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Spontanea, architettura

Campagna di Alberobello (Bari), "trullo", capanna cilindro-conica in pietra (raccolta Cataldi).
Campagna di Alberobello (Bari), "trullo", capanna cilindro-conica in pietra (raccolta Cataldi).

Definizione

Per architettura spontanea si intendono, in senso lato, tutte quelle costruzioni, dalle intrinseche qualità strutturali, funzionali ed estetiche, la cui realizzazione è avvenuta in mancanza di programmazione, ovvero senza l’intervento di un architetto. L’attributo di spontaneità accostato a un termine che in sé contiene il concetto indispensabile della progettazione, potrebbe sembrare contradditorio, se non lo si utilizzasse in riferimento a un particolare ambito architettonico, quello connesso all’evoluzione tipologica del luogo casa che sancisce il contemperamento di entrambi i concetti. Alla spontaneità sono legati, da una parte, gli aspetti funzionali connessi alla capacità di offrire non solo un riparo dalle intemperie e un rifugio dai pericoli, ma anche uno spazio abitabile per lo svolgimento di specifiche attività domestiche, dall’altra quelli estetico-strutturali di un’architettura che si esprime con linguaggi derivanti fortemente dal luogo e dall’ambiente in cui si è realizzata, sempre caratterizzata dall’utilizzo di tecniche costruttive e materiali edilizi locali.

Esempi

Fin dal momento del passaggio dalla capanna (cilindrica dal tetto conico, o a pianta quadrangolare con tetto a due spioventi), semplice rifugio notturno e riparo dalle intemperie, alla casa quale spazio fruibile da una famiglia anche durante il giorno, i due concetti, quello di spontaneità e quello di architettura iniziano a coesistere, generando delle unità edilizie di volta in volta anche molto differenti tra di loro, in funzione dell’ambiente geografico e delle epoche storiche.
L’unità abitativa tipica dell’epoca medio-elladica, nel continente greco, è il megaron, casa unicellulare a pianta rettangolare, spesso con una terminazione absidale. Un esempio di questo tipo di abitazioni è presente nel villaggio di Poliochni, sull’isola di Lemnos. La tholos, costruzione a pianta circolare e copertura a conoide, utilizzata da alcune civiltà (tra cui micenea ed etrusca) a scopi funerari e religiosi, è un tipo di struttura che ha dato luogo a diverse costruzioni anche a carattere rurale e abitativo. Il villaggio di Tell Arpassiya, ad esempio, di epoca neolitica, era un centro agricolo sorto sulla riva sinistra del Tigri, la cui unità edilizia è costituita da una tholos, che, nella sua versione più avanzata presenta anche un dromos, spazio intermedio tra interno ed esterno. Un carattere polivalente assume il “nuraghe” sardo, sviluppatosi fin dal II millenio a. C. e utilizzato fino al III sec. a.C., assumendo di volta in volta destinazioni d’uso differenti (militare, religiosa, residenza nobiliare). Esso è costituito da una costruzione tronco-conica a torre, con pianta circolare dal diametro di 30-50 m, sviluppandosi in altezza (fino a 20 m) con tre ambienti sovrapposti, decrescenti, conclusi da una copertura a terrazza.
Carattere prevalentemente rurale assumono invece le “caciare” abruzzesi, costruzioni semisferiche o ogivali in pietra a secco, realizzate sovrapponendo cerchi concentrici di diametro via via decrescente, destinate al ricovero dei pastori e alla lavorazione del formaggio. Dello stesso tipo si presentano i “cubburri” siciliani, che attraverso i secoli assumono anche dimensioni adatte all’uso abitativo. Il carattere di spontaneità deriva, dunque, dal processo formativo che porta alla definizione dello spazio casa in funzione delle specifiche esigenze antropologiche differenziate in base al diverso contesto storico-geografico-climatico di riferimento.
È proprio dai valori tradizionali intrinseci di queste costruzioni che deriva il carattere prevalente di quest’architettura senza architetti, che riassume negli edifici stessi tutta la cultura costruttiva di una specifica area geografica. Prodotto di una coscienza spontanea è anche il tipo edilizio, quale concetto di casa che si evolve nel corso della storia, attraverso realizzazioni la cui spontaneità è frutto di una determinata cultura edilizia. Si inizia a parlare di tipo edilizio fin dal momento in cui si cominciano a realizzare case a un unico vano con una superficie compresa tra i 25 e i 35 m2, a pianta quadrangolare di 5-6 m di lato, o circolare con diametro della stessa misura, a delimitare uno spazio unitario in cui si esplica la vita familiare. Tale tipo base monocellulare coincide coi primi alloggi rurali, oggi ancora persistenti in alcune aree geografiche, come ad esempio il “trullo” pugliese, antica costruzione in muratura di pietra a secco con copertura a tholos, che può avere pianta circolare (nei tipi più prettamente rurali) o più comunemente quadrangolare (negli aggregati urbani), con vani-ripostiglio e nicchie-letto ricavati nello spessore della muratura. I trulli che vediamo oggi (i più noti sono quelli di Alberobello), aggregati in serie lungo percorsi urbani, hanno quasi tutti un vano principale a pianta quadrangolare, coperto dal caratteristico tetto conico, intorno al quale, si sviluppano, per gemmazione, altri vani più piccoli, a pianta rettangolare, coperti da volte a botte.
Un altro tipo di abitazione rurale è quello della casa a corte, inserita in un’area recintata quadrangolare, con lato corto sul percorso, su cui è posto l’accesso. L’edificio, a pianta rettangolare, si pone, inizialmente, su un solo lato del perimetro, quello opposto all’accesso, e spesso è preceduto da un portico. Con la specializzazione del piano terreno destinato a deposito degli attrezzi di lavoro, l’edificio si sviluppa in altezza, con un piano abitativo sopra il pianterreno. È un tipo edilizio ancora introverso, come la casa greca e la domus romana, entrambe senza affacci all’esterno, sviluppate intorno a un cortile interno da cui prendevano luce e aria gli ambienti circostanti. Attraverso stadi di progressivo intasamento dell’area recintata, la casa a corte acquisisce la valenza tutta medievale del fronte sul percorso. Dalla matrice elementare monocellulare e a un solo piano, a pianta quadrangolare, derivano gli ampliamenti successivi che porteranno alla formazione della casa a schiera. Il vano unico si raddoppia in altezza, per separare l’ambiente di lavoro-magazzino al pianterreno, dal vano casa soprastante, con accessi successivamente separati tramite una scala esterna a profferlo (pseudoschiera). Dall’aggregazione spontanea lungo un percorso di più cellule monofamiliari, deriva la disposizione a schiera con muri laterali d’ambito in comune e un doppio affaccio, uno su strada, l’altro su uno spazio di pertinenza retrostante. La maggiore specializzazione dello spazio-casa-lavoro, in epoca medievale, porta al raddoppio in profondità della cellula di base, per distinguere, al piano terra, il vano bottega dal magazzino e al piano superiore lo spazio cucina-tinello dal vano per il riposo notturno. Si giunge alla definizione della casa a schiera matura, con scala interna nella prima cellula, quando i piani d’abitazione diventano due, sovrapposti al piano terra: uno per la zona giorno, l’altro per la zona notte. Dalla rifusione di due case a schiera, dal XVIII secolo in poi, si giunge alla configurazione della casa plurifamiliare ad appartamenti sovrapposti, che successivamente genera a sua volta il tipo in linea (in area romana) a due appartamenti per piano, serviti da un corpo scala posto a lato dell’androne con accesso sul percorso. Dalla rifusione di più case a corte (in area milanese) si passa a un tipo costituito da un corpo di fabbrica doppio sul fronte strada, come la casa in linea, ma anche da un corpo semplice rigirante intorno al cortile dal quale si accede al corpo scala.

Bibliografia

Caniggia G., Maffei G.L., Composizione architettonica e tipologia edilizia, Venezia, 1979; Guidoni E., Architettura primitiva, Venezia, 1979; Lilliu G., I Nuraghi. Torri preistoriche della Sardegna, Nuoro, 2005; Piccinno V. (a cura), Parlando di architettura spontanea, Udine, 2006; Rudifsky B., Le meraviglie dell’architettura spontanea, Bari, 1974; Simoncini G., Architettura contadina di Puglia, Genova, 1960.

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