Tiburio | Wikitecnica.com

Tiburio

Milano, Sant'Ambrogio, vista del tiburio.
Milano, Sant'Ambrogio, vista del tiburio.

Definizione – Etimologia

Il termine deriva dal latino medievale tiburium (grotta), tramite tigurium e la variante tugurium, che assume il senso di edicola sacra, anche probabilmente con l’influsso del termine ciborium (ciborio). L’espressione corrente nell’italiano moderno individua una struttura muraria a pareti rette, coperta da tetto, che può rivestire un’altra struttura di copertura interna, solitamente di tipo spingente (cupola, volta).

Generalità e sviluppo storico

Le pareti del tiburio possono avere, a seconda del perimetro di imposta o della luce libera del vano che devono coprire, pianta quadrata, poligonale, circolare o polilobata, e assumere, quindi, solitamente un volume esterno prismatico o cilindrico; il tetto, di conseguenza, può essere piramidale o conico. Trattandosi di pareti verticali, le murature perimetrali del tiburio possono essere agevolmente forate da aperture, o possono essere articolate con diversi sistemi di finestre, diaframmi e gallerie; il tetto, inoltre, può presentare una lanterna di coronamento (peraltro, talora oggetto di interventi posteriori). Considerando che il tiburio è particolarmente utilizzato per le crociere centrali di edifici con pianta a croce latina o greca, o per edifici a pianta centrale, solitamente funge da torre luminosa collocata in corrispondenza dei poli liturgici principali della chiesa.
La sua diffusione è già ampia in età paleocristiana e bizantina, fungendo da rivestimento dell’estradosso di volte o cupole realizzate in materiali leggeri o deperibili; il primo caso ravennate è la copertura centrale a pianta quadrata del sacello presso Santa Croce (il cosiddetto mausoleo di Galla Placidia, prima metà V sec.), mentre si perviene a esiti monumentali con l’ottagono del San Vitale (prima metà VI sec.). Nell’architettura pre-romanica e romanica i tiburi consentono la realizzazione di strutture di copertura in muratura, di sempre maggiore complessità: considerando i battisteri a pianta centrale, andiamo infatti dalle prime sperimentazioni lombarde e padane (da Lomello, VII sec., ad Agliate, Novara e Agrate Conturbia), fino ai casi eccezionali dei battisteri di Firenze, Parma e Cremona; analizzando invece le crociere delle chiese basilicali.
L’esempio romanico più celebre è il tiburio di Sant’Ambrogio a Milano, eretto su trombe nella quarta campata della navata, in corrispondenza dell’altare; le strutture murarie sono articolata in sequenze di gallerie su colonnine e archi, forate da aperture, secondo modalità ampiamente diffuse nel romanico, in particolare lombardo (San Fedele di Como, San Babila a Milano, duomo di Piacenza), ma non solo (San Donato a Genova, Duomo di Caserta Vecchia). L’articolazione dei corpi orientali dei grandi cantieri centro-europei romanici porta a una sintassi costruttiva che affianca tiburi slanciati e torri absidali (cattedrali di Spira, Worms, Tournai). Sviluppi verticali dell’articolazione volumetrica della crociera, all’intersezione di navate e transetti, possono condurre dal tiburio alla torre nolare, sviluppata su più livelli (architetture monastiche come San Fruttuoso, Moribondo, Chiaravalle Milanese).
Anche nella cultura costruttiva gotica il tiburio conserva un ruolo decisivo nella soluzione della crociera centrale di edifici complessi. Il dibattito forse più interessante è relativo alla costruzione del tiburio del duomo di Milano (ultimo decennio del Quattrocento), in cui intervengono i protagonisti della cultura tecnica e artistica europea, dal tedesco Giovanni Nexemperger, ai centro-italiani Leonardo da Vinci, Donato Bramante, Francesco di Giorgio Martini e Luca Fancelli; il concorso, tuttavia, premierà la soluzione più vicina alla tradizione lombarda solariana, proposta da Giovanni Antonio Amadeo e Gian Giacomo Dolcebuono.
Il tema del tiburio resta profondamente inscritto nell’architettura milanese e lombarda, anche durante il Rinascimento: si pensi alle tribune absidali di Santa Maria delle Grazie (Bramante), Santa Maria presso San Celso (Amadeo) o Santa Maria della Passione, realizzate a Milano tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, o al tiburio del santuario della Beata Vergine dei Miracoli a Saronno e di numerosi altri santuari a pianta centrale di area lombarda ed emiliana (Lodi, Crema, Parma, Piacenza). Possono inoltre essere considerate come tiburi tutte le soluzioni in cui una volta viene rivestita da un prisma esterno, come nel caso della rotonda sul coro della chiesa della Santissima Annunziata a Firenze (L.B. Alberti).
Anche in età barocca il tiburio è oggetto di rinnovate interpretazioni, grazie alle straordinarie potenzialità di interazione con l’illuminazione naturale delle chiese. Riferita talora proprio alle radici lombarde di Borromini, la cupola della chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza (decenni centrali del Seicento) introduce un livello di complessità inedito nel rapporto tra sistemi voltati interni e tiburio esterno, che viene ad assumere forma a sei petali; di straordinario interesse anche il tiburio di Sant’Andrea delle Fratte a Roma, sempre di Borromini, con i quattro contrafforti sulle direttrici diagonali. Possono essere considerati tiburi alcuni dei sistemi di rivestimento esterno delle cupole a fascio o a cesto di Guarino Guarini (Saint-Anne la Royale a Parigi e San Lorenzo a Torino).
Elemento ineludibile nella maggior parte delle chiese storiciste ed eclettiche, il tiburio ritrova un ruolo decisivo nelle sperimentazioni dell’architettura di chiese del secondo Novecento, offrendo la possibilità di concentrare pozzi di luce sull’area presbiteriale, luogo centrale di una rinnovata liturgia. In questi casi solitamente il tiburio è ridotto al solo guscio esterno, eliminando i sistemi cupolati interni, per consentire un flusso di luce più diretto: si pensi alle torri luminose della chiesa di La Martella di Ludovico Quaroni (1955), per arrivare alle ricerche sull’architettura di chiese di Sandro Benedetti o Paolo Portoghesi. L’esempio più recente di re-interpretazione del tiburio può essere considerata la chiesa di San Carlo Borromeo a Roma, realizzata da Antonio Monestiroli (2010), non a caso fortemente legata, per dedicazione e progettista, alla cultura edificatoria lombarda.

Bibliografia

Adorni B. (a cura), La chiesa a pianta centrale. Tempio civico del Rinascimento, Milano, 2002; Modesti P., Sotto il tiburio. Ricerche sulle origini della tribuna di Santa Maria della Passione a Milano, in «Annali di Architettura», 10-11 (1998-1999), pp. 103-130; Patetta L., Permanenze ed evoluzione del tiburio lombardo, in LOI M.C. e Patetta L. (a cura), Tradizioni e regionalismi nel primo Rinascimento italiano, Milano, 2005, pp. 35-45; Segagni Malacart A., Modelli e tramiti comparativi nell’architettura lombarda della prima età romanica: alcuni esempi, in Quintavalle A.C. (a cura), Medioevo: i modelli, Milano, 2002, pp. 429-442.

La Martella (Matera), San Vincenzo de Paoli, Ludovico Quaroni, 1952-1955 (da Dieci anni di architettura sacra in Italia. 1945-1955, Bologna, 1956).

La Martella (Matera), San Vincenzo de Paoli, Ludovico Quaroni, 1952-1955 (da Dieci anni di architettura sacra in Italia. 1945-1955, Bologna, 1956).

Copyright © - Riproduzione riservata
Tiburio

Wikitecnica.com