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Tenda (progettazione)

1  Nera | Tenda | struttura

Definizione – Etimologia

Dal lat. tendere, tirare; lat. tentorium, tabernaculum, pelles (sp. tienda, che vuol dire anche “negozio”; fr. tente; ingl. tent; ted. zelt).

Riparo specializzato trasportabile e prefabbricato, tipico delle tribù pastorali transumanti dei deserti dell’Arabia, dell’Africa settentrionale e delle steppe dell’Asia centrale. Dal punto di vista statico, si distinguono in tende “proprie” e tende “improprie”. Nelle prime la stabilità è ottenuta “tirando” longitudinalmente con delle funi (fissate a terra tramite picchetti) un tessuto di lana sostenuto da uno o più pali e controventato lateralmente con altre corde trasversali. Nelle seconde invece, il manto di copertura, di pelli o di stuoie non resistenti a trazione, non partecipa all’assetto statico, ma è appoggiato passivamente su una struttura interna di pali che lo tengono sollevato. In entrambi i casi il risultato è quello di costituire uno spazio abitativo per attività pastorali in ambienti per lo più desertici, privi di risorse edilizie.

Tipologia di tende

La “tenda nera” dei Beduini d’Arabia (in arabo bedu vuol dire “abitante del deserto”) può essere considerata in tal senso una straordinaria invenzione tipologica. La sua origine antichissima è attestata dalla Bibbia. Si tratta sostanzialmente di un tessuto mobile di copertura (telo), di lana di capra o di cammello, che può essere arrotolato e trasportato al seguito delle mandrie. Il colore scuro che gli dà il nome (in realtà più vicino al marrone che al nero) ha lo scopo di schermare i raggi del sole e di proiettare al suolo un’ombra più consistente per creare all’interno una temperatura accettabile. Per realizzarlo, sono cucite affiancate delle strisce di lana, larghe quanto il telaio che le ha prodotte e lunghe quanto la dimensione della tenda. Sui lati corti del telo sono poi fissate delle maniglie di legno per le funi di trazione da ancorare ai picchetti. In modo analogo sui lati lunghi le funi di controventamento, le cui trazioni devono essere però esercitate tramite una o più (a seconda del numero dei pali, cioè della lunghezza della tenda) bande trasversali cucite in aderenza sotto il telo, per non strappare le connessioni tra le fasce. Tutto il peso del telo si scarica sui pali centrali (uno solo, al minimo, nella tenda elementare), sulla cui sommità sono in genere incastrati dei puntali arrotondati per evitare che l’attrito e la pressione buchino il telo. Altri pali inclinati sul fronte e sul retro migliorano la stabilità dell’assieme e garantiscono la fruizione dello spazio in posizione eretta. Cortine verticali di tessuto decorato a fasce (con valore simbolico per la famiglia e la tribù) sono appese per l’isolamento esterno e per la divisione interna tra zona notte (di pertinenza femminile) e zona giorno (di pertinenza maschile). Il montaggio della tenda è infine completato con dei tappeti distesi sul terreno a mo’ di pavimento.

Diverso è il caso delle tende “improprie” dei Tuaregh dell’Africa settentrionale: il telo di pelli animali – rispetto al tessuto di lana – ha un peso maggiore e una minore capacità di resistenza a trazione, con la conseguente necessità di supporti lignei d’innalzamento più numerosi e robusti. Da qui le molte varianti con strutture a telai affiancati e/o ad archi inflessi, variamente assemblati in relazione al tipo d’impianto (longitudinale in profondità o trasversale a vani affiancati) e alle differenti modalità di accesso.

Un caso particolare di tenda impropria è quella di stuoie delle tribù nomadi di lingua tigrè dell’Eritrea, caratterizzata dalla forma a carena di nave rovesciata, con la “poppa” sul fronte per l’accesso e la “prua” sul retro per l’appendice sporgente della cucina esterna. Forma decisamente singolare realizzata con una struttura di tre file di telai, che si dipartono centralmente da uno stesso piede: le due laterali incernierate a terra e divaricate a V, la terza, mediana, con i pali verticali decrescenti per seguire la linea a “chiglia” della trave di colmo.

Pervenuta nell’Asia centrale, quasi certamente a seguito dell’espansione islamica, la tenda nera si è qui gradualmente trasformata per adattarsi al nuovo ambiente geografico, come nel caso delle tende dei nomadi tibetani nelle quali l’orografia del terreno deve avere determinato lo spostamento dei pali all’esterno, per innalzare e ancorare ai picchetti le funi di trazione e poter agganciare il telo da fuori, mantenendolo in sospensione anche senza l’ausilio di supporti interni.

La yurta mongolo-turkmena si presenta sostanzialmente come una capanna-tenda, la cui diffusione, contrariamente alle precedenti, è avvenuta in modo uniforme e standardizzato nella steppa asiatica: si compone infatti di elementi prefabbricati smontabili, aventi tutti (quasi ovunque) più o meno la stessa forma e le stesse dimensioni. La sua struttura perimetrale, in legno, è ingegnosa, essendo costituita da un certo numero (generalmente sei) di settori curvilinei di asticelle di legno incernierate a losanga (per poter essere ripiegati e trasportati), sui cui vertici – una volta fissato a terra il traliccio cilindrico – si vanno opportunamente a innestare dei puntoni inclinati e arrotondati, incastrati superiormente all’anello terminale, che come un concio in chiave rinserra e chiude staticamente il sistema. Su tale armatura, leggera e al tempo stesso resistente, viene poi disteso un manto di copertura di feltri parzialmente sovrapposti (il feltro è un impasto colloso di peli animali pressati ed essiccati, impermeabile alla pioggia), tenuti per resistere al vento da bande di trazione gettate trasversalmente in diagonale, tra le quali è appesa una fune per l’apertura del telo superiore per l’aerazione e la fuoriuscita del fumo. Un giro di stuoie affisse esternamente al traliccio cilindrico, tende ad accentuare visivamente, con il cromatismo materico, la distinzione tra la zona di elevazione e di copertura, in perfetta sintonia con la matrice geometrica della tipologia cilindro-conica.

Bibliografia

Bidault  J., Giraud P., L’homme et la tente, Paris, 1946; Cataldi G. (a cura), Le ragioni dell’abitare, Firenze, 1988; Cataldi G. (a cura), All’origine dell’abitare, Firenze, 1986; Cataldi G. e AA.VV., Tipologie primitive. I tipi radice, Firenze, 1982; Faegre T., Tents. Architecture of Nomads, New York-London, 1979; Feilberg C.G., La tente noire. Contributions ethnographique à l’histoire culturelle des nomads, Copenaghen, 1944; Guidoni E., Architettura primitiva, Venezia, 1975; Oliver P. (a cura), Encyclopedia of Vernacular Architecture of the World, 4 vv., Cambridge UK, 1997.

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