coltivazione di una consapevolezza civile. Essi sia nelle forme della tradizione, sia nelle nuove declinazioni dei paesaggi del contemporaneo, sono accomunati nella categoria ampia degli spazi “terzi”, che definiscono la loro rappresentatività sul presupposto del dialogo tra soggetti che temporaneamente soggiornano in un determinato spazio e ne condividono i valori espressi. La cura e il progetto di questi spazi, intesi come beni comuni, è determinante per il futuro della città, la loro qualità architettonica e adeguatezza sociale è la rappresentazione fisica e simbolica del welfare.

Esempi contemporanei

Tra le politiche urbane di fine millennio che rivestono maggiore interesse in termini di strategie e qualità dei risultati, si segnalano le esperienze di Lione e Bordeaux in Francia e in particolare il caso di Barcellona in Spagna, città che dall’inizio degli anni ’80 avvia un programma di riqualificazione centrato proprio sul progetto degli spazi aperti, a partire da quelli residuali.

Bibliografia

AA. VV., Il disegno degli spazi aperti, in «Casabella», 597/8, 1993; Arendt H., Vita activa, Milano, 1964; Aymonino A., Mosco V. P., Spazi pubblici contemporanei. Architettura a volume zero, Milano, 2006; Augè M., Nonlughi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Milano, 1993; Bauman Z., La società individualizzata, Bologna, 2001; Lefebvre H., La produzione dello spazio, Milano, 1976; Rossi A., L’architettura della città, Padova, 1966.

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