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Territorio

Quadro ciclico delle componenti territoriali della penisola italiana (G. Cataldi, 2005).
Quadro ciclico delle componenti territoriali della penisola italiana (G. Cataldi, 2005).

Definizione – Etimologia

Dal latino territorium (francese territoire, inglese territory), derivato a sua volta da terra tramite territor, possessore della terra. È illuminante in tal senso la definizione di S. Muratori (1967): “Il territorio come patrimonio totale compiuto è realtà, la realtà, cioè il costrutto positivo ed univoco della collaborazione di uomo e natura, nostra condizione di esistenza, ma anche nostro patrimonio insostituibile e però anche perdibile, almeno nel senso di patrimonio civile, concresciuto con la civiltà in una disciplina insieme naturale e umana, idoneo a ospitare e sostenere la civiltà fintanto che quella continuità di disciplina duri. Entro il limite di quella realtà e di quella disciplina c’è la possibilità, il futuro possibile, la verità morale e la libertà stessa dell’uomo; fuori c’è solo l’errore e lo scacco, l’illusione, l’alienazione e il non senso”.

Nella più ampia valenza semantica, il termine territorio include i significati specifici di sinonimi quali “luogo”, “mondo”, “contesto”, “ambiente” e “paesaggio”, le cui nozioni possono pertanto contribuire a delinearne compiutamente i contenuti concettuali. Il territorio come “luogo” (dal latino sostantivo locus; avverbio illoc, là, colà, in quel luogo) indica una porzione anche assai ristretta di superficie terrestre, i cui caratteri identitari (il cosiddetto genius loci), sia sotto il profilo naturalistico che insediativo sono tali da consentire di riconoscerla, designarla con un toponimo e delimitarla con dei segnacoli.

Con il termine “mondo” (includente forse non a caso il significato sacrale e igienico di “pulizia”), la centralità puntiforme del concetto precedente s’inverte fino a includere circolarmente l’intero globo terrestre. Indicativa a proposito l’assonanza terminologica della formula latina urbs et orbs, designante nel linguaggio pontificale il centro rituale della città eterna e la sua orbita ecumenica di riferimento territoriale: retaggio presumibile della tecnica indo-europea del mundus, con cui gli antichi, con un palo infisso e un solco circolare tracciato attorno con una corda, riuscivano a individuare la croce celeste “orientata”, proiettandone all’orizzonte i punti cardinali: operazione assunta nelle principali civiltà urbane come atto sacrale di fondazione della città e del suo territorio di pertinenza (ager, centuriazione).

Il termine “contesto” (dal latino cum-textum, tessuto assieme) richiama la trama collettiva dei tessuti fondiari (edificati e non), la cui primigenia ripartizione in lotti – in regime ereditario privatistico – tende di norma a conservarsi come struttura di sostrato, così da condizionare in varia misura le successive trasformazioni. La parola “ambiente” (dal latino amb-ire, andare intorno) si riferisce genericamente alla capacità di una determinata area territoriale di essere riconosciuta per l’omogeneità dei suoi caratteri distintivi. Richiede in tal senso una qualifica geografica (ambiente alpino, padano, lagunare, collinare ecc.) o più specificatamente culturale (ambiente urbano, edilizio, veneziano, romano ecc.). Il termine moderno “paesaggio” (dal francese paysage: da pays, paese, derivante a sua volta dal latino pagus, villaggio) nasce nel Seicento come filone pittorico e si consolida in epoca romantica con il giardino paesistico inglese: i cui giudizi, fondati sui parametri soggettivi del “bello” e del “sublime”, si riferiscono chiaramente ai caratteri percettivi estetici del territorio.

Per delineare compiutamente la complessità polisemantica della definizione di territorio, ricorriamo (dopo i sinonimi) alle metafore di “matrimonio”, “risorsa”, “patrimonio” e “palinsesto”. La prima, “matrimonio” (la dote della madre?), evoca il rapporto simbiotico basale che lega indissolubilmente il genere umano alla natura: definita in tal senso a volte “madre” e a volte “matrigna”, poiché ci sostiene, ci contiene e ci alimenta, ma ci costringe anche, con i suoi condizionamenti e le sue manifestazioni (talora catastrofiche), a rinnovare continuamente la sfida per la sopravvivenza territoriale. Con la “materia” essa ci consente anzitutto di produrre strumenti sempre più performanti, la cui forma (prima ancora di essere sperimentata funzionalmente) nasce però nella mente di qualche essere umano. Nei limiti ineludibili dello spazio-tempo, la natura costituisce insomma la nostra unica “risorsa” materiale (dal francese re-source, fonte perenne che si rinnova). La dobbiamo perciò conservare, tramandare e averne cura come “patrimonio” (l’eredità del padre?) collettivo della storia dell’umanità. Da qui la metafora conclusiva di “palinsesto” (dal greco pálin-, di nuovo, e psáō, io raschio), assimilante il territorio a un gigantesco supporto cartaceo, capace di includere e registrare la successione temporale delle varie civiltà che vi hanno fisicamente impresso i segni del loro divenire storico: come in una sorta di libro mastro non falsificabile, i cui capitoli sono di norma costituiti dalle varie “scritture” generazionali che, in assenza di crisi traumatiche (civili e/o naturali), presuppongono in qualche misura una logica di continuità tra strutture ereditate e assetti successivi. Il che lascia intravedere la possibilità di cogliere scientificamente il senso complessivo della storia di un territorio, per proiettarlo come “storia operante” nelle nuove pianificazioni: trasferendo così dialetticamente ragionamenti e ipotesi dal piano della lettura a quello del progetto, per scrivere con maggiore consapevolezza – conoscendone la trama – il capitolo territoriale di nostra competenza.

La scienza del territorio

In relazione a tale prospettiva, proviamo a delineare ipoteticamente quale potrebbe essere l’assetto metodologico della nuova disciplina. Il quadro che qui proponiamo è la versione consolidata di precedenti ipotesi di lavoro (Cataldi, 1977; 2005), derivanti dall’approccio teorico di Saverio Muratori (Muratori, 1967), da considerare in tal senso l’iniziatore di questi studi. Per la sua impostazione, occorre rifarsi al carattere olistico onnicomprensivo della definizione di T., che, in quanto prodotto simbiotico del rapporto primigenio uomo-natura, postula la convergenza in esso dei due grandi filoni delle scienze umane e naturali.

L’organismo territoriale e le sue componenti strutturali

Ciò che deriva da un rapporto tra organismi non può che essere considerato “organismo”. Cioè un complesso di strutture in continuo divenire per le incessanti trasformazioni operate su di esso dai due fattori interagenti del soggetto e dell’oggetto: fenomeno oggi facilmente verificabile, monitorando per un certo periodo “dall’alto” una determinata regione con una telecamera satellitare. Tale ovvia constatazione determina tuttavia il capovolgimento concettuale del tradizionale punto di vista architettonico, caratterizzato dalla visione prospettica “dal basso” del manufatto edilizio. Alla scala del territorio gli edifici (anche quelli dei grandi architetti) sono visti topograficamente “dall’alto”: tendono cioè ad appiattirsi, a perdere la propria consistenza tridimensionale e, con essa, la possibilità di essere apprezzati individualmente nella loro peculiarità formale e stilistica. In compenso però ogni edificio può essere considerato scalarmente, non più come un fatto isolato, ma come parte integrante di aggregati edilizi più ampi e inclusivi (villaggi, contrade e isolati), costituenti a loro volta i tessuti di quell’organismo collettivo ancora più complesso chiamato città.

Con un ulteriore salto di scala, è possibile far confluire le tre classi precedenti – edifici, aggregati e città – nella categoria degli insediamenti, che rappresenta la principale componente dello studio di un territorio. Ne consegue perciò, sul piano teorico, che ogni fenomeno insediativo, anche considerato isolatamente, come componente organica elementare, non può mai prescindere dal suo intorno territoriale: dentro il quale la sua posizione, più o meno baricentrica o marginale, chiama in causa il quesito prioritario della scelta originaria del sito (perché proprio lì?), che non dipende evidentemente dal grado scalare dell’insediamento considerato – sia esso una casa, un paese, una città, una capitale di nazione.

Da qui l’importanza dei confini, che in quanto sistemi chiusi di linee perimetrali definiscono nello spazio geografico la forma complessiva di un determinato organismo territoriale, sinteticamente rappresentativa delle sue trasformazioni storiche, avvenute di norma con il trasferimento dai confini originari naturali a quelli amministrativi attuali. Insediamenti e confini sono a loro volta integrati e connessi dalla rete dei percorsi, che rappresentano in generale le linee direzionali dei flussi antropici di collegamento tra i nuclei abitati entro i limiti delle “porte” di accesso (valichi e approdi marini). Ai fini del loro studio (percorso) occorre porsi anche in questo caso il quesito dei percorsi di adduzione: particolarmente importanti nelle fasi formative d’impianto, quando cioè i primi gruppi umani – oltre che i luoghi insediativi di stazione – dovevano prim’ancora raggiungere le aree di caccia e di raccolta per soddisfare le necessità alimentari della comunità. Con il passaggio definitivo alla fase sedentaria, le fasce marginali ai percorsi sono di norma frazionate in lotti di proprietà, che costituiscono nel loro complesso i tessuti agrari, l’ultima delle componenti “essenziali” sempre presenti in un organismo territoriale.

Storia del territorio

L’analisi delle componenti strutturali di un territorio richiede sempre di essere finalizzata al momento della sintesi processuale. Che consiste essenzialmente nella ricostruzione congetturale delle dinamiche geo-temporali di trasformazione del territorio, i cui meccanismi, più che ai processi naturali, sono dovuti in misura maggiore all’opera dell’uomo – sempre proteso al soddisfacimento continuativo delle sue necessità vitali e alla ricerca del proprio benessere. Nessuno sarà mai in grado di accertare come queste trasformazioni siano avvenute, a meno che da qualche altro mondo civiltà più antiche ed evolute della nostra non le abbiano registrate in un archivio informatico – eventualità futuristicamente remota. Al momento non possiamo fare altro perciò che ricorrere – soprattutto per le fasi originarie – a determinate ipotesi formative: la cui verifica dipende non tanto dal grado di compatibilità con gli assetti attuali archeologicamente documentati, quanto (soprattutto) dal grado complessivo di plausibilità dello scenario storico derivante dalla “lettura”.

La teoria dei crinali

La teoria che sta alla base della scienza del territorio è la teoria dei crinali di S. Muratori, da lui concepita nel corso degli studi sulla storia di Roma (Muratori e altri, 1963) e formulata in seguito in Civiltà e territorio (Muratori, 1967), come introduzione all’atlante inedito sulla storia territoriale delle ecumeni civili (Muratori e altri, 1973, tavole senza testo). Tale teoria sostiene che la prima strutturazione del territorio sia avvenuta in generale utilizzando sistematicamente la rete naturale dei percorsi di crinale: i cui tracciati, per la maggior parte ancora esistenti e facilmente individuabili sulle carte, offrivano una serie di numerosi vantaggi per le migrazioni dei primi gruppi umani che li percorrevano a piedi. Tra i quali, tra gli altri, potersi orientare dall’alto, non impantanarsi nelle pianure alluvionali, aggirare in mancanza di ponti il corso dei fiumi, che costituivano pertanto i confini primitivi naturali invalicabili. Da qui anche l’ipotesi che i crinali più lunghi e importanti (continentali e peninsulari), sottoposti al continuo stillicidio migratorio, abbiano mantenuto per lungo tempo la funzione di pura percorrenza: così da distinguersi dai crinali laterali insediativi di diramazione, terminanti nei promontori alla confluenza tra due corsi d’acqua.

È questa la posizione tipica della maggior parte dei centri medievali dell’Italia centrale (quasi tutti però in precedenza etrusco-italici e romani), che devono con ogni probabilità la loro persistenza proprio a tale collocazione “di testata”, in quanto aree di rifugio protette su tre lati. Il crinale adduttore svolgeva all’esterno, sul lato rimanente, la funzione di “percorso matrice” per le prime rudimentali forme di attività agraria, presumibilmente praticate sui fianchi disboscati del promontorio. Le aree in pendio coltivate “a ritto-chino” per un numero limitato di stagioni erano frazionate in lotti orientati secondo le linee di massima pendenza, dando luogo ai caratteristici tessuti poderali “a penne” propri di questa fase originaria (campione esemplificativo di fase: il territorio etrusco tra Tevere e Arno). La fase successiva di “mezza costa” ruota per così dire di novanta gradi la direzione prevalente dei crinali secondari insediativi, i cui centri di promontorio sono collegati ora direttamente – come le perle di una collana – da un controcrinale. Un tipo di percorso più evoluto dal punto di vista strutturale (necessitando ai margini di opportuni muri di contenimento), il cui tracciato tende a seguire di norma una determinata curva di livello a quota inferiore rispetto al crinale di pura percorrenza, che viene così declassato della sua funzione di elemento unificante del “pettine” insediativo di crinale.

La progressiva occupazione antropica delle mezze coste tramite uno o più di questi percorsi di “cornice” ha come conseguenza lo spostamento dei confini dell’organismo territoriale, che comprende ora, dal crinale principale al fiume, un intero versante vallivo. Con nuove forme d’insediamento e di tessuto agrario, che tendono a modellare il terreno acclive in gradini terrazzati, la cui onerosa costruzione richiede nel tempo una manutenzione costante (campione esemplificativo di fase: Genova e la Liguria). La fase successiva si attua con la presenza unificante dei percorsi di fondovalle, realizzati di norma lungo il corso del fiume principale al centro della valle. La tecnica costruttiva risulta in questi casi ancora più impegnativa della precedente, poiché le sostruzioni marginali devono da un lato essere più robuste per resistere alle piene e dall’altro, in corrispondenza dei torrenti laterali, devono prevedere una serie di ponti per consentire il transito di carri per il trasporto merci. I confini territoriali abbracciano ora l’intera vallata da crinale a crinale; i tessuti poderali di fondovalle (ortogonali al percorso matrice) con pratiche irrigue di coltivazione più evolute sono notevolmente più produttivi di quelli terrazzati di mezzacosta. Gli insediamenti tipici si trovano in basso lungo la riva del fiume nel versante con la migliore esposizione solare: al loro sviluppo assiale si contrappone, in taluni casi – in corrispondenza di un guado o di un ponte –, un percorso trasversale intermedio di collegamento con gli insediamenti dell’altro versante. I centri principali sono di norma ai capi opposti della vallata, a controllo del varco di accesso dalla pianura e del terminale di alta valle, da dove in genere si dipartono i percorsi di risalita per i valichi di frontiera (campioni esemplificativi di fase: Aosta e la Val d’Aosta, Trento, Bolzano e il Trentino-Alto Adige).

La fase successiva del processo territoriale implica da parte dell’uomo uno scatto decisivo dei meccanismi mentali, dovuto non tanto all’incremento dimensionale del territorio antropizzato, quanto alla necessità di mettere in campo per la prima volta la facoltà autocosciente del “progetto”. Capacità previsionale, già parzialmente sperimentata nella fase di fondo valle, divenuta ora indispensabile per la “pianificazione” delle grandi pianure fluviali a opera delle cosiddette “civiltà idrauliche”. Per il mondo occidentale tale ruolo è stato svolto dai Romani, che hanno sottoposto per un lungo periodo le regioni del loro Impero alla pianificazione del territorio (centuriazione). I loro piani coloniali costituivano in concreto l’attuazione di una politica lungimirante, tesa a consolidare le conquiste militari. Con due strategie, a breve e a lungo termine, contemplanti, la prima, l’assegnazione di nuove terre da coltivare agli stessi veterani in congedo e, la seconda, la possibilità di concedere in prospettiva la cittadinanza romana alle popolazioni sconfitte, per smorzarne il risentimento e coinvolgerle nel progetto ecumenico dell’Impero.

Cenni sulla pianificazione romana

Senza entrare nelle problematiche specifiche della pianificazione romana, basterà qui accennare ad alcuni temi necessari per la comprensione delle modalità attuative della fase di pianura, riguardanti in particolare la dialettica emergente tra l’impianto cardo-decumanico orientato secundum caelum (direzioni nord-sud, est-ovest) e quelli successivi orientati secundum naturam. Il primo serviva anzitutto per la redazione di mappe dette formae, realizzate presumibilmente con le tecniche del mundus e della quadratura (centuriazione): mediante cioè una serie di allineamenti, squadri e triangolazioni progressive, il territorio era sottoposto virtualmente a un sistema modulare geodetico di grandi maglie quadrate fissate ai vertici sul terreno mediante cippi sacri inamovibili. Una sorta di griglia ortogonale di paralleli e meridiani che, opportunamente ridotta di scala, consentiva la rappresentazione planimetrica (relativamente precisa) delle preesistenze naturali e antropiche (crinali, fiumi, linee di costa, preesistenze viarie e insediative). Con tutte le indicazioni necessarie per definire inizialmente il progetto incentrato su Roma delle vie consolari, che dopo la conquista sarebbero andate a sostituire le vie militari di crinale. Il loro tracciato era concepito sulle mappe dapprima come una linea retta tra i punti di partenza e di arrivo, che andava assumendo in seguito, in fase esecutiva, l’andamento di una spezzata, per aggirare gli ostacoli e le asperità orografiche: i suoi segmenti, variamente orientati, erano presumibilmente stabiliti “a tavolino” sui vertici della maglia geodetica.

Con criterio analogo erano concepiti gli agri colonici quadrati, che costituivano nella mente degli agrimensores il cosiddetto “tipo territoriale”, cioè il principale standard modulare della pianificazione romana. Notoriamente impostato su due assi ortogonali: quello principale, detto kardo, coincideva di norma con un rettilineo di una via consolare, che con il suo angolo di declinazione solare ne veniva perciò a stabilire l’orientamento d’impianto; quello trasversale, detto decumanus, fungeva invece da percorso matrice per la scansione degli assi secondari, paralleli e ortogonali, con cui erano successivamente delimitati confini e tessuti. L’orientamento degli agri colonici era però anche legato a motivi idraulici, per indirizzare le acque meteoriche lungo le linee di massima pendenza e consentire il prosciugamento delle bassure e l’irrigazione dei campi. La rete dei percorsi locali correva sui margini delle maglie interne dei sottomultipli quinari dell’ager quadrato di dodici miglia (i cosiddetti saltus, suddivisi a loro volta in centuriae: metrologia).

Gli insediamenti, tendenti anch’essi alla forma quadrata, erano posti a controllo dei nodi stradali e distribuiti gerarchicamente a seconda dei ruoli funzionali (municipia, coloniae, fora, castra, vici, pagi); ciascuno di essi disponeva di un’area di pertinenza, computabile ai fini catastali per la riscossione dei tributi. Ogni superficie utile finiva perciò per essere sottoposta al controllo dello Stato: con un alto grado di rendimento e con effetti di lunga durata nel territorio italiano, i cui assetti sono ancora oggi in buona parte dipendenti dalle “strutture permanenti di sostrato” della pianificazione romana (campione esemplificativo di fase: le città della via Emilia e la regione Emilia-Romagna).

La ripianificazione

Con la strutturazione delle pianure, il processo territoriale ha esaurito lo spazio geografico solido a disposizione dell’uomo. Per potersi ulteriormente sviluppare, non può che ripercorrere a ritroso le fasi precedenti, pianificando progressivamente le ex aree di formazione spontanea, dai fondovalle alle mezze coste ai crinali. Con un moto pendolare, che – proiettato fino a noi – sembra aver compiuto due volte un giro completo di andata e ritorno, potendosi alla fine delineare la seguente scansione ciclica:

  1. Ciclo spontaneo d’impianto (da monte a piano: processi pre-romani di formazione);
  2. Ciclo pianificato di consolidamento (da piano a monte: processi di romanizzazione);
  3. Ciclo spontaneo di riuso (da monte a piano: processi post-romani di medievalizzazione);
  4. Ciclo pianificato di consumo (da piano a monte: processi di modernizzazione).
Bibliografia

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