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Welfare urbano

Definizione

Il termine welfare significa “benessere”. L’accezione welfare urbano va intesa come il sistema dei servizi che un’amministrazione pubblica (anche di concerto con l’offerta privata e il terzo settore) è in grado di offrire ai propri cittadini e alla popolazione temporanea (turisti, residenti temporaneamente per lavoro ecc.) per garantire un livello di benessere il più possibile adeguato ai bisogni.

Generalità

In Italia si comincia a fare ricorso al termine welfare urbano verso la fine degli anni Novanta, quando matura la necessità di una coniugazione tra politiche urbane e politiche sociali. Tra i riferimenti principali che marcano questa tappa:

  • il trentennale degli standard urbanistici;
  • il convegno INU (Istituto nazionale di Urbanistica) del 2001 su “Pianificazioni separate e governo del territorio”; la promulgazione di leggi quali le riforma sanitaria (L.299/1999);
  • la riforma scolastica (DPR 233/1998 sui piani di dimensionamento ottimale);
  • la “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali” (L. 328/2000).

Dal lato dell’urbanistica, emerge con chiarezza che gli standard, di cui al decreto del ’68 non sono più sufficienti a garantire l’ “erogazione effettiva dei servizi”. Dall’altro canto le politiche sociali di livello nazionale prestano particolare attenzione alla dimensione territoriale intesa come necessaria articolazione per raggiungere una maggiore efficienza/efficacia.
Mentre l’urbanistica “riscopre” la programmazione (programmi complessi, programma delle opere pubbliche che già rappresenta un passo integrato tra bisogni, PRG e bilancio), la programmazione socio-economica assegna valore alla pianificazione territoriale, talvolta mutuandone anche la stessa denominazione degli strumenti (Piano di zona, Piani esecutivi, Piani attuativi).
Nel corso degli anni, si è evidenziato che il terreno reale per l’integrazione tra queste due sfere, è quello della governance locale (i “Piani di zona” della L. 328/2000 lo confermano). A livello locale, infatti, è possibile coinvolgere gli attori ─ cittadini, operatori pubblici e privati ─ nei processi di sussidiarietà necessari per programmare e utilizzare le risorse coerentemente con i bisogni delle comunità insediate.
Su questa logica, viaggiano due strumenti: il “Piano dei servizi” dal lato dell’urbanistica e il “Bilancio sociale” da quello delle politiche sociali.
Il Piano dei servizi, introdotto, nell’ultimo decennio, nelle normative di governo del territorio da alcune Regioni (in particolare Lombardia e Umbria), è uno strumento finalizzato a programmare i servizi alla luce del rapporto domanda-offerta, costituendo, contestualmente, un quadro di riferimento utilizzabile dal soggetto pubblico per gestire le contrattazioni con i privati in materia di “servizi aggiuntivi” (v. Standard). Alcuni Piani dei servizi hanno anche positivamente affrontato il tema del coordinamento tra servizi materiali e immateriali (ad es. il Comune di Limbiate).
Il Bilancio sociale, strumento non obbligatorio, rispetto al quale la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha emanato la direttiva del 17-02-2006, è un documento di rendicontazione delle attività promosse dalle amministrazioni pubbliche soprattutto in campo sociale. Può costituire anche un documento di working in progress che consente all’amministrazione di vagliare criticità e successi dei propri interventi al fine di rimodulare correttamente la costruzione del sistema del welfare locale, nel contesto della politica degli ammortizzatori sociali e delle prestazioni assistenziali legate al redditometro.

Bibliografia

Bifulco L. (a cura), Il genius loci del welfare, Roma, 2003; De Leonardis O., In un diverso welfare, Milano, 1998; Moraci F. (a cura), Welfare e governance urbana, Roma, 2003; Munarin S., Tosi M. C. (a cura), Lo spazio del welfare in Europa, in «Urbanistica», LXI, 2009,139, pp. 88-112.

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