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Giardino (storia dell’urbanistica)

Firenze, giardino di Boboli, 1709 (da: Gori M., Planimetria del giardino di Boboli, 1709, Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale).
Firenze, giardino di Boboli, 1709 (da: Gori M., Planimetria del giardino di Boboli, 1709, Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale).

Definizione – Etimologia

Dal francese jardin, a sua volta derivato dal franco gart o gard, recinto; quest’ultimo termine può essere interpretato come limite tra l’ordine e il caos, tra conoscibile e inconoscibile, come soglia percettiva di uno spazio di loisir con fruizione prevalentemente estetica.

Non esiste una definizione univoca di giardino: con il termine si intendono aiuole, terrazze fiorite, parchi pubblici, nonché il “verde” dei quartieri residenziali. Al di là delle molteplici classificazioni la caratteristica costante del giardino è la sua correlazione con la natura e il paesaggio.

Derivazione, processo formativo e filoni tipologici

Epoca romana

Il giardino romano può essere considerato il capostipite di quel giardino che implicitamente tende alla trasformazione del territorio. Villa Adriana a Tivoli (118-138 d.C.) compendia la cultura mediterranea del giardino composto da “recinti” autonomi e interagenti, fonte di elementi che attraverso il Rinascimento italiano si sarebbero diffusi in tutta Europa. Il complesso, posto sulla via Tiburtina, si apre sulla piana in direzione di Roma e si articola su due promontori che identificano una valletta, dove si trova il recinto del Canopo. La villa contribuisce alla costruzione del paesaggio di cui è parte integrante: i “recinti” modellano i bordi di vallette e promontori e da lontano sagomano le colline.

Come per il giardino romano, anche per quello islamico l’ambiente non è un concetto astratto, ma il risultato dell’accurato lavoro dell’uomo, basato sull’accostamento di limiti o di “recinti” autonomi messi in relazione dalla conformazione del suolo e dall’orientamento rispetto agli assi cardinali. Diversamente da Villa Adriana i “recinti” del giardino islamico dell’Alhambra ammettono l’esistenza di uno “spazio soglia” che consente graduali passaggi di luce. L’Alhambra, con il Partal e il Generalife, occupa uno sperone roccioso proteso sulla città di Granada e gode di un’ampia visuale sulla Sierra. La diffusa formazione di “recinti”, le pavimentazioni a parterre, la congruenza dei terrazzamenti con la forma del suolo, l’uso del mirador come elemento di mediazione tra interno ed esterno, rendono questo complesso un esempio straordinario di declinazione tipologica del tema del “recinto”.

Anche grazie al recupero di alcuni elementi del giardino romano, dal giardino islamico si possono fare derivare quello medievale e quello rinascimentale; quest’ultimo tende a includere e dominare il paesaggio circostante attraverso gli assi ottici e il controllo dell’orizzonte. Il giardino italiano quattro-cinquecentesco si propone come impianto per la contemplazione del paesaggio. La composizione è ordinata, controllabile perché misurabile, regolare in quanto contrapposta al paesaggio irregolare e incommensurabile.

Rinascimento e Barocco

I principi introdotti dal giardino rinascimentale sono ripresi e accentuati dal giardino italiano seicentesco che sviluppa linee di fuga ed effetti scenografici. Un esempio di transizione è il giardino di Boboli a Firenze; iniziato nel 1550 su disegno del Tribolo, proseguito dall’Ammannati e poi dal Buontalenti, si presenta ora nel disegno seicentesco di Giulio e Alfonso Parigi e istituisce un rapporto diretto con la città, con piazza della Signoria e con Palazzo Pitti. Nell’impianto cinquecentesco giardino, palazzo e città interagivano attraverso l’asse prospettico ordinatore della composizione posto in direzione della residenza, mentre con l’ampliamento seicentesco si è perduto il contatto visivo con il palazzo e il giardino tende relazionarsi più con il paesaggio lontano che con la città.

Nel Seicento, più in generale, il giardino perde la sua connotazione di oggetto nel paesaggio e si mostra come brano di paesaggio riprogettato. Vaux-Le-Vicomte (1656), Versailles (1661-85) e Caserta (1752) sono emblematici della nuova concezione. In questi casi il palazzo è sempre posto sull’asse ottico mediano e occupa uno dei due punti elevati del profilo concavo del terreno. I canali d’acqua, in asse con l’edificio, hanno un andamento longitudinale e sono posti nel punto più basso; un boschetto sta sull’altro punto elevato del terreno e da esso i viali si irradiano sul territorio. Dal giardino si dipartono collegamenti con boschi, campi, analoghe residenze di loisir o emergenze paesaggistiche. Il primo giardino che si definisce in relazione a un sistema territoriale complesso è Vaux-Le-Vicomte, opera del celebre paesaggista André Le Nôtre che a Versailles, dopo la sequenza di parterre, avrebbe sostituito il viale mediano con un canale longitudinale lungo 1,5 km; il traguardo visivo della reggia si trova sull’asse centrale, ma a una distanza di 3 km, dove hanno inizio dieci viali a raggiera. La presenza di bacini, vasche e canali sulla direttrice ottica principale interrompe la confluenza dei percorsi del giardino con tale asse e determina l’introduzione di punti di vista parziali contrapposti alla visione totale, ora possibile solo dai due punti estremi dell’asse ottico. Di fatto il giardino “formale” si struttura attorno a un “vuoto” centrale e l’idea di “recinto” è posta nel cuore del giardino.

Nel Sei-Settecento i giardino sono concepiti in relazione alla grande viabilità territoriale: questa determina il posizionamento del palazzo e il disegno del piazzale antistante; si pensi, ad esempio, al collegamento tra Versailles e Parigi o tra la vanvitelliana reggia di Caserta e Napoli. In quest’ultimo caso il viale attraversa la residenza divenendo asse di simmetria architettonica e asse mediano del giardino, salendo fino a quota di 250 m sulla collina. A Karlsruhe, la capitale pianificata ex novo nel Baden dal margravio Carlo III Guglielmo nel 1715, un unico disegno a raggiera di trentadue fra strade e viali, convergente verso il palazzo, regge sia la composizione del giardino sia quella della città.

Eccezionale esempio di sistema che integra il disegno dell’architettura, del giardino e del territorio al paesaggio sono le residenze sabaude che formano la “corona di delitie” attorno a Torino: dalla palazzina di caccia di Stupinigi alla Venaria Reale, da Rivoli alla Vigna della Regina. Nel progetto juvarriano, il castello di Rivoli si pone all’estremità di uno stupefacente asse prospettico che, attraverso un viale rettilineo (1711-12) di collegamento tra Torino e Rivoli, culmina oltre il Po sulla collina ove è eretta dallo stesso Juvarra la basilica di Superga (1715-17). Dalla basilica al castello è magistralmente teso l’asse visivo di 19,5 km che collega la collina alle Alpi, là dove esse si aprono in direzione della Francia.

Lo sviluppo del landscape gardening

Mentre in tutta l’Europa continentale si costruiscono strepitose prospettive, nella prima metà del Settecento in Gran Bretagna si tenta di abbandonare la regolarità prospettica a favore di una imitazione diretta dell’irregolarità della natura. I giardini sono composti attraverso l’accostamento di luoghi o scene messe in relazione da sequenze spazio-temporali in un rapporto di tipo “narrativo”. Nel giardino informale, pittoresco o paesaggistico è alienata la gerarchia dei punti di vista e le architetture appaiono come “microcosmi” isolati nel paesaggio, mentre il giardino si apre a infiniti percorsi di esplorazione; prevale la complessità del “macrocosmo paesistico” continuamente mutevole.

La stagione del giardino pittoresco è inaugurata dal gruppo di Lord Burlington, di cui fa parte anche Alexander Pope che per primo realizza un giardino paesistico a Twickenham (1719). Nella riorganizzazione dei giardini di Rousham (1721), William Kent istituisce un rapporto con un’area molto più ampia di quella d’intervento; il visitatore è condotto, di sorpresa in sorpresa, in una sequenza prestabilita di landmark: false rovine, muretti in pietra, gazebo neogotici, boschetti, alberi isolati, ponticelli, statue e tempietti neoclassici. Questi elementi hanno la funzione di catturare tratti di campagna e vedute che sono al di là dei confini del giardino, per farli diventare parte di una composizione unitaria. Nel giardino di Stowe (1738) Kent rimodella il suolo in modo da preordinare una serie di “scene” separate e caratterizzate ciascuna da una o più fabbriche, alla maniera di ciò che era descritto come giardino cinese. La lettura di ciascuna parte del giardino non consente quella d’insieme ed esso nella sua totalità va considerato a scala di paesaggio.

All’intellettualismo del gruppo di Burlington, sempre a Stowe, Lancelot “Capability” Brown contrappone l’idea della campagna arcadica e pastorale. I giardini di Brown sono caratterizzati: dall’addolcimento dei pendii attraverso la vegetazione, secondo la tecnica del clumping (piantumazione compatta); dal tracciamento di pochi viali; dall’uso esclusivo del ha-ha come recinto per garantire la continuità tra giardino e campagna; dal ricorso a bacini d’acqua in forma di lago, come mediatori tra casa e giardino; dalla piantumazione secondo le tecniche del belting (cinture di alberi) e del dotting (piantumazione disseminata), per bloccare prospettive o visuali troppo ampie; dall’impiego dell’albero isolato in sostituzione di statue o piccoli edifici.

È l’allievo di Brown, Humphry Repton, ad adottare il nuovo termine di landscape gardening. Renton cerca di prendere il meglio da Le Nôtre e da Brown e introduce così alcuni criteri generali: l’uso di alberature in contrasto con gli edifici e le sculture; la trasformazione del prato erboso in prato rustico; il tracciamento di viali sinuosi per creare visuali dinamiche; l’uso di specchi d’acqua con rive accidentate per modificare il riflesso della vegetazione. Nella seconda metà del Settecento il giardino inglese o paesaggistico si diffonde in tutta Europa e nel corso dell’Ottocento in Francia si assiste alla riplasmazione pittoresca dei giardini reali trasformati in giardini pubblici urbani.

In relazione ai problemi sanitari e sociali che la crescita della città industriale aveva prodotto si fa avanti l’idea di una città come risultato di un insieme di “scenari” collegati tra loro da un sistema di parchi e viali. Un caso esemplare è la trasformazione di Parigi sotto Napoleone III, per la quale l’ingegnere paesaggista J.C.A. Alphand, a capo del settore Piantumazioni e Passeggiate, propone di dotare la capitale di una rete di giardini urbani: due grandi parchi, a est Bois de Boulogne e a ovest Bois de Vincennes, con tutta una serie di giardini entro la cinta urbana. Nel Bois de Boulogne (1852-60, Varé e Barilllet-Dechamps) sono sperimentati arredi urbani utilizzati nei boulevard e negli square cittadini per creare una unità d’immagine tra città e giardino.

Alla fine dell’Ottocento il modello anglosassone prevale definitivamente su quello francese anche perché, nella sua versione pittoresca, era visto come espressione di democrazia e libertà contro il sistema “assolutista” francese. A New York, Frederick Law Olmsted traduce questa visione nel progetto per Central Park (1855), caratterizzato dall’uso di tre elementi del giardino paesaggistico: prati, boschi e specchi d’acqua. Il progetto si struttura su livelli sfalsati che consentono una specializzazione dei percorsi ancora funzionali.

Accanto alla città compatta ottocentesca vanno ricordate le esperienze condotte da quelle utopie socialiste che, dalla prima metà dell’Ottocento agli anni Venti del Novecento, producono modelli insediativi a bassa densità come le città-operaie, le città-giardino e le Siedlungen. Queste esperienze influenzano l’ideazione delle città nuove del Novecento dove la vegetazione diventa il tessuto connettivo e dove si privilegiano i grandi sistemi di verde accorpato: radiali a Copenaghen (“piano delle cinque dita”, 1949), anulari a Londra (piano della grande Londra, 1944). In quest’ultima città per razionalizzare l’espansione urbana, Patrick Abercrombie crea quattro fasce concentriche: la terza fascia, detta “Green Belt”, è una zona di terreni agricoli e ricreativi di contenimento della città costruita.

Dal 1946 con il New Towns Act inizia la pianificazione di nuovi insediamenti che, superata la concezione howardiana della garden-city, mira a fondere programma urbanistico e programma paesaggistico inverando la concezione di paesaggio totale, come negli esempi di Harlow (dal 1947) e Milton Keynes (1970).

Il landscape planning trova vasta applicazione dal secondo dopoguerra con la Carta d’Atene. Manifesto costruito della nuova estetica ambientale è il borgo di Nagele (1948-62) nel Noord-Oost polder, nei Paesi Bassi. L’opera del gruppo funzionalista “de 8” realizza un paesaggio che produce continuità tra ambito urbano ed extra-urbano. Prodotto della moderna pianificazione integrata sono i quattro quartieri occidentali di Amsterdam, Geuzenveld, Slotermeer, Slotervaart e Oosdorp, disposti attorno allo Sloterpark: una vasta estensione di verde attrezzato in forme paesaggistiche con al centro un lago artificiale.

Bibliografia

Cerami G., Il giardino e la città, Roma-Bari, 1996; Maniglio Calcagno A., Giardini e parchi storici nel paesaggio, in Giardini, contesto, paesaggio, vol. I, Firenze 2005, pp. 51-62; Mosser M., Teyssot G. (a cura di), L’architettura dei giardini d’Occidente. Dal Rinascimento al Novecento, Milano, 1990; Vercelloni V., Vercelloni M., Gallo P., L’invenzione del giardino occidentale, Milano, 2009; Zangheri L., Storia del giardino e del paesaggio. Il verde nella cultura occidentale, Firenze, 2003.

Giardino (storia dell’urbanistica)

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