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Vuoto

Definizione

In fisica è l’assenza di materia in un volume di spazio. In architettura il vuoto è una parte di spazio misurabile lungo i tre assi spaziali e, in contrapposizione al suo opposto, cioè il pieno (la materia) definisce, delimita, distingue lo spazio e ne qualifica il carattere spaziale. Ciò può avvenire attraverso operazioni compositive sul volume stesso e sulle sue superfici. Rispetto al pieno si configurano due tipi di vuoto: quello che si trova all’interno dell’involucro murario e quello che si trova al di fuori. La formalizzazione e la funzionalizzazione fra queste due parti dell’involucro, dentro e fuori dai volumi, consiste nella costruzione dell’architettura stessa. L’architettura antica e tardo antica ha attuato, codificato ed esaltato al massimo grado le relazioni morfologiche e spaziali fra i volumi costruiti e il vuoto in modo direttamente percepibile e leggibile; altre posizioni, successive, si sono basate su categorie concettuali e culturali di tipo diverso, nelle quali l’architettura non è sempre descrivibile come sottrazione o accumulazione di volumi.

Vuoto – Architettura

Il sostantivo maschile della voce vuoto del vocabolario Devoto-Oli afferma che il vuoto è “lo spazio libero nel quale nessun corpo solido si frappone, cavità”. Dunque, essendo il vuoto interpretato anche come una cavità, ci sembra utile rimandare a quanto affermava su questo tema Henri Focillon: “dando una forma definita a quello spazio cavo essa (architettura) crea veramente il proprio universo […] la cosa più meravigliosa è l’avere in qualche modo concepito e creato un inverso dello spazio” (Terranova 2011). E ancora, in Elogio della mano, Focillon mette in relazione spazio e vuoto nei termini che seguono: L’azione della mano definisce il vuoto dello spazio e il pieno delle cose che lo occupano […]. Lo spazio non si misura con lo sguardo, ma con la mano e il passo” (Focillon 1990).
Le cavità come elementi risultanti dall’interruzione di imponenti sistemi spaziali e murari sono un carattere specifico della tradizione architettonica plastico-muraria romana. A sostegno di questa posizione afferma Sergio Bettini nel 1979: “Siamo debitori di Roma dell’assunzione artistica dello spazio nell’architettura; la vera e propria architettura come linguaggio spaziale nasce a Roma. Oggi, dopo duemila anni di esperienza architettonica compiuta nella scia di Roma, ci riesce facile affermare che lo spazio è il mezzo di espressione specifico dell’architettura e soltanto di essa”.
E ancora, riprendendo un discorso che riguarda più distintamente alcuni procedimenti volumetrico-compositivi, su un numero di Casabella del 1998 Sergio Polano scrive un saggio dal titolo L’architettura della sottrazione e riporta la definizione di Erodoto di Alicarnasso del termine architettura – Storie (III, 60), III secolo a.C., – in base a due diversi atteggiamenti costruttivi da cui derivano due diversi tipi di spazio: “da una parte, un’azione progettuale intesa a costruire tramite il togliere e lo scavare, il cavare e l’estrarre, l’erodere, e il sottrarre materia, un diminuire il volume per asporto […] dall’altra il comporre spazi per aggiunta, sovrapposizione, contrapposizione, distribuzione, legame, unione di elementi, membrature, apparecchi e materiali.” Entrambi gli atteggiamenti progettuali hanno dato esito concretamente allo spazio pubblico, piazze e apparati edilizi residenziali e di rappresentanza e tessuti minori, all’architettura urbana delle città italiane.

Vuoto – Città

Ma a una scala più ampia, a livello urbano e territoriale, il vuoto si può intendere, comunque, come lo spazio indefinito, fra costruito e non costruito, fra città e campagna, fra città e non-città. Esso è tutto ciò che risulta come prodotto fisico e lascito concettuale, della rivoluzione industriale sulle città.
Nel capitolo Vuoto del libro La Piazza. Significati e ragioni nell’architettura italiana è stato evidenziato che “il vuoto si può intendere come uno spazio indistinto, non solo fisicamente ma anche nel significato, qualcosa che si è generato in seguito ad un profondo cambiamento delle struttura dello spazio urbano, e che è rimasto privo di definizione e ancora in attesa. Il vuoto rispetto allo spazio urbano può essere intenso come residuo o come assenza. […] Quando definiamo i grandi vuoti non edificati che circondano molte città come vuoti urbani esprimiamo la seconda caratteristica, oltre all’indefinitezza, che è quella di rendere manifesta l’incompiutezza della città”. […] Già a partire dalle considerazioni di Camillo Sitte sulle sistemazioni ottocentesche, con l’introduzione di grandi spazi che allontanavano dalla dimensione umana, era emerso che i vuoti avevano assunto una valenza negativa.” (Nencini 2012). Ma questa affermazione sembra introdurci a un’idea di vuoto e di spazio non più basata su un’idea plastica e astratta del concetto di vuoto e di volume. Esistono, infatti, altre posizioni nella cultura architettonica contemporanea che possono essere ricondotte all’idea di vuoto, come dimensione di spazio.
Anche la Nuova Mappa di Roma di Giovan Battista Nolli del 1748 è una rappresentazione assai significativa del concetto di vuoto in relazione alla dimensione urbana: la raffigurazione degli edifici è proposta con una soluzione di continuità fra le strade e l’ambiente urbano esterno (cavo) e i piani terra di ciascuno edificio (cavità). Dunque anche il piano terra degli edifici è considerato alla stregua o in continuità con i vuoti urbani (strade, vicoli, piazze).
Tuttavia, esiste una fase urbana storica assai significativa in molte città europee nella quale i vuoti, ottenuti attraverso sventramenti, sono risultati determinanti, oltre che per ragioni di tipo igienico, per ripensare alcune parti di città: si pensi agli interventi del Barone Hausmann a Parigi, di Gustavo Giovannoni a Roma, di Paul Engelmann e Adolf Loos a Vienna.
Al di là delle posizioni fin qui descritte, che sembrano attribuire all’idea di vuoto e di spazio un significato basato su un’idea plastica o a una categoria volumetrica astratta, sebbene per sottrazione, esistono altre posizioni nella cultura architettonica contemporanea che possono essere considerate utili al ragionamento. In particolare, “l
a generazione dei Ciam è dell’avviso che lo spazio sia il vuoto, ovvero tutto ciò che sta tra i pieni” (Nencini 2012). Questo tipo di posizione coltivata al tempo dei CIAM, che fa coincidere il vuoto con lo spazio, risulta, infatti, fra i nuovi oggetti di interesse degli architetti ed è stata l’origine di un più lungo e articolato percorso che ha prodotto studi, teorie, progetti sui fatti urbani. A una lunga stagione di teorie postmoderne sulla città hanno fatto seguito più recenti ragionamenti applicati come ausilio all’invenzione alle pratiche urbane. Ad esempio, l’idea di transitività/porosità – Walter Benjamin introdusse questo termine nel 1924 parlando di Napoli, del suo intricato spazio pubblico multiscalare, teatro non codificato e non definitivo di vita – e l’idea dello spazio in-between affermatosi all’inizio degli anni Novanta come categoria concettuale compositiva che per lungo tempo ha costituito un riferimento per il ripensamento di spazi indefiniti e da riconvertire funzionalmente – sebbene “lo spazio tra le cose” come entità neutra fosse già stato chiaramente espresso da Platone nel Timeo.
Infine, riguardo ai vuoti e alla trasformazione dei vuoti nei tessuti compatti o nei centri storici, può essere di qualche interesse segnalare che alcune scuole che si occupano di restauro e di morfotipologia distinguono la differenza, in ambito urbano, fra il concetto di “vuoto” e quello di “lacuna”. Il vuoto viene inteso come un’entità priva di contenuti, non occupato, privo di contenuto logico, uno spazio libero nel quale nessuno corpo solido si frappone. La lacuna, invece, è una mancanza che ha in se gli elementi per una soluzione di continuità, come se si trattasse di una serie di parole, di informazioni, dimenticanze, recuperabili attraverso una nuova azione di progetto. A questa distinzione, vuoto e lacuna, secondo le metodologie di ambiti culturali molto diversi, farebbero seguito, dopo i necessari procedimenti di analisi, azioni progettuali molto distinte nell’ambito di nuove azioni di costruzione nel tessuto storico urbano.

Bibliografia

Amin A., Thrift N., Città. Ripensare la dimensione urbana, Il Mulino, Bologna, 2006; Bettini S., Lo spazio architettonico da Roma a Bisanzio, Bari, Dedalo, 1990 (ed. or. 1979); Vuoto, in Devoto  G., Oli G.C., Dizionario della lingua italiana, Le Monnier, Firenze, 1979; Focillon H., Elogio della mano, Einaudi Ns, Torino, 1990, p. 110; Nencini D., Piazze. Luce e misura. In La Piazza. Significati e ragioni nell’architettura italiana, Christian Marinotti Edizioni, Milano, 2012, p. 39; Terranova A., Presentazione, in Sprito G., Forme del vuoto. Cavità, concavità e fori nell’architettura contemporanea, Gangemi, 2011, p. 8.
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