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Territorio (urbanistica)

Definizione – Etimologia

Il termine deriva dalla voce dotta latina territorium composto dal sostantivo terra e dal suffisso locativo torium. Con la parola si definisce una porzione determinata di terreno con particolari caratteristiche morfologiche e climatiche, oppure una regione giurisdizionalmente soggetta a una stessa amministrazione.
In etologia, viene definita territorio l’area occupata da un individuo, o gruppo di individui, e difesa attivamente contro l’intrusione di altri soggetti della stessa specie, i cui confini vengono perciò marcati per mezzo di segnali chimici, acustici o visivi.

Generalità

In termini generali il territorio si può definire come un’estensione di terra, delimitata da un punto di vista geografico, soggetta a un regime amministrativo attraverso piani urbanistici, dal livello regionale a quello comunale, approvati e aventi piena efficacia giuridico-amministrativa. Il territorio è l’oggetto della pianificazione urbanistica generale: esso è una realtà tridimensionale e, ai fini urbanistici, si può descrivere come una figura bidimensionale poiché è rappresentato soprattutto attraverso la cartografia (secondariamente da dati statistici e descrizioni), ovvero da una proiezione bidimensionale della sua realtà; la terza dimensione è rappresentata, in cartografia, dalle quote.
In urbanistica e nella pianificazione territoriale è costituito dall’ambiente naturale, da quello antropico modificato dall’uomo e dalle relazioni e condizioni di vita che vi si svolgono e vi si sono consolidate nel tempo; si tratta di un concetto ampliatosi, in anni recenti, che definisce un sistema complesso di interazioni tra insediamento umano e ambiente inteso nelle sue varie trasformazioni designando quindi con il termine territorio l’esito di un processo di strutturazione e stratificazione dello spazio da parte della società insediata. Nel caso di piani di carattere attuativo non si può parlare di territorio come oggetto dei suddetti piani, bensì di area.

Processo formativo

Il termine usato essenzialmente nella sua accezione giurisdizionale-amministrativa, per cui come si legge nel Dictionnaire de la Langue Française del Littré è “un’estensione di terreno alle dipendenze di un impero, una provincia una città”, si è arricchito di nuove sfumature nel corso del XIX secolo. Il confronto fondamentale con l’etologia, infatti, ha portato a un concetto più complesso di territorio e di territorialità sviluppatosi soprattutto grazie alle nuove scienze sociali interessate all’analisi delle problematiche relative all’insediamento umano.
In particolare, l’osservazione dei processi di appropriazione, divisione e difesa di un determinato spazio nelle società animali è stata poi estesa ai fenomeni umani coinvolgendo biologia, psicofisiologia, antropologia e sociologia. L’indagine dei comportamenti territoriali delle varie specie animali hanno fatto emergere forme più o meno complesse di rapporti con il territorio sottolineando al contempo come in ogni caso la territorialità garantisca migliori probabilità di sopravvivenza della specie, da una parte assicurando la difesa del gruppo da parte di eventuali invasori, dall’altra sviluppando un efficace rapporto con le risorse.
Le analogie con la specie umana hanno portato a un dibattito sulla presenza innata del senso di territorialità nell’uomo così come sostenuto da Audrey e rifiutato invece dallo psichiatra Horowitz. L’apporto della psicologia ha introdotto nella definizione del concetto di territorio l’elemento percettivo. In sostanza nella formazione della territorialità acquista un nuovo significato l’esperienza dello spazio e il suo apprendimento. L’uomo dunque definisce il territorio in cui vive e si muove in parte attraverso i sensi e in parte attraverso una sorta di mitologia del luogo costituita da immagini mentali, rappresentazioni, raffigurazioni simboliche e racconti. Il pensiero, le credenze, i simboli di un gruppo trovano corrispondenza ed espressione sul territorio.
È proprio da questa origine sociale che scaturisce l’identità e l’attaccamento al territorio che non sono separabili da un insieme di rapporti sociali, credenze e abitudini.

Accezione moderna del termine

Il termine ha riscoperto una rinnovata vitalità in anni recenti in cui l’attenzione all’ambiente è cresciuta fortemente, ma già negli ’30 con la scuola di Chicago, e poi, definitivamente, negli anni ’50, si arrivò al completo superamento della nozione di regione e alla definizione di territorio come “sistema integrato di unità urbana”. Il concetto di landscape anglosassone ha poi condotto alla valutazione delle interazioni tra componenti antropiche e naturali del paesaggio mettendo in evidenza la necessità di tecniche di controllo e operative e di un processo di pianificazione per l’ambiente.
Nel Landscape Approach prevale una concezione di territorio basata sull’inventario e sulla caratterizzazione delle componenti costitutive, mentre nel Landscape Architecture, si ha una concezione integrata dell’uomo nell’ambiente naturale e si promuove una progettazione territoriale orientata ai valori paesaggistici consoni alle vicende storiche umane attribuendo importanza alla componente estetica. Gli studi sul paesaggio hanno fornito interessanti elementi di discussione intorno al concetto di territorio che viene definito come lo spazio di azione dell’uomo i cui segni andranno a costituire il paesaggio.
La distinzione fra i due termini è fondamentale soprattutto per la definizione e l’applicazione delle politiche urbanistiche. A tale proposito il geografo Lucio Gambi sostenne che non tutto lo spazio è territorio e non tutto il territorio è paesaggio evidenziando che solo un territorio costruito con cognizione e coscienza dai propri abitanti poteva essere definito come paesaggio. Il pensiero di Gambi mette in risalto la costruzione sociale del territorio che si realizza seguendo regole condivise in modo da raggiungere “un paesaggio” che presenti una identità definita traducibile in una riconoscibilità visiva. Il concetto è presente anche in Eugenio Turri che vede il paesaggio come risultante dell’interazione dell’uomo con il territorio, come “proiezione visiva di quel territorio, riconoscibile attraverso le sue forme fisiche e attraverso le opere che l’individuo o la società di cui è parte hanno inserito in quello spazio fisico” (Turri, 2002).
Il territorio, dunque, è lo spazio concreto dell’agire umano, “è una proiezione bidimensionale di un ambiente tridimensionale con tutte le sue condizioni biologicamente vitali in cui opera una data società” (Turri, 2002). Il suo trasformarsi è frutto di molteplici fattori, non solo fisici, su di esso si sedimenteranno le tracce di un operare economico, sociale e politico. Da ciò deriva che il territorio manterrà testimonianza della stratificazione dei cambiamenti in quanto elemento vivo di un rapporto giocato da un lato con le trasformazioni e le necessità della società che opera in quel determinato ambiente usandolo come mezzo di produzione e dall’altro con quello stesso ambiente naturale avente una sua storia e delle modificazioni che a loro volta incideranno sulla società. Per Magnaghi il territorio è un “soggetto vivente ad alta complessità” in quanto prodotto dell’interazione fra ambiente e uomo, il territorio dunque “non esiste in natura” se non come esito di un processo di territorializzazione. Tale processo prevede che l’uomo trovandosi in uno spazio geografico dotato di particolari caratteristiche morfologiche e climatiche, con specie animali e vegetali determinate, ma indifferenziato dal punto di vista antropico, inizierà a dare un valore alle singole componenti di quello stesso spazio geografico e lo strutturerà in un territorio.
Il territorio viene, dunque, inteso come un sistema complesso in cui si possono riconoscere elementi e relazioni significative che cambiano a seconda del punto di vista adottato, sarà quindi possibile definirlo come sistema di ecosistemi o complesso di risorse o ancora come luogo identitario, ma è comunque un risultato, un prodotto di processi nonché “esito di pratiche sociali che lo utilizzano (e lo reinterpretano) a partire da azioni e strategie di natura individuale e collettiva […] di una stratificazione sincronica di diversi “livelli” o layers relativi a una molteplicità di dimensioni (Pasqui, 2005).
Corboz afferma che “il territorio non è un dato, ma il risultato di diversi processi […] più o meno coordinati. Non si conforma solo secondo un certo numero di fenomeni dinamici di tipo geoclimatico. All’atto in cui una popolazione lo occupa […] essa stabilisce con lui un rapporto di tipo organizzativo, pianificatore e si possono osservare gli effetti reciproci di questa coesistenza. In altri termini, il territorio è oggetto di costruzione. È una sorta di artefatto. E da allora costituisce anche un prodotto […]. Il dinamismo dei fenomeni di formazione e di produzione persegue nell’idea di un perfezionamento continuo dei risultati, in cui tutto è correlato: individuazione più efficiente delle potenzialità, ripartizione più coerente dei beni e dei servizi, gestione più adeguata, innovazione delle istituzioni. Di conseguenza il territorio è un progetto […]. Per insediarvi nuove strutture, per sfruttare più razionalmente certe terre, è spesso indispensabile modificarne la sostanza in modo irreversibile. Ma il territorio non è un contenitore a perdere né un prodotto di consumo che si possa sostituire. Ciascun territorio è unico, per cui è necessario “riciclare”, grattare una volta di più il vecchio testo che gli uomini hanno inscritto sull’insostituibile materiale del suolo, per deporvene uno nuovo, che risponda alle esigenze d’oggi, prima di essere a sua volta abrogato” (Corboz, 1985).
Si evince, pertanto, come il termine territorio evochi uno spazio ben delimitato ovvero una porzione definita di terra e al contempo rimandi alla fitta rete di soggetti che operano e risiedono in esso; da un lato una concezione che sottende una staticità e determinatezza, mentre dall’altro si esalta la dinamicità propria di un sistema territoriale non più inteso solo come spazio geografico, ma soprattutto come spazio di interazioni. In tal senso il territorio è un processo di coincidenze/articolazione fra le prossimità geografiche, organizzative e istituzionali dove gli attori svolgono un ruolo di “mediazione-ibridazione fra locale e globale e partecipano in tal modo al processo di articolazione fra prossimità geografica e prossimità organizzativa” (Gilly, Torre, 1998); secondo il criterio dell’appartenenza il territorio va oltre precisi confini geografici, istituzionali, politici e amministrativi e viene di volta in volta ridefinito in relazione alle specifiche problematiche emergenti e/o potrebbe essere definito ridisegnando i confini delle relazioni di valore di una particolare categoria di attori e operatori locali.
La divisione amministrativa, quindi, è necessaria per stabilire le competenze, la residenza e tanti altri aspetti, ma non deve essere un limite nell’approccio di studio. In tal senso studiare il territorio, da un punto di vista urbanistico e paesaggistico, vuol dire leggerne gli elementi strutturali, antropici, naturali, storici, culturali, economici e sociali che hanno contribuito alla sua formazione e trasformazione attraverso un processo di stratificazione storica in cui l’azione umana e quella naturale si sono integrate, sovrapposte e talvolta sono entrate in conflitto; l’approccio maggiormente adottato è quello plurisistemico ovvero una lettura per “sistemi” che, nel campo della pianificazione, sia in grado di evidenziare le correlazioni e le interrelazioni esistenti tra i sistemi e tra i singoli elementi di questi affinché una corretta lettura integrata possa restituire la conoscenza critico-analitica del territorio stesso e avviare le riflessioni sul progetto di territorio. L’osservazione dei mutamenti e delle trasformazioni territoriali contemporanee ha recentemente introdotto il concetto di metropolizzazione del territorio o di territorio metropolizzato: con questo termine si esprime in modo sintetico un insieme complesso di fenomeni che caratterizzano il rapporto tra città e sistemi insediativi-infrastrutturali contemporanei, da un lato, e territori naturali e agricoli dall’altro con le relative complesse e molteplici problematiche. Si tratta della “nuova città” a geometria variabile, la cui dimensione geografica non coincide più con quella amministrativa, formatasi negli ultimi anni con un’esplosione della diffusione insediativa che ha investito nuovi territori, nei quali si registrano squilibri territoriali tra le parti, assenza di spazio pubblico riconoscibile, dominanza assoluta della mobilità automobilistica.
La dilatazione del sistema insediativo-infrastrutturale con caratteri di dispersione e diffusione, rispetto alle tradizionali e consolidate forme compatte derivanti da fattori di localizzazione prevalentemente legati alla gerarchia, alla distanza, ai valori della rendita fondiaria rispetto all’accessibilità dei centri, ha prodotto effetti di frammentazione territoriale con relativi problemi legati al consumo di suolo.
All’interno di questi recenti fenomeni territoriali legati soprattutto alle forme dell’abitare contemporaneo, è di particolare interesse la definizione di territorio lenti: si tratta di territorio che seppur rappresentati e individuati come vuoti, privi di un dominante carattere urbano e/o di significative emergenze ambientali, delineano ambiti del territorio caratterizzato da uno sviluppo lento e plurisettoriale, dove attività agricole solo parzialmente rilevanti si integrano con forme poco conosciute di attività produttive ed emergenti pratiche turistiche.
Sono nuove modalità dell’abitare contemporaneo e di fruizione di porzioni di territorio italiano, che prefigurano forme paesistico-insediative alternative/complementari a quelle urbano-metropolitane concentrate, a quella agricolo-intensiva, alle differenti forme di sviluppo intensivo nonché alla città diffusa; esse propongono una combinazione di agricoltura, industria leggera e sviluppi turistici a bassa densità (es: colline e bassa montagna emiliana e marchigiana, area della bonifica del grossetano, area della bassa bresciana e mantovana) che, nel mantenere e miscelare alcuni elementi originari del mondo rurale con i nuovi assetti urbani, denunciano uno stile di vita emergente praticato da segmenti di popolazione interessati a una diversa idea di sviluppo.
Le pratiche dell’abitare che si registrano sullo sfondo dei territori lenti reinventano e sperimentano possibili percorsi di riattivazione economico-sociale e paesaggistica dei territori:

  1. la reinterpretazione dei luoghi attraverso il ritorno nei cosiddetti “luoghi dell’abbandono” e riuso dei centri storici a opera di immigrati di ritorno, di immigrati nuovi e di segmenti di popolazione disposti a rilocalizzare la loro residenza;
  2. recupero/dialogo con la storia attraverso il riuso ad altra funzione di manufatti e borghi storici come esperienza di reinvenzione e riscoperta di pratiche locali con significativi innesti innovativi funzionali;
  3. sperimentazione di nuove forme di comunità, partecipazione e coesistenza attraverso modalità di gestione collettiva dei beni pubblici ambientali come segno di radicamento sia nel senso di ricostituzione dello spazio dei legami familiari sia come insieme di quei processi che, a partire dall’insediamento, avviano percorsi evolutivi del territorio.
Bibliografia

Carbonara L., Le analisi urbanistiche, Roma, 1991; Corboz A., Il territorio come palinsesto, in «Casabella», n. 516/1985; Devoto G., Oli G.C., Dizionario della lingua italiana, ad vocem, Firenze, 2003; Gilly J.P., Torre A., Prossimità: Dinamica industriale e Territorio. Studi Francesi, Special issue, in «L’Industria», n. 3/1998; Golinelli C.M., Il territorio sistema vitale. Verso un modello di analisi, Torino, 2002; Magnaghi A., Il progetto locale, Torino, 2000;  Pasqui G., Territori: progettare lo sviluppo, Roma 2005; «Territorio» n°34/2005; Turri E., La conoscenza del territorio, Venezia, 2002.

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