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Tatami

Definizione – Etimologia

Termine giapponese con il quale si indicano le stuoie in paglia di riso di forma rettangolare utilizzate come copertura del pavimento negli interni degli edifici tradizionali. Il nome tatami, già in uso nel periodo Heian, indica stuoie che si possono ripiegare ed impilare, dal verbo tatamu che ha tale significato.

Il tatami è costituito di tre parti: l’imbottitura toko, confezionata molto accuratamente con stoppie di paglia di riso rese uniformi, intrecciate e legate con una corda robusta, che raggiungono lo spessore di due o più pollici; il rivestimento esterno visibile omote; una stuoia di paglia igusa più o meno raffinata. Esso ha dimensioni variabili, ma comunque generalmente comprese tra i 180×85 cm e i 180×90 cm, ed uno spessore di 5-6 cm. In alcuni casi sono utilizzati anche i mezzi tatami, di 90×90 cm oppure 85×85 cm. I margini di ogni tatami sono squadrati e i due lati più lunghi sono orlati con una fettuccia larga di lino nero o cotone heri. L’ingombro del tatami corrisponde allo spazio occupato da un uomo sdraiato, e nel tempo diviene una vera propria unità di misura.

Generalità

La progettazione degli ambienti delle residenze giapponesi è spesso ricondotta ad un numero determinato di tatami in grado di scandire la struttura spaziale e funzionale degli spazi interni. Dalla lunghezza del lato maggiore del tatami deriva l’altezza dei fusuma, i tramezzi scorrevoli in traliccio di legno coperti da pesante carta opaca, e degli shoji, le porte di separazione esterne scorrevoli di grate di legno ricoperte di carta traslucida, in modo tale da garantire a chi siede sul pavimento uno schema costante e stabile di riferimento, a prescindere dalla dimensione dell’ambiente.

Per quanto riguarda la posa in opera, i tatami vengono semplicemente accostatati a costituire una superficie orizzontale modulare e per questo sono solitamente poggiati su una struttura lignea incrociata di supporto. La stanza con pavimento di questo tipo viene designata washitsu, mentre quando si parla di una stanza all’occidentale si usa la parola yōshitsu. Per lo svolgimento della tradizionale cerimonia del tè, il tatami può subire una particolare modifica che consiste nella rimozione di uno dei suoi angoli, per ricavare lo spazio necessario alla collocazione di un braciere; la buca quadrata prende nome di ro e la sua cornice robuchi.

Nelle discipline sportive come il Jūdō, il tatami è usato come materasso su cui cadere, di colore verde o rosso viene disposto anche per delimitare le aree di gara durante le competizioni agonistiche. I nuovi tatami, utilizzati per le arti marziali, hanno un bordo seghettato per incastrarsi meglio con quello accanto, sono realizzati solo con polimeri e hanno le due superfici di colore rosso l’una e verde l’altra. Il primo utilizzo del tatami, anche se in forme diverse da quelle storicamente consolidate, è da attribuire all’imperatore Shomu il quale durante l’ottavo secolo, periodo Nara, utilizzò una stuoia di paglia per dormire, ma solo dalla seconda metà del periodo Heian si diffuse l’usanza di stendere delle stuoie rotonde enza per sedersi in presenza di ospiti illustri, che, successivamente e fino al XV secolo, divengono delle stuoie lunghe goza utilizzate per dormire più comodamente. Fu nel XVI secolo, periodo Muromachi, nel feudo di Bingo che venne introdotto l’uso di steli di giunco per intrecciare tatami.

Per lungo tempo si cercò, da parte dei feudatari della zona di Bingo, di tenere segreta la tecnica di produzione dei tatami; infatti per la diffusione e l’utilizzo degli stessi nelle abitazioni della gente comune bisognerà attendere la fine del XIX secolo periodo Meiji, da questo periodo il tatami raggiunge la forma e l’utilizzo attuale: la stuoia dell’imperatore si trasforma in tatami, l’enza nello zabuton comodo cuscino imbottito, la goza nello shikibuton o futon comodo materasso disteso sui tatami. L’uso dei tatami si diffonde oltre nelle dimore dei nobili anche negli edifici religiosi, templi e monasteri buddisti e scintoisti.

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