Quartiere | Wikitecnica.com

Quartiere

Malmö, quartiere Bo01.
Malmö, quartiere Bo01.

Definizione – Etimologia

Parte del sistema urbano che presenta generalmente delle comuni caratteristiche storiche, topografiche e urbanistiche ed è dotato di residenze, servizi e attrezzature che ne garantiscano un certo grado di autonomia. Il termine, dal francese quartier, proviene dal lat. quartarius, a sua volta derivante da quartus, a indicare la quarta parte di una città.
Nel Medioevo veniva definita così ognuna delle quattro parti ottenuta dall’incrocio di due strade principali ortogonali fra loro che suddividevano la maggior parte delle città sorte sul castrum romano.

Generalità

Il quartiere acquista un ruolo di primo piano a partire dall’urbanistica razionalista perché lo pone come cellula elementare per la pianificazione/progettazione della città: costituisce la realizzazione tridimensionale concreta dei piani attuativi e rappresenta quindi la dimensione della progettazione urbana mettendo a fuoco quantità, funzioni e regole distributive. Il quartiere si è andato presto qualificando attraverso la concentrazione di popolazioni omogenee dal punto di vista socio demografico o etnico con modelli di interazione sociale ricorrenti e sistemi di regole e norme locali: quartieri operai, quartieri popolari, quartieri alti, quartieri borghesi, quartieri neri, quartieri cinesi, quartieri italiani, quartieri portoricani.
In altri casi si è verificata una specializzazione in base alle attività che si sono andate raggruppando dando vita ai quartieri commerciali (Rotterdam), quartieri industriali (Manchester), quartieri universitari (Parigi), quartieri bancari (la city di Londra). Per molto tempo il quartiere ha contribuito alla nascita di un’intensa vita comunitaria rafforzata dalla condivisione di esperienze, condizioni e dallo sviluppo di una comunità intesa come complesso di elementi tra cui spiccano il radicamento ai luoghi, l’identità e il riconoscimento sociale, le relazioni di reciprocità, di parentela e di solidarietà.
Il quartiere rappresenta un tema centrale nella teoria e nella ricerca progettuale del XX secolo: le motivazioni sono tecniche, sociali, etiche e morali: il quartiere residenziale pubblico – di impronta razionalista e/o organica, caratterizzato dalla serialità della casa unifamiliare o dal segno territoriale dell’edificio/città – ha concretizzato le teorie dello spazio domestico e dello spazio urbano, cercando di dare risposta ai bisogni essenziali della popolazione, proponendo sempre nuove forme di comunità.

Derivazione, processo formativo e filoni tipologici

Una riflessione più approfondita sul quartiere nasce con la rivoluzione industriale e con la necessità di porre rimedio alla massa di inurbati che cercano una sistemazione vicino alle fabbriche: nascono i primi quartieri dormitorio costituiti da lunghe fila di case tutte uguali e prive di servizi in cui si vive in condizioni disumane. In contrapposizione a questo iniziano a sorgere i quartieri operai all’interno o ai margini delle città più grandi; essi presentano una razionalizzazione del complesso abitativo: case allineate, attenzione a proporzionalità e uguaglianza di superfici e volumi, decorazioni seriali, uniformità degli spazi liberi e dei servizi. Ne sono un esempio i quartieri operai di Essen, in Germania, che, iniziati nel 1870, ospitavano, già nel 1910, 46.000 persone distribuite in cinque città satellite: inizialmente si trattò di edifici a tre piani collocati in uno spazio verde e in una maglia regolare, più tardi sull’esempio inglese venne adottata la tipologia a un solo piano. Il modello proposto comprende ospedali, strutture per anziani, strutture per il tempo libero, cultura, e formazione professionale.
Negli anni Venti e Trenta vengono gettate le basi di quello che, nel secondo dopoguerra, sviluppato in grande scala dall’apparato statale dell’edilizia pubblica: modelli urbanistici per guidare l’espansione della città, studio delle funzioni per razionalizzare/standardizzare i tipi edilizi (A. Klein, CIAM del 1928), prefabbricazione dei componenti edilizi (Montageverfahren di Francoforte, Betonwoningen olandesi, sistema a pannelli Mopin a Parigi, Cité de la Muette). A Vienna il programma dei superblocchi affronta la questione dell’inserimento di grandi elementi puntuali nel tessuto della città esistente; a Berlino e Francoforte si avvia la crescita per quartieri giardino satelliti connessi alla città attraverso il trasporto pubblico e sapientemente separati da essa mediante parchi e aree agricole. Ad Amsterdam si iniziano a programmare i nuovi quartieri secondo un piano unitario; si diffonde la tendenza a pianificare e razionalizzare la crescita delle città come nel caso del quartiere Weissenhof a Stoccarda realizzato nel 1927 o il quartiere Torten a Dessau.
Nel mondo anglosassone tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 prende avvio una riflessione scientifica sulla “cellula elementare della città”, sulla sua organizzazione, sul rapporto che deve instaurare con il territorio circostante. L’insieme di abitazioni dotato di servizi, in quantità e localizzazioni prestabiliti viene definito neighborhood, termine introdotto da E. Howard quando organizza la sua Garden City (1898) in Wards di 5000 abitanti, con negozi, scuole e servizi.
Negli anni Venti, Clarence A. Perry per il New York Regional Plan definisce il concetto arrivando a delineare la neighborhood unit, unità di vicinato, in cui i contenuti sociologici si integrano con le istanze urbanistiche includendo studi sul rapporto fra residenza, strutture collettive, mobilità e funzioni sociali quali scuole, parchi, negozi. Perry pone al centro della sua unità le attrezzature comuni attorno alle quali si sviluppa l’impianto residenziale.
In Italia, in continuità con la tradizione europea ispirata al concetto di Città giardino, si realizzano, il quartiere Aniene a Roma, quartiere Matteotti a Palermo, il Rione del Re a Trieste; la crescita della popolazione urbana tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 è legata in particolar modo all’edilizia sociale e alla necessità di gestire l’affluenza di persone che si spostano dalla campagna verso la città in cerca di lavoro e nuove risorse. Due momenti importanti sono la “legge Luzzatti” (L. 254/1903) con cui si creano gli Istituti per le Case Popolari (IACP) e il testo unico sull’edilizia popolare ed economica (R.D. 1165 del 1938).
Nel secondo dopoguerra in Italia si ha una forte sperimentazione dell’idea di quartiere: il piano INA-Casa e la sua prima attuazione in cui è possibile rintracciare il quartiere organico e autosufficiente; la seconda attuazione del Piano Ina-Casa e i quartieri Cep dove si ritrova la sperimentazione di nuovi modelli urbani; i “Piani di zona per l’edilizia economica e popolare” (Peep) dove si ha il superamento del quartiere pensato come organismo autonomo e la proposizione di parti città, architettonicamente riconoscibili, in grado di incidere sull’insediamento urbano più ampio.
Il Piano INA-Casa (L. 43/1949), attraverso due piani settennali, si pone l’obiettivo di costruire il maggior numero di alloggi al minor costo possibile, cercando di attuare una politica tecnica che punti a “una tipizzazione razionale, estetica ed economica delle costruzioni e correlativamente dei loro elementi”. Nascono i Manuali INA-Casa con i criteri di progettazione degli alloggi secondo quattro diversi tipi edilizi:

  1. casa multipiano continua;
  2. casa multipiano isolata;
  3. casa a schiera a un piano;
  4. casa a schiera a due piani;

e viene delineata la configurazione dei quartieri in una prospettiva di urbanistica estensiva.
Tra le realizzazioni di quartiere del Piano INA-casa si ricordano, il quartiere Tiburtino a Roma (M. Ridolfi e L. Quaroni) o il quartiere Spine Bianche a Matera (M. Valori e C. Aymonino). La L. 60/1963 sanziona di fatto la sostituzione della gestione INA-Casa con quella della GESCAL e promuove un piano decennale con finanziamenti per la realizzazione di attrezzature e servizi per attività ricreative, sportive e sociali, per ricerche operative sull’edilizia residenziale e su progetti sperimentali; in questo contesto verranno realizzati a Milano il quartiere Sant’Ambrogio (1964-65) e il quartiere Gallaratese (1967-74).
Alla fine degli anni ‘60 vengono progettate le megastrutture pensate in origine come quartiere in sé conclusi, strutturati come “città autosufficienti”: Corviale (1972-1982) a Roma, Rozzol Melara (1970-1980) a Trieste, Le Vele (1962-1975) a Napoli, lo Zen (1969) a Palermo. Si tratta di megaedifici che abbandonano la forma “tessuto”, per dialogare direttamente con lo spazio aperto circostante anche se, nella maggior parte dei casi, rimangono “parti separate” dalla città anche per la mancata realizzazione di servizi collettivi.
In Italia una riflessione continua, teorica e progettuale, sul quartiere è l’opera e l’attività di L. Quaroni soprattutto in merito ai rapporti tra architettura/urbanistica, spazio aperto/spazio costruito, città fisica/città sociale, valore sociale/valore compositivo: il quartiere è un ambiente di vita per l’uomo e per la comunità che deve rispondere alle esigenze fondamentali dell’uomo e, al contempo, è materiale per comporre la forma urbana.

Accezione moderna del termine – Esempi

L’attenzione crescente verso le tematiche ecologiche e della sostenibilità ha portato alla progettazione di quartieri capaci di declinare i principi della pianificazione sostenibile ovvero “utilizzo efficiente di risorse ambientali ed energia, produzione di materiali ed edifici “sani”, uso del suolo attento alle sensibilità ecologiche/sociali, senso estetico in grado di dare ispirazione, forza e competenza a questo sforzo di integrazione” (UIA, 1993). Questo significa coniugare alto standard architettonico, utilizzazione delle nuove tecnologie per il risparmio energetico, drastica riduzione dell’uso e del possesso di automobili, rafforzamento del trasporto pubblico e incentivazione all’uso della bicicletta.
Nel 1993 a Friburgo in Germania è stata avviata la realizzazione del quartiere Vauban, il primo grande esempio di quartiere ecosostenibile e nel 1994 il quartiere Rieselfeld; quest’ultimo, costruito su un’area bonificata che ospitava il più grande impianto di depurazione della città, è stato pensato per 4.200 appartamenti con una viabilità basata su ciclisti e pedoni. Ai margini dell’area è ubicata una Riserva Naturale: il sistema del verde e dello spazio pubblico, interno al quartiere, è stato progettato al fine di ottenere una rete integrata di connessione tra giardini privati, spazi pubblici e parchi esterni al quartiere.
Ad Amsterdam nella parte sud della città, il quartiere Zuidas ad alta densità abitativa destinato prevalentemente a uffici e residenze, si basa su scelte infrastrutturali ben precise: l’interramento delle infrastrutture di trasporto, per incrementare la vivibilità degli spazi in superficie, e lo spostamento del traffico, gravante sull’area, nei nuovi tunnel sotterranei – 5 dei quali dedicati al trasporto pubblico su ferro – rappresentano l’armatura urbana del quartiere. L’intermodalità tra rete del trasporto pubblico e rete ciclabile è alla base del progetto anche per raggiungere obiettivi di qualità dello spazio pubblico, in superficie.
A Stoccolma il Norra Djurgårdsstaden/Royal Seaport district, è un quartiere innovativo e ambientalmente sostenibile: è situato in riva al mare e confina col primo parco nazionale cittadino del mondo, l’Eco-Parco, in cui si preservano numerose specie floreali e un’importante diversità faunistica. Le questioni legate all’ambiente e all’energia hanno attraversato tutte le fasi di pianificazione urbana della zona e, come per gli altri quartiere di Lövholmen e Hammarby Sjöstad, rientra nell’obiettivo di Stoccolma Città Fossil Free, entro il 2050. A Malmö, nel quartiere BO01, l’obiettivo di sostenibilità energetica prevedeva di raggiungere il 100% di energia rinnovabile prodotta da fonti locali per rispondere all’approvvigionamento energetico mediante un sistema tecnologico-infrastrutturale formato da una centrale eolica nel porto settentrionale, pompe di calore in grado di estrarre il calore dell’acqua, collettori solari sui tetti di dieci edifici. La sostenibilità del quartiere è perseguita attraverso l’applicazione di alcuni criteri/raccomandazioni per la progettazione urbanistica e architettonica, stabilite dall’amministrazione comunale e condivise con gli imprenditori locali quali, il rafforzamento del genius loci, una chiara lettura dello spazio pubblico/semi-privato/privato, una forte identità delle differenti e molteplici tipologie edilizie (unifamiliari e bifamiliari, case a schiera, condomini, case popolari, alloggi di pregio) ma anche della strada, piazza, parco, una intelligibilità della struttura, forma e funzione, nonché una complessità, articolazione, sorpresa e bellezza dell’intero impianto urbano del quartiere.
A Copenaghen il quartiere residenziale Nordhavne (in costruzione) punta tutto sul trasporto collettivo, attraverso la linea della metropolitana di connessione con il centro città, e sulla mobilità ciclabile; centralità degli spazi pubblici, aree di gioco, attività culturali, accesso al mare, dotazione di servizi, largo impiego di energie rinnovabili, recupero ed efficienza nell’uso risorse disponibili sono gli aspetti dominanti la proposta progettuale. Il masterplan prevede la realizzazione di 11 piccole isole nelle quali la zona ad alta densità abitativa è ubicata vicino al centro per lasciare spazio, progressivamente, agli spazi naturali.
Ulteriori esempi sono Beddington Zero Energy Development (Bed Zed) a Londra, Bike city a Vienna, Solar city a Linz, Ashley Vale a Bristol, Weinbemburg Plus a Münster, New Fjord city a Oslo, Hammarby Waterfront a Stoccolma. Declinazioni settoriali e sperimentali del quartiere ecologico/sostenibile, sono rintracciabili in alcune esperienze della permacultura urbana che offre la possibilità di coniugare alcuni criteri progettuali consolidati della progettazione urbanistica con le componenti della tradizione agricola. Si tratta di un processo integrato di progettazione teso alla conservazione consapevole ed etica di ecosistemi produttivi che abbiano la complessità, la diversità, la stabilità e la flessibilità degli ecosistemi naturali: le Transition Towns propongono un modello inclusivo e il coinvolgimento di una necessaria massa critica di persone per produrre un cambiamento significativo con lo scopo di creare società re-localizzate e resilienti.

Bibliografia

Berrini M., Colonetti A. (a cura), Green Life. Costruire città sostenibili, Milano, 2010; Gelsomino L., O. Marinoni, Territori europei dell’abitare 1990/2010, Milano 2010; AA.VV., Città pubbliche. Linee guida per la riqualificazione urbana, Milano 2009; Borlini B., Memo F., Il quartiere nella città contemporanea, Milano 2008; Sica P., Storia dell’urbanistica, in Il Novecento, vol. 3, Bari, 1996.

Copyright © - Riproduzione riservata
Quartiere

Wikitecnica.com