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Riuso edilizio

Etimologia – Definizione

Il termine ri-uso deriva dal latino ri (preposizione iterativa) e ūtor, ĕris, ūsus sum, ūti (usare, servirsi, far uso di, adoperare) e si riferisce al concetto di utilità del bene edilizio, recuperato allo scopo di accogliere un’attività.
Il riuso edilizio indica il cambiamento di destinazione d’uso di edifici esistenti e riguarda le decisioni necessarie per il loro adeguamento alle esigenze determinate dalle nuove funzioni.

Generalità

Nell’ambito delle attività di recupero del patrimonio edilizio, il riuso edilizio ha lo scopo di prolungare il ciclo di vita degli edifici attraverso la loro continuità d’uso. Il progetto di riuso edilizio interviene per contrastare l’obsolescenza dell’edificio o lo stato di abbandono determinato dalla dismissione della funzione.
Le aree interessate sono sia quelle marginali sia quelle del centro storico. Nelle zone periferiche si tratta principalmente di edifici industriali dismessi: in questo caso, il riuso edilizio rappresenta uno strumento per riguadagnare alla città luoghi che nascevano, per la loro originaria funzione, separati e confinati da essa. Nei centri storici, il riuso edilizio riguarda soprattutto gli edifici specialistici della città consolidata (monasteri, palazzi nobiliari, carceri), collocati in aree centrali già dotate di infrastrutture e servizi.
Il riuso edilizio deve garantire che l’edificio risponda ad esigenze e modi d’uso differenti da quelli per i quali fu costruito, valutando l’impatto che la nuova funzione produce sul manufatto.

Processo formativo

Il dibattito culturale relativo al riuso edilizio ha inizio nell’800, quando lo sviluppo urbano determinato dalla rivoluzione industriale induce i restauratori ad interrogarsi sul valore dell’edificio legato alla sua “utilità”. E.E. Viollet-le-Duc, alla voce “restauro”, sostiene che “[…] il mezzo migliore per conservare un edificio è di trovargli una destinazione e di soddisfare così bene tutti i bisogni relativi a tale destinazione, che non sia necessario apportarvi cambiamenti”. J. Ruskin, in The Seven Lamps of Architecture, afferma che non si possono avanzare diritti sul patrimonio esistente, del quale si può solo godere il valore spirituale, ritenendo ogni intervento una manomissione, ad esclusione della manutenzione.
Agli inizi del ‘900, l’attitudine di un edificio ad accogliere una nuova attività è, secondo A. Riegl, subordinata al “valore” di cui è portatore: gli interventi necessari per destinare il monumento a nuove attività non devono incidere sul suo “valore di antichità”. Il riuso edilizio è intervento consentito per gli edifici che posseggono solo un “valore storico”, non un “valore di antichità”, escludendo opere classiche o alto-medievali.
In Italia G. Giovannoni individua il confine tra architetture suscettibili ancora di un uso quotidiano e quelle destinate ad una fruizione contemplativa, distinguendo “monumenti morti” e “monumenti vivi”. La Carta di Atene (1931), confermando il pensiero di Giovannoni, auspica “[…] utilizzazioni non troppo lontane dalle destinazione primitive, tali da non recare negli adattamenti necessari alterazioni essenziali all’edificio”.
A partire dagli anni ‘50, i temi connessi alla ricostruzione post-bellica inducono urbanisti e restauratori a concentrarsi sul recupero del costruito storico diffuso, al quale va assicurato un futuro attraverso la destinazione a funzioni utili alla società.
Negli anni ‘70, il riuso edilizio dei centri storici privilegia gli aspetti politici e sociali e si prospetta come soluzione alle questioni legate alla carenza di alloggi, con lo scopo di recuperare un patrimonio edilizio sottoutilizzato, configurandosi come alternativa a modelli di sviluppo che mirano all’espansione delle città. Il dibattito teorico si avvale del contributo dell’Associazione Nazionale dei Centri Storici Artistici (ANCSA).
Negli anni ‘80 si definisce l’ambito del recupero edilizio, che riguarda gli interventi relativi ai sistemi insediativi in regime di mercato, finalizzati al miglioramento delle prestazioni offerte e compatibili con l’organismo edilizio considerato. Strategie di riuso edilizio efficaci devono essere fondate sull’interazione tra il sistema fisico, a cui appartiene il manufatto, il sistema economico e il sistema sociale con i quali l’edificio si relaziona. L’approccio esigenziale-prestazionale integra quello conoscitivo e consente di rilevare il comportamento dell’edificio al fine di valutarne l’attitudine ad accogliere nuove destinazioni d’uso, sulla base dei livelli prestazionali offerti.
A partire dagli anni ‘90, anche la disciplina del restauro, superando la dicotomia tra uso come deperimento del bene ed uso come condizione che determina la manutenzione, riconosce che “[…] la causa prima della rovina è costituita proprio dalla perdita di funzione e non da agenti d’altro tipo […]”. Scopo della conservazione integrata è “[…] un uso corretto e rispettoso della realtà materiale e spirituale del monumento” (Carbonara, 1997).

Scenari contemporanei del riuso edilizio

La recente concezione di progetto dell’esistente “[…] vede gli interventi di nuova costruzione come l’eccezione, rispetto alla necessità più generale di governare l’ambiente costruito attraverso l’intelligente combinazione dei processi di conservazione e trasformazione” (Di Battista, 2006).
In questo scenario, il riuso edilizio è inteso come opportunità per rivitalizzare e riqualificare l’intera area in cui i beni sono collocati, efficace strumento di rigenerazione urbana per i benefici che le nuove destinazioni d’uso possono attivare in aree degradate, fungendo da motore di sviluppo del contesto.
L’attuale quadro normativo in materia di OO.PP. (D.Lgs. n. 163 del 12 aprile 2006) fornisce, con l’introduzione del progetto preliminare, uno strumento strategico per valutare la migliore alternativa progettuale in relazione sia alla conservazione dell’edificio e alla valorizzazione delle prestazioni fornite, che al soddisfacimento dell’esigenze dell’utenza determinate dalla nuova funzione.
In anni recenti, la tecnologia del recupero edilizio ha elaborato procedure di compatibilità al riuso edilizio, fondate sul confronto tra le prestazioni dell’edificio e i requisiti richiesti dalle funzioni da insediare. Criteri e scelte di progetto sono ispirati dal giudizio espresso sul costruito e sono guidati dall’assunzione dei valori in esso riconosciuti, valutandone gli esiti, nel rispetto dei vincoli e delle potenzialità presenti nell’edificio.
La verifica consente di orientare il progetto verso la conservazione del sistema ambientale e del sistema tecnologico dell’edificio e di garantire il corretto funzionamento dell’attività insediata. Per valutare il grado di compatibilità dell’edificio rispetto a destinazioni d’uso alternative, “[…] un primo quadro di riferimento […] è ottenibile indagando le classi di esigenza fruibilità, sicurezza e benessere” (Pinto, 2004), individuando i requisiti della nuova funzione ed i range entro i quali considerare accettabili i livelli prestazionali richiesti al manufatto.
La verifica di compatibilità dell’edificio ad accogliere la nuova destinazione d’uso coinvolge l’intero processo di riuso edilizio, includendo la valutazione dei costi di gestione della funzione insediata e dei costi di manutenzione. Obiettivo è garantire l’equilibrio tra il sistema “dinamico” delle esigenze dettate dall’uso e quello – altrettanto mutevole – delle prestazioni dell’edificio.

Bibliografia

Carboonara G., Avvicinamento al restauro, Liguori, Napoli, 1997; Di Battista V., Ambiente costruito, Alinea, Firenze, 2006; Kincaid D., Adapting buildings for changing uses: guidelines for change of use refurbishment, Spon Press, New York, 2002; Latham D., Creative re-use of buildings, Donhead, Shaftesbury, 2000; Pinto M.R., Il riuso edilizio. Criteri, metodi ed esperienze, UTET Libreria, Torino, 2004; Pinto M.R., Attività ed edifici da ridestinare: un’ipotesi di lettura, in  Di Battista V., Fontana C.,Pinto M.R. (a cura di), Flessibilità e riuso, Alinea, Firenze, 1995, pp. 143-175.

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