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Tipologia

Sana'a (Yemen), una tipologia e un materiale fortemente caratterizzati ci consegnano un paesaggio culturale, ricco e individuato.
Sana'a (Yemen), una tipologia e un materiale fortemente caratterizzati ci consegnano un paesaggio culturale, ricco e individuato.

Definizione – Etimologia

Dal lat. typus, gr. typos, impronta e logos discorso, trattato. Scienza che si occupa dello studio dei tipi.

Generalità

Il termine tipologia significa, letteralmente, “studio dei tipi”. Per questa ragione la tipologia è rivolta, nell’uso comune, allo studio di tutti quei caratteri che tendono ad accomunare tra loro cose, fatti, persone ecc. in antitesi con i loro caratteri individuali. La tipologia è, in questo caso, uno strumento prevalentemente classificatorio il cui unico scopo è quello di ordinare razionalmente il sapere. Non ha interessi critico-storiografici, ma semmai quello di fornire le basi su cui impostare la critica e la scrittura storiografica.
Dove il termine tipologia ha assunto valenze scientifiche e metodologiche di maggiore interesse è nel campo della critica d’arte, dell’architettura e delle arti applicate in genere. In questi ambiti la tipologia nasce su posizioni diametralmente opposte a quelle della sua accezione comune. È strumento operativo per eccellenza, nasce dall’esigenza di semplificare, comprendere e trasmettere i processi produttivi artigianali. La bravura dell’artigiano o dell’artista (almeno sino al XVIII secolo) sta nel saper affinare e migliorare tali processi fino a elevarli a opera d’arte con forme e decorazioni non arbitrarie ma espressione diretta di quei processi. Questo vale sia per gli oggetti di uso comune che per le arti applicate (oreficeria, ceramica ecc.) e le arti figurative in generale, compresa l’architettura. Scrive G. C. Argan: “un ceramista che modella un vaso ha in mente un certo tipo di vaso, un prototipo, e sostanzialmente si propone di dare a quel ‘nome’ il corrispettivo di una forma plastica definita: nel corso del processo, che è pur sempre un processo di esperienza del reale, tale corrispettivo si modifica rispetto ai precedenti”, evolvendo il tipo.
Un tipo, dunque, è tale nel momento in cui diviene matrice di sviluppi produttivi successivi, ponendosi come veicolo d’informazioni e conoscenze “tradotte” attraverso la forma. Una forma semantica, dunque, portatrice di significati e valori condivisi, unificante la pratica artistica con quella applicativa. Un contributo importante nell’analisi del rapporto tra tipologia e arte viene da A. C. Quatremere de Quincy, il quale afferma nel suo Dictionnaire historique de la architecture: “La parola tipo non rappresenta tanto l’immagine di qualcosa da copiarsi o imitarsi perfettamente, quanto l’idea di un elemento che deve egli stesso servire da regola al modello”. Il tipo, dunque, è sostanziato dall’esistenza di una serie di opere affini per forma e funzione senza riconoscersi in alcuna di esse: “nessun tipo si identifica con una forma”, scrive Aldo Rossi ne L’architettura della città, “tutte le forme architettoniche sono riconducibili a dei tipi”. In tal modo il tipo non interviene all’interno del processo creativo ma lo “condiziona” a priori, grazie al suo essere momento di sintesi di tutti quei caratteri che compaiono, accomunandoli, negli altri esempi della serie. Al variare di questi caratteri varierà, inevitabilmente, anche il tipo, per cui ogni opera rappresenterà sia una realtà unica e individuata, sia una traduzione delle altre opere dello stesso “tipo” essendo, al tempo stesso, principio di permanenza e carattere di variazione. La tipologia non è, dunque, un mero processo classificatorio ma si pone alla base della pratica artistica. I caratteri cui ci riferiamo sono, infatti, caratteri eminentemente (e semanticamente) formali che poco o nulla hanno a che fare con esigenze funzionali contingenti. Hanno invece a che fare con un certo modo di organizzare lo spazio e con la cultura edile e la società che li propone e di cui, di fatto, costituiscono la manifestazione concreta. Questo è più che mai vero nelle città di lunga storia, quando un dato “tipo edilizio” diviene la sintesi costruita dell’identità e della storia di quella civiltà urbana (vedi ad es. il tipo “casa veneziana” come fondamento della storia e dell’identità della città lagunare).
Il tipo è sempre dedotto dall’esperienza della storia. Questo perché in quanto “idea” di forma, “progetto” di forma, esso risulta dall’esperienza di forme concrete, storiche, cui deve la propria manifestazione fenomenica, la propria stessa esistenza e riconoscibilità.
Ma qual è, dunque, l’utilità della tipologia per la pratica artistica e l’architettura? La sua utilità sta nel liberare le esperienze storiche dei loro cascami formali, legati a un dato periodo storico, ormai irrimediabilmente concluso. Consegnando altresì all’artista-architetto ciò che rimane di tutte quelle esperienze, ponendolo quale sedimento su cui impostare il nuovo processo creativo. Il tipo, al contrario del modello che presuppone un giudizio di valore e che innesta fenomeni d’imitazione e replicazione, si pone come premessa, come risultato di un’indagine culturale che precede e prepara l’operazione artistica. Né può essere copiato, mancando di consistenza formale. Non è un caso se la prima trattatistica architettonica non aveva valore specificamente normativo o prescrittivo, ma piuttosto informativo, culturale e ausiliare alla pratica artistica.
Il tempietto bramantesco di S. Pietro in Montorio a Roma, ad esempio, ricorda ancora Argan, dipende chiaramente da un tipo e in particolare, da quello del tempio rotondo periptero descritto da Vitruvio, ma integra l’indeterminatezza del tipo con la concretezza dei modelli storici. Si muove, cioè, all’interno di un preciso filone tipologico trasformandosi però, esso stesso, in modello formale concreto, da imitare, copiare, rilevare. In questo modo apportando delle varianti, a posteriori, al tipo stesso. Un tipo, dunque, assunto “a priori” dell’esperienza artistica e modificato “a posteriori” della sua manifestazione. Ogni futuro processo creativo muoverà così, a priori, di questa nuova definizione tipologica che, a sua volta, modificherà a posteriori e così via.
Parafrasando il precedente assunto di Argan, l’architetto che, in una certa epoca e in un certo luogo, doveva costruire una casa, aveva in mente una certa idea di casa, un certo “tipo” di casa, corrispondente alle esigenze di una data società, in un dato luogo, in un dato tempo. Il tipo trovava così manifestazione nella forma concreta della sua nuova casa che, a sua volta, lo avrebbe modificato “a posteriori”. Nel “a priori” tipologico l’artista-architetto non cerca, dunque, una soluzione precisa a problemi contingenti ma cerca quella “struttura formale” che si è sviluppata, nel tempo, per rispondere a quella esigenza. Da essa deriverà, a sua volta, una nuova struttura in grado di soddisfare le proprie attuali esigenze.
Il tipo così definito partecipa profondamente della storia, modificandosi in base ai luoghi e ai tempi, registrando puntualmente i periodi di contrazione o espansione civile della società cui appartiene. Non si può, dunque, parlare di tipo in senso assoluto, immanente, ma sempre con riferimento a un intervallo, una fase, un intorno comunque spaziale e temporale. Si può affermare esso viva una duplice temporalità: una sincronica al suo manifestarsi concreto, in un dato luogo, in un dato tempo; una diacronica, come sommatoria di mutazioni analoghe, in uno stesso luogo, volte alla modificazione del tipo stesso.
Un concetto rilevante, per meglio comprendere quanto si sta dicendo, è stato espresso da G. Caniggia ed è il cosiddetto “livello di tipicità”. Il percorso mentale che conduce dal tipo all’opera individuata si svolge, infatti, attraverso una serie di tipicità intermedie, ognuna con pari dignità operativa a seconda dell’obiettivo particolare che si vuole raggiungere, indipendentemente dalla scala. Ad esempio la sequenza: edificio/casa/casa-a-schiera/casa-a-schiera-a-corpo-doppio ecc. individua i passaggi di un processo che collega il concetto generale di “casa” a quella casa specifica, costruita per rispondere alle nostre esigenze contingenti che, a sua volta, in quanto manifestazione concreta del tipo, contribuirà, nel tempo, a modificarne i caratteri fondamentali.
Riassumendo, l’architetto-artista si pone in maniera duplice nei confronti della storia: in senso tipologico, assumendo come premessa al proprio lavoro un patrimonio d’immagini e valori semantici riconoscibili; in senso formale, riferendosi a valori figurativi del passato, sui quali formula un preciso giudizio di valore e interviene consapevolmente per modificarli. Questo vale per tutte le opere dell’uomo, in qualunque luogo e in qualsiasi tempo. Alla base della tipologia sta infatti l’uomo inteso come “essere umano”, con caratteri comuni incontrovertibili, simili strutture logiche e analoghe modalità operative e relazionali, tanto più identiche quanto più prive di quelle stratificazioni culturali che lo individueranno storicamente. Le tipologia primitive, non a caso, sono uguali per tutte le società, pur nei tempi diversi della loro maturazione civile. Cosi, ad esempio, il tipo di casa monocellulare di 5-6 m di diametro, a pianta circolare e solo successivamente quadrangolare, man mano che le associazioni di tessuto richiederanno un risparmio di superficie e un mutuo condizionamento di strutture, lo ritroviamo in tutte le culture, dall’Africa all’Asia, dall’Europa al sud America e in tutti i tempi. Proprio questo “ritorno al futuro”, attraverso i mezzi informatici, le macchine a controllo numerico, la prefabbricazione sostenibile, la riscoperta di materiali quali la pietra, la terra, il legno, sembrano indicare una nuova prospettiva per la ricerca tipologica per il XXI secolo.

Derivazioni: la tipologia nell’architettura contemporanea

La ricerca progettuale intorno alla tipologia coincide con una pagina molto importante della storia dell’architettura italiana del secondo Novecento. L’avvio di un corso di studi scientifico intorno ai temi tipologici lo si deve a Saverio Muratori che, a partire dagli anni Cinquanta, prende consapevolmente le distanze da un’idea di tipologia funzionalista, astratta e schematica, a favore di rinnovato dialogo con la storia. Sarà proprio la sua originale lettura dei tessuti urbani a costituire la base scientifica per tutte le esperienze successive. Su queste tracce muoveranno, negli anni Sessanta e Settanta, sia gli allievi diretti di Muratori, soprattutto Gianfranco Caniggia e Paolo Maretto, sia i protagonisti di quella che rimarrà nota come la “tendenza”, che vedrà figure quali Aldo Rossi, Vittorio Gregotti, Carlo Aymonino, Giorgio Grassi declinare la tipologia con accenti affatto eguali eppure, appunto, “tipici”. L’influenza di queste ricerche sarà tale da trovare un’importante eco internazionale che, negli anni Ottanta-Novanta, coinvolgerà architetti quali Oriol Bohigas, Rafael Moneo, O. Mathias Unghers e critici quali Martì Aris ed Antony Vidler.

Bibliografia

Aymonino C., Lo studio dei fenomeni urbani, Roma, 1977 Caniggia G., Maffei G.L., Composizione Architettonica e Tipologia Edilizia. Lettura dell’edilizia di Base, Venezia, 1979; Caniggia G., Lettura di una città, Como, Roma, 1963; Grassi G., La costruzione logica dell’architettura, Padova, 1967; Gregotti V, I terreni della tipologia, in «Casabella», 509-510, gennaio-febbraio, 1985; Gregotti V., Il territorio dell’architettura, Milano, 1966; Maretto P., La casa veneziana nella storia della città, Venezia, 1986; Maretto P., Realtà naturale e realtà costruita, Firenze, 1980; Maretto P., L’edilizia gotica veneziana, Venezia, 1960; Martì Aris C., Le variazioni dell’identità. Il tipo in architettura, Milano, 1990; Muratori S., Architettura e civiltà in crisi, Roma, 1963; Muratori S., Studi per un’operante storia urbana di Venezia, vol I, Roma, 1959; Rossi A., L’architettura della città, Padova, 1966; Strappa G., Unità dell’organismo architettonico, Bari, 1995; Vidler A., The Third Typology, in «Opposition», 7, 1976.

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