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Vicolo

Definizione – Etimologia

Nonostante in latino il termine vicus indichi il quartiere o una delle strade secondarie della trama viaria romana, nella sua forma diminutiva viculus (da cui deriva vicolo) è sostanzialmente una piccola e stretta via. Il termine definisce oggi un elemento viario urbano di modesta rilevanza, la cui larghezza permette soprattutto il traffico pedonale e, spesso con qualche difficoltà, quello veicolare di piccola dimensione. Se ne trova una permanenza, anche toponomastica, quasi esclusivamente nei tessuti storici.

Derivazione – Processo formativo

Caratterizzato da una ridotta sezione e dalla conseguente assenza di marciapiedi, strettamente connaturato al tessuto viario, il vicolo è associabile a diverse tipologie e categorie d’uso. Su di esso possono affacciarsi i possenti muri di palazzi antichi, tanto da costituire un nastro viario chiuso agli eventi della città, ovvero, al contrario, può rappresentare lo spazio di pertinenza delle case terragne che vi si affacciano e che in parte se ne appropriano per ampliare i propri spazi di vivibilità. Il suo assetto può essere tanto regolare, sebbene a volte ripido, quanto irregolare, per lo snodarsi e il piegarsi nel rispetto dei margini stabiliti dagli isolati di antica costruzione.

Nel Medioevo, con il sovrapporsi degli abitati ai centri di età romana ed ellenistica e con la riorganizzazione di case e strade secondo le più pressanti esigenze della difesa e lo sfruttamento della più naturale (e meno dispendiosa) morfologia del terreno, il tessuto viario delle città costiere o interne mantenne la struttura del vicolo, adattandone le geometrie alle necessità di percorrenza del centro abitato. A volte, in quota elevata come accade anche per alcune strade secondarie, il vicolo può interrompersi improvvisamente e dare luogo, tra la cornice degli edifici, a un vero e proprio belvedere sul paesaggio naturale.

Solo in età rinascimentale, nei casi di rinnovamento viario di un quartiere, i vicoli hanno fatto di nuovo parte di un disegno regolare atto a ripartire con rigore gli spazi tra un isolato e l’altro per collegare due strade principali. A volte, il vicolo che divideva due isolati appartenenti allo stesso proprietario, per le necessità di collegamento tra i due edifici contigui, veniva inglobato nella facies architettonica complessiva, costituendo così quasi una via pubblica interna al palazzo e parzialmente coperta. Ricorrente è la tipologia del vicolo cieco, senza sbocco reale o con un impedimento fisico, la cui origine è fatta derivare dai modelli insediativi generatisi nei paesi europei del Mediterraneo in età medievale durante la diffusione della cultura islamica. Fino all’inizio dell’Ottocento i vicoli conservavano il carattere di necessità distributiva e costituivano anche le vie per la consegna delle derrate, di neve e di carbone, tanto che ne resta traccia in diversi toponimi; così come il “vicolo dietro la chiesa” o il “vicolo del teatro” stanno ad indicare, come tanti altri simili, gli accessi di servizio dei luoghi destinati ad uso collettivo.

Il vicolo, spesso ancora considerato un luogo di poca pulizia e prevalentemente buio, è scomparso come tipologia viaria in età positivista, con i piani urbanistici di ampliamento e di risanamento, a favore dell’igiene e della salute pubblica ma anche della necessità di mantenimento dell’ordine pubblico. Rivalutato con il subentrare delle tematiche legate al restauro dei “centri storici”, negli studi sul paesaggio urbano il vicolo rappresenta la dimensione umana della città o, altrimenti, l’elemento necessario alla formazione di una sequenza spaziale orientata verso la riscoperta di uno spazio collettivo.

Bibliografia

Cullen G., Townscape, London, 1961; Casamento A., Di Francesca P., Guidone E., Milazzo A., Vicoli e cortili. Tradizione islamica e urbanistica popolare in Sicilia, Palermo, 1984.

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