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Ospedale

DEFINIZIO-ETIMOLOGIA

Dal latino hospitalis [domus], [casa] ospitale. Edificio o complesso di edifici destinati all’assistenza sanitaria, al ricovero e alla cura clinica o chirurgica dei malati.

EVOLUZIONE STORICA
L’O. come servizio pubblico nasce con la medicina moderna intesa come scienza sanitaria.

Nell’antica Grecia esistevano dei santuari-sanatori sacri al dio Esculapio (Asclepio in greco). Fondati lontano dalle città, in posizioni salubri e ricche di acqua, derivavano l’impianto architettonico da quello del santuario classico. La guarigione era intesa come fatto miracoloso dovuto all’invocazione divina con rituali religiosi. In età ellenistica, con l’Asclepieio di Cos, (IV-II sec. a.C.) il santuario-sanatorio trova la configurazione più matura e consapevole, sintesi di aspetti compositivi, rappresentativi e funzionali.

Proprio a Cos nasce e si forma Ippocrate, padre della medicina laica e scientifica basata sull’osservazione e la sperimentazione. I medici laici operavano a domicilio o, in casi più gravi, nello iatreio, speciale locale annesso alla propria abitazione che assolveva anche la funzione di pronto soccorso o assistenza sociale ai poveri. Era un’estensione della casa e come tale non sviluppò mai una tipologia specifica.

Nella Roma pagana non esisteva il concetto di assistenza sanitaria. Gli ammalati erano curati in seno alle famiglie da schiavi eruditi, spesso greci, di formazione ippocratica; l’imperatore aveva i propri medici a corte mentre il resto della popolazione ricorreva agli iatreia, importati dalla Grecia per lo più a seguito dell’immigrazione dei medici stessi.

Veri e propri luoghi di cura erano invece utilitaristicamente costruiti per le classi di cui la società aveva più bisogno. A schiavi e soldati erano destinati rispettivamente i Valetudinari, presso le grandi proprietà agricole, e gli O. militari, negli accampamenti, ove si praticava una medicina ancora affine alla pratica religiosa. L’impianto generale era a forma rettangolare, con le camere di degenza lungo il perimetro e un cortile al centro; ulteriori volumi distinti ospitavano mensa, farmacia e altri servizi.
Il Cristianesimo riscopre il senso di solidarietà caritatevole verso i più bisognosi e, con l’istituzione del pellegrinaggio, compaiono gli Xenodochia per il ricovero dei viaggiatori, diffusi sul territorio lungo le vie di grande comunicazione e sempre connessi a edifici di culto. Col tempo, tali strutture finiscono per ospitare anche poveri e malati e prendono la denominazione di Hospitales. Solo con il concilio di Nicea (325 d.C.) anche le città dovettero dotarsi di xenodochi.
Alcuni ordini monastici tendono a specializzarsi nella cura dei malati e, con le Crociate, sono fondati i primi ordini ospedalieri veri e propri che entrano in contatto con la cultura Bizantina.

Questa, assai evoluta in campo medico grazie alla continuazione della tradizione greca, aveva influenzato il mondo Arabo che vantava i primi O. di concezione moderna: costruiti e mantenuti dai sultani, vi si praticava una medicina fondata sia sull’elaborazione teorica sia sulla clinica medica. L’O. era anche scuola di medicina e conosce persino alcune sperimentazioni tipologiche.
Invece, per tutto il Medioevo permane in Europa il concetto della cura come opera caritativa, profondamente confidente nel potere della fede; la mancanza di distinzione tra categorie di bisognosi (poveri, infermi, malati, pellegrini) si rifletteva in una totale assenza di specializzazione e definizione tipologica dei luoghi di cura tanto che le strutture di accoglienza si rifacevano pedissequamente ai caratteri spaziali e architettonici delle chiese gotiche. Esempio paradigmatico è l’Hotel-Dieu di Parigi, (829), nella sua configurazione del 1293.

Solo tra il ‘300 e il ‘400 si assiste ad una prima evoluzione dell’O. in senso moderno, quando una serie di epidemie decima la popolazione europea e mette in crisi il concetto di ospizio per i bisognosi. Le nuove forme del potere politico (in Italia, i Comuni e le Signorie) si sensibilizzano al problema sanitario poiché epidemie, malnutrizione e malattie comportano crisi produttive ed economiche. Dunque, seppur animato da motivazioni meno filantropiche, viene concepito un sistema assistenziale sanitario gestito ora anche dal potere laico che non si limiti a dispensare cure empiriche ma si dedichi all’approfondimento di conoscenze e pratiche mediche. Compare una prima specializzazione delle strutture in relazione ai destinatari delle cure: l’O. propriamente detto, per gli acuti; l’ospizio, per i cronici o i poveri; il lazzaretto per gli infetti.

L’O. diventa edificio rappresentativo del nuovo potere: sorge nella città e assume la dignità urbana di altri edifici civili e religiosi, acquisendo una serie di elementi morfologici (loggiati, cortili porticati, grandi portali), anche desunti dal tipo del Palazzo, che lo rendono tipo riconoscibile. Caso esemplare è l’O. degli Innocenti a Firenze (Brunelleschi, 1419).
Inizia quindi una sperimentazione tipologica. Il precursore è l’O. di Santa Maria Nuova a Firenze, che nel 1334 introduceva l’impianto a croce greca per la zona dell’infermeria, con l’altare al centro. Dal XV secolo il tipo a crociera prolifera e si perfeziona nell’O. Maggiore di Milano (Filarete, 1456): l’impianto di impostazione classica e razionale, sfrutta i vantaggi dell’impianto a crociera, con le corsie facilmente sorvegliabili dal tabernacolo centrale; i quattro chiostri compresi tra i bracci assicurano illuminazione e aerazione e diventano luoghi salubri per la convalescenza. Ma le importanti innovazioni del progetto sono tutte tese a garantire comfort e igiene negli ambienti: letti separati da armadi; corsie dotate di latrine; finestrature studiate per ottimizzare il ricambio di aria; un complesso sistema fognario per lo smaltimento delle acque sporche. L’O. Maggiore rimarrà fino al XVIII secolo un importante riferimento.
Rimanevano invece segregati in aree extra urbane ospizi e lazzaretti. Inizialmente essi presentavano tipologie tra loro affini, conformandosi come piccole città recintate. In seguito con il progresso della medicina, i lazzaretti si avvicinano al modello dell’O. con un più razionale ordinamento degli spazi in funzione delle patologie e del rischio di contagio.

Acquisita l’autonomia istituzionale, l’evoluzione del tipo edilizio si lega definitivamente ai progressi della medicina, per fornire risposte adeguate alla pratica medica. Lo schema a crociera subisce variazioni per tutto il ‘600. Poi, la tipizzazione delle malattie e, con essa delle terapie, l’evoluzione del metodo clinico e il suo insegnamento, i progressi nella chirurgia e la nuova sensibilità verso le questioni igienico-sanitarie dei luoghi di cura portano alla comparsa nel ‘700 dell’O. a padiglioni, specializzati nelle diverse funzioni.
Nato in Inghilterra, viene formalizzato in Francia nell’ambito del fervente dibattito nato intorno al concorso di idee per la ricostruzione dell’Hotel-Dieu di Parigi, dopo l’incendio del 1772.

L’Accademia delle Scienze, chiamata a selezionare i progetti, segnalando quello di Le Roy (1773), sancisce i criteri fondamentali del tipo a padiglioni: capienza di 1200/1500 degenti; padiglioni paralleli, disposti a favore di soleggiamento e aerazione; reparti separati tra uomini e donne, con corsie di 36 letti, in edifici non più alti di tre piani; servizi igienici obbligatori; finestre fino a soffitto e scale aperte e ventilate. L’O. deve sorgere fuori dalle città, in luoghi salubri e con il minino rischio di contagio per la popolazione. L’espressione compiuta del nuovo modello è l’O. Lariboisiere a Parigi (1839).

Con l’articolazione delle specializzazioni mediche, l’O. diventa organismo sempre più multiforme (sale operatorie, sale parto, reparti per l’isolamento, gabinetti di analisi e laboratori, che diventano luoghi di diagnosi e formazione) e progredisce fino all’inizio del secolo XX quando si configura come la “città” della salute (Policlinico Umberto I a Roma, 1896) con viali alberati e giardini; gli edifici si articolano e si complessificano via via che le necessità di areazione e soleggiamento cedono il passo a nuovi strumenti per il controllo degli ambienti (asepsi, disinfezione, sistemi di ventilazione meccanica e, in seguito, condizionamento) e le corsie subiscono una notevole riduzione, articolandosi in camere, singole o pluriletto.

Dal 1930 si assiste a un’inversione di tendenza. I crescenti costi delle aree e il considerevole costo di costruzione e gestione dell’O. a padiglioni portano a un ripensamento tipologico, proprio mentre nuove tecniche rendono economicamente conveniente l’edificazione in altezza; infine la segregazione, nei vari reparti e rispetto alla città, è sempre più mal vista dai degenti e sempre meno necessaria come antidoto alla contaminazione. Si fanno strada anche in Europa gli O. monoblocco, nati negli anni ’20 negli Stati Uniti: sono edifici urbani altri fino a 20 piani, di forma tipicamente a “T” o a “pettine”, con la specializzazione delle funzioni nelle ali dei corpi di fabbrica e nei diversi piani.

In Italia, per ragioni urbanistiche, fiorisce il modello ibrido del poliblocco, complesso di edifici più bassi, con articolazioni planimetriche compatte (O. Civile di Como, 1928); la flessibilità, funzionale, strutturale e gestionale, porterà a numerose applicazioni e ulteriori perfezionamenti nel tipo “a raggiera” (Centro Ospedaliero di Lille, Francia, 1935; O. di Brescia, 1935). Tramonta la città della salute e nascono le grandi strutture ospedaliere.

Interessante evoluzione è il tipo a piastra-torre, sviluppatosi tra gli anni ’40 e ’50. I reparti di terapia e diagnostica e altri servizi sono integrati in un una piastra basamentale; le degenze sono nel corpo soprastante (O. di Saint Lo, Francia, 1956). Il modello avrà successo in area anglosassone, per O. di medie dimensioni.
L’O. di Greenwich (1962) sonda le potenzialità dell’impianto a piastra, con le aree di degenza sui bordi. La flessibilità interna comporta tuttavia un diffuso ricorso all’aerazione e all’illuminazione artificiali, oltre alla notevole occupazione di suolo. Mentre l’O. per Greenwich innesca un vivace dibattito, Le Corbusier propone un esemplare progetto per l’O. di Venezia (1962). Il complesso si stende sulla laguna sospeso su pilotis (v.) e si articola su tre livelli sovrapposti (servizi al pubblico, diagnostica e terapie, degenza). L’organizzazione del progetto scaturisce dallo studio delle

Unità Letto, aggregate in Unità di Cura e poi in settori. Metabolizzando con esiti avanguardistici i tipi a padiglione e a piastra e trasponendo in chiave metaforica l’impianto urbano veneziano, Le Corbusier inventa una soluzione morfologica che si configura come un proseguimento della città stessa sull’acqua.

Gli anni ’70 vedono il fiorire delle megastrutture, grandi poli avulsi da ogni contesto, ma anche la sperimentazione di sistemi progettuali che scompongono l’O. in parti da comporre, che siano unità funzionali standard già progettate (sistema Harness) o unità elementari autonome, a partire dal primo nucleo autosufficiente (sistema Nucleus). L’ampliamento delle strutture avviene per addizione di nuove parti, anche per fasi.

Più recentemente, il grado di apprezzamento dei fruitori e considerazioni di natura gestionale hanno reindirizzato l’architettura del’O. verso strutture più contenute, a sviluppo orizzontale, con una maggiore apertura verso corti interne per ridurre il ricorso alla climatizzazione e all’illuminazione artificiale. Maggiore è l’attenzione all’umanizzazione degli spazi e all’integrazione degli O. con il contesto. La diffusa pratica dell’assistenza giornaliera consente oggi di razionalizzare gli spazi di degenza. A questo si accompagna la tendenza a capillarizzare i presidi sanitari sul territorio.

L’esigenza di flessibilità e adattabilità ai continui progressi delle tecniche, delle strumentazioni e della pratica medica, ormai la vera priorità, ha introdotto il tema dell’integrazione tra impianti, struttura e organismo architettonico in fase di progetto, con l’obiettivo di minimizzare ogni futuro intervento di adeguamento, puntando decisamente verso la modularità morfologica, costruttiva e impiantistica, l’adozione di sistemi costruttivi a secco, la realizzazione di interpiani tecnici, la previsione di zone di ampliamento.

È questa la direzione presa dal Nuovo Modello di O. di R. Piano (2001) un meta-progetto elaborato per il Ministro della Salute quale esito di uno studio volto a stabilire le linee guida per la progettazione dell’O. contemporaneo. Spazi per attività culturali, commerciali, di volontariato e assistenza, parchi con aree di sosta e di svago, e tipologia edilizia rapportata al contesto fanno dell’O. modello un luogo urbano, integrato con la città e aperto ad essa. L’organizzazione dipartimentale consente la collaborazione di professionalità diverse, onde razionalizzare il processo terapeutico. Studi medici e biblioteche sono accorpati per favorire attività interdisciplinari; le aree di degenza sono comuni a tutti i dipartimenti e divise a seconda dell’intensità di cura.

L’O. Modello è di medie dimensioni, con in impianto a sviluppo orizzontale che rivisita il tipo a padiglioni, a poliblocco e a galleria e consente la massima flessibilità anche in relazioni alle scelte costruttive. La sua estensione lo porta plausibilmente al di fuori dei centri storici, quale occasione per il riassetto e la riqualificazione di aree periferiche deboli.

BIBLIOGRAFIA
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