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Standard urbanistico

Definizione

Tra i significati di standard, quelli più pertinenti allo standard urbanistico sono “valore” e “livello”.

Generalità

Già nella prima metà del Novecento, sperimentazioni sugli standard erano state avviate da Unwin e poi da Patrick Abercrombie nel The greater London Plan (1944), che introduce nella struttura del piano gli standards for residential neighbourhoods, articolati per inner urban, suburban, green belt e outer country, dedicando particolare attenzione agli spazi aperti e ricreativi.

Il D.I. 1444/1968
In Italia, il D.I. 1444/1968 norma gli “standard urbanistici”, “Limiti inderogabili di densità edilizia, di altezza, di distanza fra i fabbricati e rapporti massimi tra gli spazi destinati agli insediamenti residenziali e produttivi e spazi pubblici o riservati alle attività collettive, al verde pubblico o a parcheggi, da osservare ai fini della formazione dei nuovi strumenti urbanistici o della revisione di quelli esistenti, ai sensi dell’art. 17 della legge n. 765 del 1967”. Tali limiti e rapporti sono definiti per “zone territoriali omogenee” (dalla “A” alla “F”), in cui può essere suddiviso il territorio comunale (agglomerati di carattere storico, zone agricole, zone destinate ad attrezzature e impianti di interesse generale).
Il D.I. fissa per gli insediamenti residenziali “la dotazione minima inderogabile” in 18 m2 per abitante, da destinare a spazi pubblici o riservati alle attività collettive (aree per l’istruzione e attrezzature d’interesse comune), a verde pubblico o a parcheggio, con esclusione degli spazi destinati alle sedi viarie.
Inoltre prescrive che per ogni abitante siano disponibili 25 m2 di superficie lorda abitabile (incrementabile del 5%) per le destinazioni non specificamente residenziali ma strettamente connesse con le residenze (negozi di prima necessità, servizi collettivi per le abitazioni, studi professionali ecc.). La quantità minima di spazi è soggetta, per le diverse zone omogenee, ad alcune articolazioni e variazioni qualora si presentino difficoltà a ottemperare in modo rigoroso alla normativa (ad es. soddisfare altrimenti i fabbisogni, reperire gli spazi nelle immediate vicinanze ecc.).
Il D.I. stabilisce anche i rapporti massimi tra gli spazi destinati agli insediamenti produttivi e gli spazi pubblici destinati alle attività collettive, a verde pubblico o a parcheggi, oltre a dettare limiti inderogabili della densità edilizia, di altezza degli edifici e di distanza tra i fabbricati per zone omogenee.
Il D.I. interviene nella criticità della ricostruzione postbellica e in concomitanza con la frana di Agrigento (1966). Per accelerare la ricostruzione, infatti, si era fatto ricorso ai “Piani di ricostruzione”, con una procedura semplificata rispetto a quella prevista per i piani regolatori (D.I. 154/1945 e successive modifiche e integrazioni) per affrontare l’urgenza dei lavori edilizi senza compromettere l’organico sviluppo degli abitati . Questi piani sostituirono per molti anni i Piani regolatori della legge urbanistica del ’42, mettendo sul mercato grandi estensioni di aree edificabili senza dotazioni di servizi e indagini geologiche.
Spesso gli standard, in particolare nel Sud, non sono stati attuati, per due cause principali: costi e procedure per gli espropri e carenza di risorse per realizzare le attrezzature ─ in parte affrontata nelle lottizzazioni convenzionate e con l’utilizzo dei fondi del pagamento oneroso della concessione edilizia, di cui alla L. 10/1977) ─ nonché per gestire i servizi. Nel corso degli anni, si è evidenziata la loro inattualità, vista la stringente definizione delle dotazioni e delle zone omogenee nonché l’emergere di nuovi bisogni. Questi si differenziano per fasce di popolazione; sono sempre più attenti alla qualità; introducono ambiti nuovi non contemplati dalle tipologie degli standard (ad es. l’ambiente).
Molte Regioni nelle loro normative hanno incrementato la superficie media dello standard; altre, successivamente hanno promulgato leggi che introducono nuovi concetti di “servizio”, dal punto di vista della programmazione e dell’attuazione (ad es.Valle d’Aosta, Lombardia, Umbria), anticipando i contenuti dei progetti di riforma urbanistica nazionale, ferma da anni, tra i quali qualcuno proponeva l’abolizione degli standard.

I programmi complessi
I programmi complessi sono stati decisivi per la innovazione dei servizi e il superamento delle difficoltà sopra accennate. Tali programmi, infatti, hanno introdotto una forma di concertazione pubblico/privato, prevedendo tra l’altro standard “aggiuntivi” rispetto a quelli dovuti per legge, che ha superato, per larga parte, il problema degli espropri ─ con la concessione delle aree da parte del privato ─ nonché la carenza di risorse, impegnando il privato stesso nella realizzazione dei servizi (compresa a volte la gestione). Tutto questo è stato reso possibile da una concertazione sulla qualità e quantità dell’edificazione realizzabile, spesso a fronte di modifiche ad hoc del piano urbanistico. La richiesta da parte delle amministrazioni di “contributi straordinari” registra una fase critica in relazione alle recenti sentenze (ad es. TAR Lombardia) che mettono in discussione il fatto che i Comuni possano prescrivere prestazioni patrimoniali aggiuntive o diverse da quelle previste per legge (nazionale).
È stato introdotto, inoltre, il concetto di standard “qualitativo”. In particolare, la legge 9/1999 della Lombardia (art. 5), prevede che in luogo della cessione di aree, il “programma integrato” possa contemplare, in alternativa alla monetizzazione, la realizzazione di infrastrutture e servizi di interesse generale, anche a gestione privata convenzionata, “il cui valore, accertato con specifico computo metrico estimativo, sia almeno pari a quello delle aree che avrebbero dovuto essere cedute.” La legge richiede una convenzione relativa alla gestione o al regolamento per l’uso del servizio a garanzia degli obiettivi posti dal pubblico.
La sentenza della Corte Costituzionale 179/1999, immediatamente successiva ─ imponendo l’indennizzo dei vincoli urbanistici preordinati all’esproprio in caso di reiterazione, motivata, per un periodo superiore al termine di 5 anni (di cui alla L. 1187/68) ─ ammette, a fronte di un atto programmatorio dell’amministrazione, che la qualificazione delle aree possa essere realizzata con delega a privati, senza ulteriore garanzia rispetto agli obiettivi prefissati dall’amministrazione.

Il piano dei servizi
Alcune Regioni hanno promosso strumenti ad hoc per i servizi. Il “piano dei servizi” della Lombardia, come codificato dalle legge 12/2005 (e successive modificazioni) (welfare urbano) assicura “una dotazione globale di aree per attrezzature pubbliche e di interesse pubblico e generale, le eventuali aree per l’edilizia residenziale pubblica e la dotazione a verde, i corridoi ecologici e il sistema del verde di connessione tra territorio rurale e quello edificato, nonché tra le opere viabilistiche e le aree urbanizzate ed una loro razionale distribuzione sul territorio comunale, a supporto delle funzioni insediate e previste”. È palese come il concetto di standard si sia ampliato. Il Piano ha alla base una indagine sui fabbisogni dei cittadini, considerati in modo diverso dai “fabbisogni standard” relativi ai “servizi essenziali” della legislazione in materia di federalismo fiscale che si fa carico della loro natura finanziaria.

Bibliografia

AA.VV., Trent’anni dopo … Tornare a ragionare sugli standard, in «Urbanistica dossier», 21, 1998; Cáceres E., Chicco P., Corrado F., Falco L., Saravia Madrigal M., Servizi pubblici e città, Roma, 2003; Falco L., I nuovi standard urbanistici, Roma, 1993; Karrer F, Ricci M. (a cura), Città e contratto, Roma, 2006; Salzano E., Fondamenti di urbanistica. La storia e la norma, Bari, 2007; Scattoni P., L’urbanistica dell’Italia contemporanea. Dall’unità ai giorni nostri, Roma, 2004; Segnalini O., Roda R, Riqualificare le città e il territorio, Milano, 2001.

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