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Colosseo

Storia dell’edificio

L’amphiteatrum per antonomasia, il più grande anfiteatro di Roma, fu iniziato nel 71 o nel 72 da Vespasiano, inaugurato da Tito nell’80 d.C. (con una battaglia navale: non erano stati dunque ancora apprestati i sotterranei dell’arena) e completato da Domiziano.

Restaurato da Antonino Pio, fu danneggiato da incendi nel 217, nel 250 e nel 320; è probabile subisse un restauro dopo l’invasione dei Goti del 410, mentre sono accertati restauri dopo i sismi del 442 e del 484 o del 508, nonostante le ultime testimonianze sul suo uso risalgano solo al 434-35. Utilizzata come area funeraria nel VI secolo, fu quindi saprofitato a fini abitativi; ciononostante la sua fama nell’VIII secolo ispirò al venerabile Beda la nota profezia: “quandiu stat Colisaeus, stat et Roma; quando cadet Colisaeus, cadet et Roma. Quando cadet Roma, cadet et mundus“, in cui compare per la prima volta il nome di Colisaeum (dovuto al ricordo del limitrofo Colosso di Nerone), attestato con sicurezza a partire dall’XI sec.

Intorno al 1200 fu trasformato nel palatium dei Frangipane; Petrarca ricorda il crollo del settore meridionale dei suoi ambulacri esterni, avvenuto nel 1349 per un sisma particolarmente violento, e da quel momento fino agli inizi del XVIII secolo è attestato l’uso di cavarne materiali da costruzione.

Sfuggito al proposito di Sisto V di attraversarlo con una strada (forse anche per motivi di ordine pubblico) fu consacrato al culto dei martiri (progetto di Carlo Fontana per una chiesa al suo interno, che si concretizzò nel 1744, ad opera di Benedetto XIV, nella costruzione di 15 edicole della via Crucis) stabilizzando una destinazione dell’area che si perpetua a tutt’oggi. R.Stern nel 1807 stabilizzò il fronte di crollo meridionale dell’anello esterno con il grandioso sperone triangolare, seguito da G. Valadier sul fronte settentrionale nel 1827, mentre G. Salvi ricucì le lacerazioni degli anelli interni tra il 1831 e il 1846. Ulteriori restauri apportati nel secondo quarto del XX secolo hanno ricomposto, spesso in maniera errata, l’interno del monumento.

Struttura dell’edificio

A pianta ellittica, con assi di 188 x 156 m orientati NNE-SSO, include un’arena di 3357 m2, e si calcola che potesse contenere 40-45.000 spettatori: si tratta pertanto del più grande anfiteatro del mondo romano.

Costruito probabilmente da quattro diversi cantieri, le cui suture si notano in corrispondenza degli assi principali per un errore di pochi centimetri nei punti di contatto; è probabile che di almeno un cantiere fossero responsabili gli Haterii, imprenditori di età flavia sulla cui tomba il colosseo è raffigurato insieme ad altri monumenti da loro costruiti e alla enorme gru, vanto della ditta.

Frutto di una tecnica del calcestruzzo già estremamente scaltrita, il Colosseo poggia su una platea di fondazione profonda mediamente 13 m, che sarebbe stata gettata nel cavo dello stagnum della Domus Aurea neroniana, previa costruzione di un muro di contenimento spesso circa 3 m, con paramento in laterizio.

La pianta è estremamente semplice e per questo geniale, basata sulla ripetizione di 80 moduli cuneiformi sostanzialmente uguali per dimensioni, costituiti da setti portanti in cementizio, con paramento in opera quadrata e in laterizio, innervati da una gabbia di pilastri in travertino, a cui si deve probabilmente il tempo brevissimo di realizzazione. Ai diversi piani, diversi ambulacri anulari smistano gli accessi alle scale e alle praecinctiones, percorsi anulari scoperti da cui si accedeva ai vari settori di posti. Le gradinate interne, sorrette da volte rampanti in cementizio, erano divise in quattro settori, mirabilmente corrispondenti ai quattro ordini in cui è scandito l’esterno, ed all’ordinamento della società romana: senato, cavalieri, cittadini romani, non cittadini romani; è probabile che gradinate lignee si trovassero anche nel grande loggiato che concludeva la distribuzione interna del monumento.

L’esterno, come si è detto, era costituito da una facciata anulare di travertino, scandita in quattro livelli. I primi tre sono costituiti da 80 arcate ciascuno, inquadrate, a partire dal basso, da semicolonne di ordine tuscanico, ionico e corinzio; le semicolonne ioniche e corinzie spiccano da plinti (uniti da finte balaustre) che nascondono le volte a botte dell’ambulacro interno; le semicolonne tuscaniche e ioniche presentano trabeazioni simili, mentre quelle corinzie sorreggono una trabeazione con una vistosa cornice a dentelli, che marca il passaggio al quarto livello, trattato differentemente. Si tratta infatti di un alto attico scandito da esili lesene corinzie, traforato da finestre rettangolari e segnato da 240 mensoloni, allineati a circa due terzi della sua altezza che in base ai fori praticati in loro corrispondenza nella cornice terminale della facciata, sono stati interpretati come gli appoggi per le antenne che permettevano di tendere il colossale velario, destinato ad ombreggiare le gradinate interne.

Essendo l’esempio più perfezionato, e in fondo meglio conservato, della sovrapposizione degli ordini, la facciata del Colosseo è stata, dal palazzo Rucellai di Leon Battista Alberti in poi, uno dei testi più consultati dagli architetti dell’Evo Moderno.

Bibliografia

Gros P., L’architettura romana. Dagli inizi del III secolo a.C. alla fine dell’Alto Impero. I monumenti pubblici, Milano 1996; pp. 367-371; Rea R., Amphiteatrum, in Lexicon topographicum urbis Romae, I, pp. 30-35, figg. 13-18 (con bibliografia), Roma, 1996.

 

 

 

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