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Stoà

Atene, agorà , stoà  di Zeus Eleuthereos, a due navate con parasceni Atene, agorà , stoà  di Zeus Eleuthereos, a due navate con parasceni  (da Lippolis, Livadiotti, Rocco, 2007).
Atene, agorà , stoà di Zeus Eleuthereos, a due navate con parasceni Atene, agorà , stoà di Zeus Eleuthereos, a due navate con parasceni (da Lippolis, Livadiotti, Rocco, 2007).

Definizione – Etimologia

Dal gr. στοά, lat. porticus. Edificio coperto, di pianta rettangolare allungata, chiuso sul retro e sui lati brevi e aperto in facciata con un colonnato; pure se un portico può essere annesso ad un edificio, il linguaggio archeologico impiega il termine stoà per lo più quando si tratta di una struttura indipendente.
Luogo dalle molteplici funzioni, la stoà rappresenta nell’architettura greca un edificio di primaria rilevanza, specie per il ruolo che ha rivestito di generatore di spazi urbani e santuariali.

Processo formativo e tipologie

Le origini sono probabilmente pre-greche e l’evoluzione si fa partire dal tipo orientale (egiziano, hittita, egeo), il cui carattere è strettamente legato alla funzione religiosa. Il suo processo formativo passa attraverso le sue varianti tipologiche, per assumere le connotazioni dell’edificio funzionalmente autonomo e strettamente connesso alla vita pubblica.
La stoà del periodo greco arcaico è un edificio di dimensioni ridotte, poco profondo e a carattere funzionale (es. stoai di Larisa all’Hermos). Nel tempo arriverà ad articolazioni planimetriche più complesse:

  • a due navate, se interrotta da una fila mediana di colonne o pilastri;
  • a parasceni, se inquadrata tra due avancorpi (Atene, agorà, stoà di Zeus Eleuthereos);
  • in antis, se il colonnato frontale è inquadrato tra setti murari;
  • dotata o meno di ambienti sul retro, che possono assumere valenza commerciale, oppure ospitare sale per banchetti rituali (Rodi, stoà di Camiro).

Nei santuari, dove la stoà è luogo di accoglienza e riparo per i fedeli, ma anche spazio espositivo per i doni votivi (Delfi, stoà degli Ateniesi), collabora a definire l’estensione e la forma del temenos (Olimpia, stoà di Echo).
La progettazione degli spazi urbani secondo i principi di Ippodamo da Mileto si avvalse della stoà come strumento principe per l’articolazione dello spazio urbano. In età tardoclassica ed ellenistica, le stoai disegnarono così le piazze delle agorai e segnarono i limiti delle plateiai, le strade principali delle città ellenistiche (Alessandria). L’insorgere di nuove esigenze di carattere funzionale comportò ulteriori trasformazioni linguistiche. Tra la fine del V e il IV sec. a.C. , si superò, infatti, il tipo semplice a un solo livello per elaborare edifici a più piani (Atene, agorà, stoà di Attalo ); inoltre, la semplice forma lineare si articolò maggiormente, dando vita a stoai a L e a P greco (stoà del santuario di Brauron), nelle quali si dovette risolvere il problema dei sostegni in angolo che diede vita specie in ambito microasiatico alle soluzioni composte con i pilastri “cuoriformi”.
Sulla base di fonti ellenistiche Vitruvio (V,I) attribuisce l’invenzione delle stoà a più piani a Sostratos di Cnido, sebbene lo sviluppo del tipo debba essere debitore della sperimentazione architettonica dei centri di ambito pergameno, dove l’edificio della stoà aveva permesso la soluzione di complessi problemi legati all’accidentata orografia naturale e alla necessità di raccordare tra loro terrazzamenti a quote diverse (Assos, Eraclea al Latmo, Aigai).
Nelle stoai a più piani, l’impiego degli ordini architettonici risulta differenziato, in linea con il gusto ellenistico della loro commistione: dorico per l’esterno e per il piano inferiore, ionico per i sostegni interni nel tipo a due navate (Priene, agorà, Stoà Sacra), o per il livello superiore della fronte esterna. Proprio nell’ambito dell’invenzione della stoà a più piani si pone inoltre la nascita della cornice a modiglioni, che tanta parte avrà nello sviluppo dell’ordine ionico in età tardoellenistica e romana.
Le stoai di IV-II secolo rivestono un ruolo preponderante nel processo di monumentalizzazione delle città ellenistiche, che ora realizzano complessi su larga scala; aree sacre, spazi pubblici, civici e commerciali sono direttamente coinvolti da tale trasformazione, che si concretizza nell’integrazione urbana proprio attraverso le stoai. Esse diventano infatti la matrice che genera i grandi quadriportici dei santuari ellenistici (Magnesia al Meandro, Artemision, Alessandria, Serapeion), dei ginnasi (Kos, Ginnasio occidentale), delle biblioteche pubbliche, in cui i volumi sono conservati negli ambienti sul retro dei portici (Pergamo, biblioteca dell’Athenaion), per altro separati dal pendio retrostante da apposite intercapedini cave, secondo una tecnica ideata proprio dagli architetti pergameni.
Il processo di monumentalizzazione influenzerà quello tecnologico ed economico, con una conseguente trasformazione del cantiere e dell’organizzazione stessa del lavoro. Dalla necessità di ottenere un gran numero di elementi architettonici deriva la loro standardizzazione, visibile nella semplificazione di profili e forme, necessaria ad un processo di industrializzazione della produzione che, per assicurare tempi e quantità richiesti, riserva alle officine più qualificate la sola lavorazione degli elementi più pregiati. Il fenomeno è riscontrabile nelle stoai che bordano la terrazza superiore dell’Asklepieion di Kos: realizzate agli inizi del II sec. a.C., inquadrano in una degna cornice il tempio, del quale sono coeve, ma mostrano un dettaglio esecutivo decisamente meno accurato rispetto a quello della più rappresentativa architettura dello stesso edificio templare.

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