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Favela (slum)

Rio de Janeiro, favela Rocinha.
Rio de Janeiro, favela Rocinha.

Definizione – Etimologia

La parola favela deriva dal latino faba e significa piccolo baccello. Il termine favela come luogo di abitazione delle classi più povere, e deriva dall’occupazione del “Morro da Favela” (collina della favela) a Rio de Janeiro, in Brasile, sul finire del secolo XIX. La parola slum è utilizzata nella lingua inglese e presenta un’etimologia incerta: si tratta di una sorta di slung per denominare strade buie e strette, caratteristiche delle aree residenziali destinate a popolazioni a basso reddito.

Generalità

Presenti nella maggior parte delle città del mondo, gli slums nell’America Latina assumono differenti denominazioni: villas (Argentina), cantegriles (Uruguay), callampas (Cile), barriadas (Perù), città perdute (Messico), pueblos (Colombia). In altri paesi sono chiamati musseque (Angola), kampong (Singapore), gecekondu (Turchia), barrio bajo (Spagna), mentre nei paesi di lingua francofona sono identificati con il termine bidonville. Il termine favela è ormai sempre più utilizzato in tutto il mondo per individuare le aree in cui abitano le popolazioni più povere, gli abitanti stessi (favelados) e tutti i fenomeni correlati al termine (favelizzazione della città, estetica della favela ecc.).
Come manifestazione socio-spaziale complessa, ricorrente e costitutiva delle città nei paesi in via di sviluppo, la parola favela o slum si usa per definire un’unità sociologica generica, anche se non in grado di identificare caratteristiche specifiche come la localizzazione nella città, il tipo di area occupata, il tipo di terreni occupati, l’età, il grado di consolidamento delle costruzioni, la verticalità, il livello delle attrezzature e dei servizi urbani.
Se da un lato le favelas sono rappresentazioni materiali delle disuguaglianze e della povertà presenti nella città, dall’altro sono anche rappresentazioni di un insieme di realtà e vincoli socio-spaziali che agiscono in una dialettica di costante interdipendenza, contraddizione e complementarietà con la società urbana nel suo insieme. Le favelas, considerate oggi come i quartieri dei poveri, presentano un forte dinamismo in termini di mercato, commercio, servizi, localizzazioni e settori interni. In queste aree il complesso mercato immobiliare di compravendita e affitto degli immobili è ben organizzato anche se regolato da criteri informali e non legali. Acquisto, vendita e affitti sono nella maggioranza dei casi sottoposti all’arbitrio dell’autorità locale e vengono realizzati in forma orale oppure con contratti scritti tra gli interessati, quando la parola e la firma sono sufficienti per garantire l’operazione. Confrontati con quelli della città formale, i valori degli affitti sono relativamente alti. Nonostante gli spazi minimi, l’applicazione di irregolarità urbanistiche consente un maggiore sfruttamento rispetto alla città e dove non è possibile soddisfare i criteri formali che rendono la casa più costosa, è sempre possibile creare un’offerta di immobili a un costo minore, più compatibile con le risorse economiche degli abitanti.
In queste aree la religione è un fattore determinante: la presenza di sacerdoti, pastori e altri rappresentanti, provenienti da un mondo popolare facente capo a diverse culture, colma gli spazi lasciati vuoti dal diritto. Queste figure promuovono interventi e azioni fisiche e diventano consiglieri dell’agire quotidiano degli abitanti. Allo stesso modo, riveste un ruolo di primaria importanza il mondo della musica e della danza che costituisce parte fondamentale della vita stessa della favela. Più genericamente, tutta la cultura popolare con le sue declinazioni nazionali (religione, musica, artigianato, calcio e Carnevale, nel caso brasiliano) diventano elemento propulsivo di integrazione/aggregazione della vita urbana e contribuiscono a una connessione verticale tra i differenti gruppi sociali. Le radici economiche e politiche che producono la povertà sono le stesse che impediscono una possibilità di integrazione comunitaria, il superamento delle differenze tra gli abitanti degli spazi formali e informali e un’integrazione attraverso la cultura.
Le situazioni di violenza dovute all’aumento del narcotraffico, omicidi, aggressioni e rapine tra bande della città formale e all’interno delle favelas, hanno dimostrato registrato, negli ultimi anni, una crescita dei conflitti senza precedenti.

Processo di formazione e tipologie

In Brasile le favelas furono originariamente i luoghi di alloggio degli schiavi appena resi liberi; in termini generali le favelas sono formate dai contadini che arrivavano dalla campagna, dai poveri e dai disoccupati che, a causa del cambiamento dei processi tradizionali di produzione e dell’industrializzazione, erano costretti a emigrare dalle aree rurali senza per questo avere un lavoro in città. Senza possedere i mezzi per affrontare e risolvere il problema dell’alloggio nelle aree della città consolidata, i nuovi arrivati occupavano aree (sia pubbliche che private) nella periferia urbana e, con le risorse disponibili, costruivano abusivamente le loro abitazioni. Le abitazioni delle favelas sono distribuite in lotti molto piccoli e irregolari, a volte senza accesso frontale e diretto dalle strade dove avviene la normale circolazione/mobilità della città. Le case presentano dimensioni minime: spesso sono dotate di una camera da letto, dove dormono i genitori e i figli più piccoli e una stanza adibita a cucina-soggiorno che, la sera, diviene camera da letto degli altri residenti come figli, anziani ecc. Il bagno è, molto spesso, lontano dalla casa e, alle volte, in comune tra due o più famiglie. Costruite con materiali inadeguati (legno riciclato, detriti di costruzioni, lattine, cartone, teloni, plastica) e senza alcuna conoscenza tecnico-strutturale, queste abitazioni presentano problemi di ventilazione, esposizione, controllo della temperatura, umidità, illuminazione e soprattutto un’attenzione scarsa o nulla alla sicurezza abitativa e alla prevenzione degli incendi in grado di consentire il minimo grado di sicurezza abitativa.
Il difficile rapporto con la viabilità della città formale, la difficoltà di accesso alle aree adibite ad attività ricreative e di svago, il contatto dei lotti con fonti di inquinamento e rifiuti tossici, sono le altre caratteristiche delle aree occupate dalla popolazione a basso reddito. Questi insediamenti non rispondono alle norme vigenti di proprietà del suolo, a regole urbanistiche, a standard abitativi e neppure a regole di ordine fiscale; gli abitanti di queste aree, vittime per lo più della disoccupazione e/o di occupazione informale e a basso reddito, che rafforzano le condizioni di povertà, di solito sono discriminati, esclusi dal credito e connessi alla criminalità e al traffico di stupefacenti.
Le favelas sono sostanzialmente spazi privi di infrastrutture primarie: mancano acqua, energia elettrica, infrastrutture sanitarie e in molti casi, a causa del difficile accesso e della relativa circolazione interna, sono privi del servizio di trasporto pubblico. Sono insediamenti per lo più costruiti in aree a rischio geologico e alluvionale (aree limitrofe ai fiumi e torrenti) o in aree con forti dislivelli come nella parte di massima pendenza di colline, ovvero in quelle aree dove il mercato immobiliare non ha interesse o dove è, addirittura, vietato costruire.
Un’altra caratteristica delle favelas è la grande densità, risultato di un elevato numero di piccole unità abitative in piccoli lotti di terreno e di una grande quantità di persone che abitano in ognuna di queste unità; la mancanza di attrezzature e servizi urbani quali la raccolta di rifiuti, l’illuminazione pubblica, l’ indirizzo per la posta, i centri sanitari, le scuole e le attività commerciali di una certa rilevanza sono le ulteriori caratteristiche “deficitarie” che descrivono le favelas nel loro assetto complessivo. Nelle favelas si riscontra, spesso, un’alta presenza di malattie: obesità, malnutrizione, dissenteria, malattie infettive (tubercolosi, HIV), cardio-vascolari e mentali nonché quelle collegate all’uso di stupefacenti, particolarmente grave tra i più giovani (tra i 15 e 29 anni) ma presente anche tra le fasce più deboli come donne, bambini e anziani. Anche il tasso di mortalità infantile, prima dei 5 anni di vita, spesso è molto alto.
Le caratteristiche di questi territori differiscono da quelli della città formale e le favelas spesso sono considerate e descritte sulla base di elementi e strutture mancanti e questo rende difficile l’identificazione chiara delle loro peculiarità, poiché le generalizzazioni non aiutano a spiegare la dinamica al loro interno e il rapporto con la città formale. La favela come parte del tessuto urbano presenta una dinamica socio-spaziale che deriva e risponde, al contempo, alla logica del mercato urbano e degli interventi dello Stato. In tal senso le singole case e la favela, considerate come un unicum, sono soggette a opere di miglioria nel corso del tempo attraverso l’ampliamento delle abitazioni, l’utilizzo di materiali più durevoli e, come recentemente dimostrato, con la localizzazione lungo i suoi margini esterni, di attività commerciali e di servizio; gli interventi dello stato garantiscono, di fatto, alla popolazione residente la condizione di fissa dimora ovvero escludono future azioni di demolizione della favela stessa e la relativa rimozione e deportazione degli abitanti in altri luoghi.

Comprensione attuale

La favela, fenomeno sociale complesso, non può essere definita attraverso un insieme limitato o semplificato di variabili oppure in un contesto unico e fisso. Come espressione della povertà, le cause e le conseguenze della sua configurazione devono essere indagate e comprese all’interno di una molteplicità di questioni: dall’illegalità giuridica della proprietà della terra, alla manifestazione socio-culturale della povertà materializzata nella forma urbana. Il pensiero modernista-igienista dell’inizio del secolo XX affermava che lo sviluppo (economico) avrebbe portato con sé la conquista della città ideale e il modo temporaneo di abitare (la favela) così come la povertà, sarebbero scomparsi con il progresso. La lettura elaborata in quell’epoca vedeva la favela come una forma urbana transitoria. La valutazione delle vere condizioni di vita dei poveri (occupazione, reddito, accesso alla terra, aspetti etnici, culturali, di genere, forme organizzative ecc.) così come le loro relazioni con gli altri attori coinvolti nella scena urbana (governo locale, volontà politica ecc.) non erano considerate, rendendo praticamente impossibile una valutazione più ampia e una gestione più efficiente dei modi di conoscenza della realtà. Da un lato, era demandato alla crescita economica futura la creazione di spazi urbani formali, legali e uguali, dall’altro, l’economia politica urbana, di base macro, non riusciva a mostrare possibilità di interventi fattibili.
Le favelas sono espressione della povertà urbana e la ricerca di soluzioni su questo tema ha presentato diverse interpretazioni che testimoniano le forme di indagine, comprensione e gestione del problema. Negli anni ‘50 la povertà era considerata come un fattore incidentale, negli anni ‘70 veniva considerata come una malattia della civiltà che avanza insieme al processo economico dove il povero viene considerato marginale al sistema; la povertà intesa come fenomeno transitorio e indesiderato del processo di sviluppo economico e pertanto come fattore da risolvere attraverso politiche mirate di recupero e inclusione, portava con sé l’idea che i poveri potessero essere progressivamente incorporati nella città formale attraverso politiche di inclusione sociale.
Dagli anni ‘80 in poi la povertà è concettualizzata come la povertà degli esclusi e, essendo prodotti della globalizzazione, sono accettati come un debito sociale per il quale non esiste rimedio. Il nuovo approccio alla povertà promuove nuove soluzioni: le favelas non sono più viste come parti di una città degradata e miserabile, ma come un modo autonomo di edificare e abitare in cui gli abitanti, mentre producono le proprie condizioni di vita, producono anche la propria indipendenza nella formazione dell’ambiente edificato. L’influenza di questo pensiero sugli enti preposti a decidere e a intervenire fisicamente sulla città, unitamente alle politiche degli organismi internazionali, ha cambiato il modo di formulare le nuove politiche sociali per le favelas: queste non sono più viste come problema, ma come l’unica possibilità di alloggio della popolazione urbana povera una volta che, in funzione della sua dimensione, la povertà poteva soltanto essere soggetta a una diminuzione. In questo modo si consolida una nuova visione su come rispondere al problema dell’alloggio per i poveri urbani all’interno delle città nei paesi in via di sviluppo.
Da questo momento, le favelas sono oggetto di progetti volti a regolarizzarle attraverso interventi mirati a migliorarne le condizioni di vita. In questa fase lo Stato si assume il compito di garantire ai più poveri l’accesso alle risorse (terra, agevolazioni legali, sistema infrastrutturale minimo, finanziamento) e quello di promuovere un processo basato su modelli decisionali. In questo modo, agli abitanti spetta il controllo del processo decisionale delle loro abitazioni in termini di locali, materiali, di dimensioni ovvero essi stessi divengono i possibili proprietari in grado di acquistare la casa, secondo la loro capacità di pagamento; sostanzialmente il diritto di accesso alla città, garantito dallo Stato, consente all’abitante informale di divenire un residente (in senso lato) della città formale.
La politica pubblica, puntando sul diritto alla casa, promuove fondamentalmente progetti su scala urbana, azioni di riordino e sviluppo locale in grado di integrare differenti parti di città e di avviare processi di riqualificazione urbana, non solo fisica, ma soprattutto sociale ed economica. In questo modo, una volta che la povertà urbana ha raggiunto una dimensione senza precedenti, dovuta anche alla complessità delle richieste dal punto di vista della sostenibilità ambientale, le favelas sono diventate oggetto di investimenti pubblici in cui l’obiettivo è quello di generare benefici locali e urbani, sociali e economici, garantendo la riduzione della povertà. Questo significa attivare politiche in grado di permettere alle popolazioni di basso reddito di poter acquistare le abitazioni secondo le proprie possibilità, di garantire la proprietà dei terreni, l’accessibilità, la sicurezza, la rete infrastrutturale primaria e secondaria, nonché un ambiente salubre in cui vivere.

Bibliografia

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