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Kibbuz

Figura 1  | Kibbuz | Storia dell'urbanistica

Definizione – Etimologia

Termine ebraico, letteralmente “raggruppamento collettivo”, che indica un insediamento residenziale-produttivo inizialmente fondato su principi ideologici sionisti e socialisti.

Generalità

Come forma di associazionismo volontario di lavoratori dello stato di Israele, il kibbuz trae il suo attivismo dall’etica della rivoluzione personale e continua legata alla valorizzazione del lavoro manuale a favore della comunità. È l’espressione di una democrazia diretta e autogestita: la comunità ha facoltà di decidere liberamente circa l’ammissione dei suoi membri e la terra coltivata resta di proprietà dello Stato.

Già dagli anni Venti i kibbuz sono stati trasformati in unità più grandi, caratterizzate da una economia mista, agricola e manifatturiera. Il movimento kibbuzico ha per lungo tempo svolto un ruolo importante nella vita economica, politica e culturale prima della Palestina ebraica, e poi d’Israele.

Derivazione, processo formativo e filoni tipologici

Il kibbuz ha le sue origini nelle colonie agricole (moshavòt) costruite durante la prima immigrazione ebraica in Palestina (Aliyà, 1881-1903) dai kvutzòt (singolare kvutzà), gruppi itineranti di lavoratori ebrei divenuti poi stabili. Solo negli anni Venti i kvutzòt hanno preso definitivamente il nome di kibbuz, ma per qualche anno i due termini hanno mantenuto un significato ambiguo. Convenzionalmente, infatti, il kibbuz indicava gli insediamenti più numerosi, mentre la kvutzà era considerata una sorta di “grande famiglia”. Il primo kibbuz è stato Degania (Spiga di grano) fondato nel 1909-10 sulle sponde meridionali del lago di Tiberiade.

La formazione dell’impianto del kibbuz, inteso come tema di progettazione specifico, ha inizio con Richard Kauffmann (1887-1958). Le concezioni progettuali dell’architetto tedesco si sono tradotte nel design globale di molti kibbuz e rimangono ancor oggi una guida per la pianificazione degli insediamenti. Kauffmann, dalla Germania, ha portato in Israele l’idea di una città-giardino borghese e, in quanto architetto dell’Agenzia Ebraica, il suo modello è stato accolto come progetto istituzionalizzato.

Lo schema urbanistico del kibbuz vede la distinzione in due zone nettamente separate, residenziale e produttiva, quest’ultima concepita come continuazione delle zone di coltura intensiva. Solo gli edifici pubblici che servono da luogo di incontro per la comunità di tutta la regione – teatri, musei, centri sportivi – sono direttamente collegati alla strada principale e possono esser condivisi da più kibbuz vicini.

Bibliografia

Baratz J., A Village by the Jordan: The Story of Degania, Tel Aviv, 1956; Epstein-Pliouchtch M., Fainholtz T., Is the kibbutz a “radiant village”? Le Corbusier and the Zionist movement, in Ballantyne A. (a cura), Rural and Urban: Architecture Between Two Cultures, Oxford-NewYork, 2009, pp. 160-176; Fiedler J. (a cura), Social utopias of the twenties: Bauhaus, Kibbutz and the dream of the new man, Wuppertal, 1995; Near H., The Kibbutz Movement: A History, Oxford, 2 voll., 1992-1997; Sharon A., Kibbutz and Bauhaus: an architect’s way in a new land, Stuttgart, 1976.

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