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Capriccio

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Per comprendere il significato di capriccio nelle arti figurative e nell’architettura è necessario accostarsi sia al significato comune del lessico corrente sia a quello specifico della musica polifonica strumentale, che corrisponde, in sintesi, a fantasia, estro, bizzarria.

Le origini del termine sembrano avere connotazioni magiche. Teorici e scrittori, a partire dal XVI secolo, indicarono con capriccio manifestazioni artistiche caratterizzate dal gusto per il fantastico, l’immaginazione esuberante, le invenzioni bizzarre, il compiacimento decorativo, come il ghiribizzo e la grottesca. Quest’ultima, forma capricciosa per eccellenza, ha goduto di una diffusione vastissima nella pittura murale, così come nella decorazione degli arazzi e nella grafica, dal XVI al XVIII secolo; Vasari la definì sommariamente “pittura licenziosa e ridicola”. La querelle che si aprì sull’argomento alla metà del Cinquecento evidenziò la difficoltà dei teorici di fronte a prodotti artistici privi di riferimenti intellettuali precisi, ma sembrò palese che il loro principio guida stilistico fosse fermamente anticlassico (si pensi alla negazione dello spazio, alla proliferazione di soggetti ibridi e difficilmente riconoscibili).

Nell’arte fiamminga e tedesca del XVI secolo, il capriccio, denso di riflessioni etiche rese attraverso l’uso della caricatura, riscosse molta fortuna (ne furono esponenti Hieronymus Bosch e Pieter Bruegel il Vecchio) in un contesto culturale e religioso pervaso dal senso del demoniaco e del mostruoso. A partire dalla seconda metà del XVI secolo e per tutto il XVII alcuni generi pittorici, considerati al tempo minori, rientrarono nella definizione di capriccio. Ci si riferisce alle rappresentazioni illusionistiche più audaci, come quelle dei quadraturisti, o basate su alterazioni prospettiche, come l’anamorfosi; nel Seicento, in particolare, ai soggetti ispirati al teatro, al costume popolare e al carnevale di Jacques Callot (la serie dei Capricci è del 1617); quelli macabri e negromantici di Salvator Rosa. Nel XVIII secolo fu riconosciuta nel capriccio una pittura di veduta dove compaiono elementi architettonici di fantasia e scorci paesistici immaginari, senza riferimenti storici e topografici precisi. Tra gli artisti che si cimentarono in questo genere vi furono Francesco Guardi, Canaletto, Giovanni Paolo Pannini. La serie dei Caprichos di Goya (1799) si contraddistinse, invece, per l’aspra satira contro i costumi e la società del tempo.

L’elemento anticlassico distingue il capriccio anche in architettura. Vasari usò l’aggettivo “capriccioso” per porre l’accento sull’originalità di artefici antichi e moderni. In epoca barocca, il termine capriccio fu riferito al genio di Borromini, al quale, però, si accompagnava la violazione delle regole, denigrata dalla critica classicista, dal Bellori (1642) al Milizia, che definì le sue opere “frenesie” (1787).

Bibliografia

AA.VV., Salvator Rosa tra mito e magia, Catalogo della mostra, Napoli, Museo di Capodimonte, 18 aprile -29 giugno 2008, Napoli, 2008; Oechslin W., Borromini e l’incompresa “intelligenza” della sua architettura: 350 anni di interpretazioni e ricerche, in Frommel C.L., Bösel R. (a cura), Borromini e l’universo barocco, Milano, 2000, pp. 107-117; Ternois D. (a cura), Jacques Callot (1592-1635), Actes du colloque, Paris e Nancy, 25-27 giugno 1992, Paris, 1993; Wilson-Bareau J., Mena Marqués M.B. (a cura), Goya. El capricho y la invencion, Catalogo della mostra, Madrid, Museo del Prado, 19 novembre 1993 – 15 febbraio 1994, Madrid, 1993; Zamperini A., Le Grottesche. Il sogno della pittura nella decorazione parietale, San Giovanni Lupatoto, 2007.

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