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Scala (storia)

Chambord (Francia), castello, scala a doppia elica.
Chambord (Francia), castello, scala a doppia elica.

Definizione – Etimologia

Dal latino scando (salgo). Una scala può assumere diverse forme secondo la pianta dell’ambiente che la contiene, il numero e l’andamento delle rampe ed è caratterizzata dall’uso di diversi materiali e sistemi costruttivi.

Tipologie di scale

In base alla tipologia strutturale è possibile individuare due ampie categorie: le scale ad anima e quelle a pozzo.

Scala ad amina
Nelle prime le rampe appoggiano su un sostegno centrale, nelle seconde sui muri d’ambito. In alcuni casi i due sistemi costruttivi sono combinati fra loro e le rampe, sostenute generalmente da volte, poggiano sui muri d’ambito e sulla spina centrale. L’evoluzione nel tempo di questo genere di scala vede il progressivo svuotamento della spina centrale che da muro pieno si trasforma in un setto forato tramite l’utilizzo di archi e colonne, fino ad ottenere un unico ambiente che accoglie le rampe, come nello scalone del romano Palazzo Braschi, ultimato nei primi anni dell’Ottocento.

Scala a pozzo
Le scale a pozzo, oggi molto frequenti e realizzate con strutture a sbalzo in cemento armato, in passato presentavano diverse soluzioni strutturali, fra le quali, di grande interesse, quella della cosiddetta ‘scala alla romana’, su volte in laterizio a sbalzo.

La configurazione delle scale

In base alla loro morfologia le scale possono essere indagate prendendo in considerazione la forma, la disposizione e il numero delle rampe.
La configurazione più semplice è certamente quella ottenuta dalla disposizione di una o più rampe in linea; essa è molto comune e si presta ad artifici prospettici come nel caso della Scala Regia in Vaticano di G. L. Bernini (1664-66).
La combinazione di più rampe rettilinee può dar luogo a diversi tipi di scale, da quelle a due rampe, più semplici seppure talvolta monumentali, a tipi più complessi. A Venezia J. Sansovino realizza , fra il 1537 e il 1545, lo scalone reale a rampe divaricate per la Zecca, alla maniera del Belvedere bramantesco. Altrettanto monumentali sono la scala progettata da F. Juvarra (1718-21) per il Palazzo Madama (con un sistema di rampe rettilinee) e per il Palazzo Reale (scala “delle forbici”, a rampe alternate singole e doppie, 1721) entrambe a Torino.
Le scale elicoidali si prestano a essere utilizzate sia come scale di servizio che di rappresentanza. Nel primo caso, nella variante ‘a chiocciola’, ad anima con colonna centrale o a pozzo, si trovano nelle colonne romane istoriate (colonna di Traiano a Roma), dissimulate nello spessore dei muri (Selinunte tempio A, Basilica di Costantino a Roma) e, molto più diffusamente, all’interno delle torri campanarie, ma anche come scale di servizio nei palazzi signorili.
Nel secondo caso si tratta prevalentemente di scale monumentali realizzate in edifici civili. Fra queste vanno ricordate la scala del Vignola nel Palazzo Farnese a Caprarola (1559-1583), a pianta circolare, progettata sviluppando il tema proposto da D. Bramante nel Cortile del Belvedere in Vaticano (1503-13) e le scale elicoidali a pianta ovale progettate da F. Borromini per il palazzo Barberini (1626-33) e da O. Mascherino per il palazzo del Quirinale, entrambe a Roma.
Una variante è la scala elicoidale a doppia elica, con percorsi separati per la discesa e la salita, come negli esempi cinquecenteschi della scala al centro del donjon nel cortile del castello di Chambord o, in un ambito molto diverso, all’interno del pozzo della Rocca di Orvieto ad opera di Antonio da Sangallo (1527-37).
I tipi di scale precedentemente indicati, combinati fra loro, hanno dato luogo alle forme più varie e complesse, con pianta poligonale o con rampe mistilinee. Di grande interesse, per la loro complessità e il valore architettonico, sono quelle progettate da F. Sanfelice, che ne fece il tema centrale della sua ricerca architettonica, tanto che i modelli da lui elaborati formano una casistica che servì da modello per numerosissimi interventi a Napoli e in tutto il meridione. Fra le altre si ricordano le soluzioni sviluppate per i palazzi napoletani Sanfelice e di Majo durante la prima metà del Settecento.

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