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Struttura

Marc Antoine Laugier, Essay sur l’architecture, Parigi, 1753.
(frontespizio). L’architettura indica, adagiata sui propri resti, la capanna primitiva.
Marc Antoine Laugier, Essay sur l’architecture, Parigi, 1753. (frontespizio). L’architettura indica, adagiata sui propri resti, la capanna primitiva.

Definizione – Etimologia

Dal lat. structura, da struo, disporre a strati, connettere, e poi apparecchiare quindi anche costruire, fabbricare, innalzare (affine al greco strónnym, poi stronnýo, e anche al gotico strau-ja, stendo, distendo, apparecchio), il termine struttura, in senso più generale, indica la costituzione e la distribuzione di elementi, tra loro funzionalmente correlati o interdipendenti, che formano un complesso organico o una sua parte. In questo senso, può designare il complesso stesso, o un suo componente, assumendo significati più specializzati nelle diverse accezioni scientifiche e tecnologiche.

In architettura, e nelle costruzioni in genere, si dice struttura (resistente o portante) di un manufatto (edificio o infrastruttura ma anche opera meccanica) la parte destinata ad assorbire i carichi e le azioni esterne a cui il manufatto stesso è soggetto durante la sua vita d’esercizio, mantenendosi entro i limiti di efficienza e resistenza ammissibili.

Generalità

In generale struttura è un corpo che, durante il proprio periodo di vita utile, sottoposto ad un sistema di forze applicate in punti diversi, riesca ad assicurare i livelli prestazionali per cui è stato progettato.

Si dicono elementi strutturali le porzioni costituenti questo stesso corpo, il cui comportamento, per quanto complesso, è riconducibile ad un modello risolvibile mediante semplificazioni.

In base alla geometria che le caratterizza, le strutture possono essere classificate, per convenienza, in strutture formate da elementi lineari e strutture formate da superfici (elementi bidimensionali). A loro volta, gli elementi lineari costituenti possono essere retti o curvi, e le superfici a semplice o doppia curvatura. Strettamente correlati a questa prima conformazione strutturale sono il materiale e il metodo con cui la struttura stessa è costruita. Molti materiali infatti sono naturalmente “a sviluppo lineare” (a esempio il legno) anche se è possibile adattarli al secondo tipo (“a superficie”) attraverso l’assemblaggio di più elementi. Altri materiali, come il cemento, possono adattarsi ad entrambe le forme geometriche, così come l’acciaio, principalmente utilizzato in elementi a sviluppo lineare ma anche assemblabile in “superfici”.

Una seconda fondamentale classificazione delle strutture si può fare considerando le caratteristiche di rigidezza dei suoi elementi strutturali. Gli elementi rigidi (tipicamente le travi) sono definibili come non soggetti ad apprezzabili deformazioni sotto l’azione di carico, differenziandosi quindi dagli elementi flessibili, o non rigidi (come i cavi) che hanno la qualità di assumere una certa forma sotto una data condizione di carico e di cambiare drasticamente la propria configurazione in seguito ad una variazione di tale condizione (mantenendo comunque la propria integrità fisica, indipendentemente dalla forma assunta). Per entrambi i tipi strutturali, l’azione generale del carico causa una deformazione nella struttura che solitamente può essere di allungamento o accorciamento.

Nelle strutture flessibili, soggette a forze di trazione, le deformazioni sono invariabilmente di allungamento, mentre la variazione di carico su strutture rigide può provocare sia allungamenti che accorciamenti. Spesso determinante per il comportamento atteso della struttura è il tipo di materiale utilizzato. Molti materiali, come il legno, sono naturalmente rigidi, mentre altri materiali, come l’acciaio, possono essere impiegati sia in forma rigida che flessibile. Alcune strutture poi, normalmente classificabili come rigide, in realtà lo sono solo sotto date condizioni di carico e al variare di tali condizioni possono diventare instabili e quindi tendere al collasso. Gli elementi strutturali “rigidi” includono travi, colonne, archi, lastre piane, lastre a unica curvatura e gusci di diverse curvature. Gli elementi strutturali non rigidi (o flessibili) includono cavi e membrane (piane, a singola o doppia curvatura).

Le strutture si possono anche classificare in base al materiale costituente pur se una rigida classificazione di questo tipo non tiene conto delle possibili combinazioni di materiale all’interno di una stessa struttura. In generale, nelle costruzioni edilizie (e civili in genere) con riferimento ai materiali costruttivi, si possono distinguere strutture a muratura portante, strutture in cemento armato (a sua volta gettato in opera o con elementi prefabbricati, precompresso), strutture in legno, strutture in acciaio e strutture miste.

Ogni struttura può considerarsi scomposta nei singoli elementi strutturali costituenti (travi, pilastri) che, assemblati in diverse combinazioni (telai, travi reticolari, cupole, gusci ecc.) formano lo scheletro dell’edificio o, più in generale, dell’opera architettonica.

Si dice sistema strutturale il particolare modo in cui gli elementi strutturali di un edificio (o in generale di un’opera architettonica o ingegneristica) sono assemblati per sopportare i carichi applicati e trasmetterli a terra, senza che siano superati gli sforzi consentiti dai materiali costituenti.

Principali tipi

I tipi base di questi sistemi possono essere continui o discontinui e, in base alla loro articolazione nello spazio, le strutture da questi derivate si possono classificare in alte, tozze e di grande luce (grandi aule di luce maggiore ai 30 m).

In base al proprio funzionamento e comportamento strutturale, le principali strutture si dividono in:

  • strutture in muratura portante (continue);
  • strutture a telaio;
  • strutture funicolari;
  • strutture reticolari;
  • strutture membranali (pneumatiche, tensostrutture);
  • gusci.

Telaio

Il telaio, nella definizione che ne da l’abate Laugier a metà del Settecento, rappresenta la struttura per eccellenza e dalle sue combinazioni in forme più complesse, geometricamente regolari, derivano le successive articolazioni strutturali. Telaio semplice è l’elemento strutturale composto da due ritti (pilastri, colonne) e da un traverso (trave) tra loro rigidamente connessi.

La struttura a telaio, costituita da un’orditura di travi e pilastri disposta secondo piani paralleli o pluridirezionata nello spazio, si ottiene dall’aggregazione di più telai semplici. A seconda delle modalità con cui gli elementi costituenti (orizzontali e verticali) sono legati tra loro si ha quindi il:

  • telaio a nodi rigidi;
  • telaio a nodi articolati ed irrigidimenti a maglia reticolare;
  • telaio con pareti di taglio (costituite da lastre rigide collegate all’ossatura);
  • telaio con nuclei irrigidenti (realizzati con più pareti di taglio o maglie reticolari).

Il primo tipo, a nodi rigidi, ben schematizza il comportamento di un telaio in cemento armato, che trova nella rigidezza il proprio fattore determinante. Quando è composto da elementi tozzi, il telaio è molto rigido e gli elementi hanno una rottura di tipo rigido (per taglio) mentre nel caso di elementi costitutivi snelli, la rottura avviene in modo duttile (per momento flettente), a condizione che i nodi siano rigidamente collegati. Per aumentare la rigidezza dei telai in c.a. generalmente si associano, all’articolazione strutturale di base, delle pareti rigide.

Il telaio a nodi articolati è proprio delle strutture metalliche, caratterizzate dalla duttilità complessiva. Il problema principale è quindi quello della stabilità della struttura.

In una struttura a telaio, realizzata in qualunque materiale, i carichi applicati sono sostenuti dallo scheletro che ha la proprietà di essere rigido senza che sia necessario l’inserimento di solai o muri di completamento. Materiali come legno, acciaio e cemento armato, resistenti sia a trazione che a compressione, sono i migliori per questo tipo di struttura, mentre gli scheletri in muratura, che non possono essere considerati rigidi senza muri di tamponamento, non possono considerarsi telai. Questo tipo di struttura, in legno, nell’articolazione a graticcio, completato da muri in cannicciato intonacato o in laterizio, si ritrova nell’edilizia base del Medioevo Europeo, mentre nelle sue declinazioni in acciaio e cemento armato ha rappresentato lo schema base della maggior parte delle strutture moderne, a partire dalla esaltazione dello scheletro privato delle parti non portanti, da parte di Auguste Perret, all’inizio del ‘900. In generale si può dire che un telaio ha un efficiente comportamento strutturale se ha le seguenti caratteristiche:

  • semplicità strutturale;
  • uniformità e simmetria;
  • iperstaticità (ridondanza e robustezza);
  • resistenza e rigidezza (flessionale e torsionale);
  • resistenza e rigidezza dei solai nel proprio piano e adeguatezza delle fondazioni.

Fra le strutture a telaio, la Balloon frame, o strutture a canestro, indica una particolare tipologia in cui sottili lastre e listelli in legno sono tenuti insieme solo da chiodature anziché dai tradizionali incastri maschio-femmina (sono dette anche struttura di Chicago, dalla prima struttura realizzata, Chiesa di St. Mary a Chicago).

Struttura reticolare

Si definisce sistema reticolare quello formato da un insieme di aste rettilinee, incernierate le une alle altre mediante nodi a formare una struttura portante stabile. Tale sistema, quando forma un’unica membratura nella quale una dimensione (lunghezza) è largamente preponderante rispetto all’altra (o alle altre nel caso tridimensionale), si definisce trave reticolare. In tale trave, che costituisce l’elemento base delle strutture reticolari più complesse, si dicono correnti le aste orientate nella direzione della dimensione maggiore della trave stessa mentre sono dette diagonali (o montanti) quelle orientate obliquamente o trasversalmente a tale direzione.

Una struttura reticolare ha per definizione il seguente schema statico: i nodi sono cerniere perfette; le aste sono prive di eccentricità e i carichi agiscono solo sui nodi perché le aste possano trasmettere forze solo alle loro estremità e in questo modo saranno soggette solo a sforzo normale, di trazione o compressione (il sistema è caratterizzato da forze concentrate applicate solamente sui nodi, altrimenti si svilupperebbero anche sforzi di flessione e taglio sulle aste), ottenendo un risparmio di materiale rispetto alle travi a parete piena. Le aste semplicemente tese sono dette tiranti mentre quelle semplicemente compresse si definiscono puntoni. La struttura trova la sua risoluzione statica nel semplice calcolo dello sforzo normale in ogni asta costituente il sistema reticolare, possibile utilizzando le sole equazioni di equilibrio e visualizzando le aste, che sopportano solo una carico assiale costante lungo la propria sezione, come altrettante bielle caricate agli estremi. Nel procedimento statico di risoluzione quindi si considera un’asta isolata ed il sistema di forze su di essa agente (sia forze esterne che azioni interne), applicando a tale asta l’equilibrio attraverso le equazioni cardinali. I metodi applicabili per la soluzione delle strutture reticolari sono essenzialmente due: il metodo dei nodi e il metodo delle sezioni (o di Ritter).

Struttura funicolare

Vengono dette strutture funicolari (es. ponti sospesi, struttura a nastro per tetti o passerelle) quelle composte dall’elemento strutturale lineare, generalmente composto da fibre intrecciate o attorcigliate (fune o cavo) in grado di sopportare sforzi di trazione.

L’elemento strutturale fondamentale (filo o fune), perfettamente flessibile, può essere sollecitato solo a trazione e non ha resistenza a compressione. Le strutture di supporto quindi devono essere in grado di applicare forze equilibranti ai suoi estremi.

Nei sistemi funicolari, le azioni agenti ne modificano la configurazione d’equilibrio, che dipende, oltre che dai carichi, dalla altezza della struttura (freccia) e dalla distanza tra gli appoggi o sostegni (luce). Risolvibili in generale per mezzo della statica grafica, attraverso cui è possibile valutarne spostamenti e sforzi, le strutture funicolari, in cui i carichi possono agire direttamente sul sistema principale o essere convogliati su questo attraverso elementi strutturali secondari, sono spesso irrigidite per limitare gli spostamenti della struttura stessa in seguito a variazioni di carico (che ne modificherebbero la configurazione). Tali irrigidimenti possono essere realizzati accoppiando alla fune principale (o al sistema di funi, nel caso di strutture più complesse) una struttura rigida o amplificando il rapporto tra le azioni permanenti e quelle variabili.

Struttura ad arco

Di funzionamento speculare alle strutture a fune è la struttura ad arco (e le sue derivazioni spingenti), la cui caratteristica fondamentale è data dalla propria curvatura. Specularmente alla fune, le forze agenti (peso proprio, predominante nelle strutture in muratura rispetto alle altre azioni) vengono trasmesse a terra da una sotto-struttura sulla quale l’arco stesso esercita una spinta orizzontale. Anche la forma ottimale della struttura ad arco, come nella fune, una volta fissate luce ed altezza in chiave, dipende dalla configurazione di carico agente e coincide con quella per cui la retta d’azione delle successive risultanti tra le sezioni (funicolare appunto, o curva delle pressioni) è, in ogni suo punto, coincidente con l’asse medio dell’arco (o almeno interna al suo terzo medio, sezione resistente nelle strutture in muratura). Al contrario delle strutture a fune, la flessibilità dell’arco, sollecitato solamente a compressione, deve essere molto limitata per mantenerne la stabilità.Struttura a membranaSi definisce struttura a membrana quella formata da una lastra sottile, la cui resistenza alle azioni è garantita dalla forma curva che essa assume sotto carico (paragonabile a quella della fune). Essa sopporta i carichi attraverso sforzi di trazione e, deformandosi, forma una freccia che le permette di sviluppare il necessario momento di trasporto (regime di membrana). Con due dimensioni prevalenti, sotto un dato carico assume una doppia curvatura (come un sistema di funi ortogonali) e i lati di un suo elemento infinitesimo assumono diversa inclinazione al variare della torsione, così come gli sforzi di taglio ai due lati opposti di un elemento, che danno luogo a una componente verticale che equilibra in parte il carico normale. Le tensioni resistenti sono tutte contenute all’interno della superficie e dipendono dalle caratteristiche geometriche del punto in esame (curvatura e torsione). Il problema della insita deformabilità e instabilità di tali strutture viene risolto attraverso irrigidimenti interni (ossature e costolonature) o anche sottoponendo la membrana a uno stato di pressione interna o ancora a una pretensione. Le strutture pneumatiche sono particolari strutture a membrana stabilizzate dalla pressione interna di aria compressa (leggermente maggiore della normale pressione atmosferica). Una rete di cavi irrigidisce la struttura, tenuta insieme da un anello rigido al colmo. Tali strutture, ottimali per coprire grandi luci, e messe in opera per la prima volta nel 1940 da Walter Bird, vengono spesso utilizzate per coprire piscine, campi da tennis o capannoni (spesso per esibizioni temporanee).

Struttura a guscio

Le strutture a guscio sono costituite da strutture piane sottili e curvate, con forma tale da trasmettere le forze applicate attraverso tensioni di compressione, trazione e di taglio agenti tutte nel piano della superficie. Sono caratterizzate da una dimensione (lo spessore) molto inferiore sia alle altre due dimensioni planimetriche, sia rispetto al raggio di curvatura. Parametro caratterizzante di una struttura a guscio infatti è il rapporto esistente tra il proprio spessore e il proprio raggio medio di curvatura (nel Pantheon romano tale rapporto è pari a circa 1/18 mentre nei gusci moderni arriva fino a 1/1000).

Normalmente realizzate in cemento armato con una maglia di acciaio (rete), la loro costruzione è iniziata nel 1920. Nelle strutture a guscio si ha l’identificazione di forma e struttura. La geometria della struttura infatti deriva direttamente dall’equilibrio locale tra carico ed azione interna, definendo quantitativamente il modo di reagire di questa struttura sotto carico. Un guscio sottile affida la propria resistenza alla rigidezza per forma.

Lo stato di sollecitazione di un guscio è prevalentemente nel piano (membranale) in cui si hanno azioni unicamente di trazione, compressione e scorrimento. Lo stato di sollecitazione membranale garantisce che tutte le fibre partecipino ugualmente alla trasmissione delle tensioni e alla resistenza della struttura, lavorando quindi nella maniera più efficace. Nei gusci sottili il comportamento membranale è prevalente rispetto a quello flessionale anche in caso di variazioni di carico. Un guscio normalmente non ha cambi di curvatura improvvisi, ha condizioni di vincolo compatibili; in queste condizioni una variazione di carico non uniforme (purché non brusca) non induce mai uno stato flessionale predominante e tra essi, i gusci con doppia curvatura sono più naturalmente predisposti ad assumere tale comportamento.

Si possono trovare gusci irrigiditi tramite costolonature che permettono di incrementare la resistenza della struttura aumentando il rapporto spessore/raggio di curvatura senza variarne la geometria complessiva.

La statica delle strutture

La branca della meccanica che studia la statica dei corpi riconducendola a forme strutturali note si dice statica delle strutture. Una struttura, in una data configurazione geometrica e di carico, si dice in equilibrio se è in equilibrio ognuna delle sue parti costituenti.

Il problema dell’equilibrio statico di una struttura è scomponibile quindi nel problema dell’equilibrio statico delle singole parti che la compongono, nelle cui relazioni fondamentali non intervengono solo le azioni esterne agenti sul singolo elemento ma anche le azioni interne (sollecitazioni) che i singoli elementi si scambiano tra loro.

Ai fini della soluzione del problema statico, i singoli elementi strutturali possono essere schematizzati come corpi rigidi, il cui equilibrio è risolvibile con le equazioni cardinali della statica, imponendo che siano nulli risultante e momento risultante delle forze applicate sul corpo stesso. Per ogni elemento si stabilisce un grado di libertà, definibile come il numero di parametri necessari a descriverne il moto o la quiete (nello spazio, il grado di libertà di un corpo rigido è pari a 6 – essendo possibili 3 traslazioni e 3 rotazioni – mentre nella riduzione al problema piano i gradi di libertà sono 3, vale a dire 2 traslazioni e 1 rotazione). In una composizione degli elementi strutturali, il grado di libertà del sistema è dato dalla somma dei gradi di libertà dei singoli costituenti, e altrettante sono le equazioni scalari necessarie alla soluzione del suo equilibrio.

Un sistema duale a quello degli spostamenti per il corpo rigido è rappresentato dai vincoli cinematici, definiti come impedimenti al moto stesso dei corpi.

In statica ci si riferisce a vincoli ideali, olonomi (che forniscono restrizioni alla sola posizione dei corpi), fissi (indipendenti dal tempo), bilateri e privi di attrito, che possono essere esterni (limitanti gli spostamenti assoluti) o interni (che limitano quelli relativi tra le parti di un sistema). Il grado di vincolo di un sistema strutturale è dato dal numero delle componenti di spostamento impedite (vincolate). In relazione alle componenti di spostamento impedite quindi ogni vincolo puo’ essere semplice, doppio, triplo, simulando poi un cedimento vincolare quando impone alla componente vincolata un valore dato, diverso da zero.

In meccanica, tali vincoli sono visualizzabili come altrettante “forze”, che modificano il moto di un sistema applicandogli altrettante reazioni vincolari. Una struttura si dice vincolata quando è soggetta a una serie di vincoli cinematici, con un grado di vincolo (m) pari al numero di equazioni algebriche lineari che servono per definire gli spostamenti del sistema (pari a n, grado di libertà del sistema stesso). Ne deriva che le strutture sono staticamente e cinematicamente determinate quando è possibile risolvere tale sistema di equazioni e, a seconda della relazione esistente tra i due parametri definiti (gradi di libertà, n, e gradi di vincolo, m) si hanno tre diverse tipologie di strutture.

Una struttura si dice isostatica se il grado di vincolo (m) è uguale al grado di libertà (n). Se tali vincoli sono ben disposti, cioè tra loro indipendenti, il sistema si dice staticamente determinato, esistendo una unica soluzione di equilibrio. Un sistema strutturale è labile quando il suo grado di vincolo (m) è inferiore a quello di libertà (n), ammettendo infinite soluzioni (sistema cinematicamente indeterminato) che dipendono dalla condizione di carico a cui il sistema stesso è soggetto, mentre una struttura iperstatica (con grado di vincolo superiore al grado di libertà) è sempre in equilibrio ma le condizioni di equilibrio sono in numero insufficiente a determinarne univocamente i valori delle reazioni vincolari. Essa risulta pertanto staticamente indeterminata (i=m-n, grado di iperstaticità).

Molto importanti sono le strutture isostatiche, prevalenti nella statica delle strutture, univocamente risolvibili mediante le sole equazioni di equilibrio. Per la valutazione della sicurezza delle strutture si utilizzano i teoremi dell’Analisi Limite, attraverso cui si determina il carico di collasso della struttura stessa, cioè quel valore di carico che, una volta raggiunto, determina la formazione di un numero di cerniere plastiche tale da rendere labile la struttura stessa.

Le ipotesi base dell’Analisi Limite vedono gli elementi strutturali con una dimensione prevalente rispetto alle altre (es. travi), la conservazione delle sezioni piane e l’induzione di spostamenti piccoli rispetto alle dimensioni dell’elemento stesso (effetti del second’ordine trascurabili), che coincidono con le ipotesi base della teoria elastica lineare. Ulteriori ipotesi di calcolo sono che ogni sezione della struttura possegga un momento flettente massimo (momento plastico) che corrisponde alla completa plasticizzazione, e che vicino alle sezioni in cui si determina questo momento plastico si formino delle cerniere plastiche concentrate in queste sezioni, dette sezioni critiche. La rotazione nelle cerniere plastiche poi non ha limiti. Non sempre si raggiunge il carico di collasso per un meccanismo globale della struttura, che può invece mostrare la propria crisi per collasso di una porzione della struttura stessa.

Altra schematizzazione utile è la simulazione della crescita delle intensità dei carichi applicati sulla struttura, per date condizioni, secondo un unico parametro detto moltiplicatore dei carichi. Sotto queste condizioni, uno stato di sollecitazione di una struttura è staticamente ammissibile se le condizioni di equilibrio, con i carichi applicati, sono soddisfatte, e se le azioni interne non superano in nessuna sezione della struttura i propri valori plastici limite. Si associa a tale stato di sollecitazione un moltiplicatore dei carichi, detto moltiplicatore statico. Analogamente si definisce moltiplicatore cinematico il moltiplicatore dei carichi associato al meccanismo cinematicamente ammissibile (quello per cui la struttura non è più in grado di opporre resistenza ad una data deformazione imposta). La ricerca di questo carico limite si basa sui teoremi fondamentali dell’Analisi Limite: teorema statico e cinematico, dovuti a Gvodzev (1954) (per le strutture) e a Greenberg e Prager (per le travature).

Strutture antisismiche

Una trattazione a parte è per le strutture antisismiche, progettate per prevenire il proprio collasso globale, preservare la vita e minimizzare il danno in caso di terremoto. I terremoti, infatti, esercitano una spinta orizzontale insieme a forze verticali e la risposta della struttura alle improvvise e casuali sollecitazioni è complessa.

Le strutture antisismiche assorbono o dissipano l’energia sismica ed il movimento da questa indotto attraverso una combinazione di strumenti: lo smorzamento diminuisce l’ampiezza delle oscillazioni di una struttura vibrante, mentre i materiali duttili (come l’acciaio) sopportano anche considerevoli deformazioni plastiche prima di arrivare al collasso. Gli edifici sismo-resistenti in c.a. possono distinguersi in struttura a telaio, a parete, miste telaio-parete e a nucleo.

Nelle prime strutture, la resistenza alle azioni verticali e orizzontali è affidata principalmente a telai spaziali; nelle strutture a pareti la resistenza delle azioni verticali e orizzontali è affidata a pareti singole o doppie; quelle miste in genere sopportano le azioni verticali attraverso il telaio e con le pareti quelle orizzontali, mentre quelle a nucleo sono composte da telai o pareti la cui rigidezza torsionale non è sempre superiore ad un valore minimo.

Le strutture sismo-resistenti in acciaio si distinguono in:

  • strutture intelaiate, composte da telai che resistono alle forze orizzontali con un comportamento prevalentemente flessionale (le zone dissipative sono principalmente localizzate in prossimità dei nodi fra travi e pilastri);
  • controventi reticolari concentrici, in cui le forze orizzontali sono assorbite principalmente da membrature soggette a forze assiali e dissipate nelle diagonali tese (controventi a diagonale tesa attiva, a V e a K);
  • controventi eccentrici, in cui la presenza di eccentricità permette una dissipazione di energia nei traversi (comportamento ciclico a flessione e/o a taglio);
  • strutture a mensola o a pendolo invertito, con le zone dissipative alla base e strutture intelaiate controventate.

L’attuale normativa antisismica per gli edifici esistenti prescrive un fattore di struttura (q) che tiene conto di alcuni coefficienti legati a tipologia strutturale (diversi valori a seconda che siano strutture a telaio, a pareti, miste telaio-pareti e a nucleo), classe di duttilità dell’edificio e sue caratteristiche di regolarità. Secondo tale normativa infatti le costruzioni devono conservare un livello minimo di protezione sismica, differenziato a seconda della loro importanza (fattore d’importanza, che amplifica l’intensità dell’azione sismica da adottare nella verifica agli stati limite di danno e di collasso) e del loro uso.

Bibliografia

Belluzzi O., Scienza delle Costruzioni, Bologna, 1953; Engel H., Atlante delle strutture, Torino 2001; Shoedek D.L., Structures, Englewood Cliffs, N.J., 1980.

Struttura

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