Distinguibilità | Wikitecnica.com

Distinguibilità

Roma, S. Stefano Rotondo, cappella di S. Stefano, pavimento, V-VII sec. d.C., reintegrazione (archh. G. Carbonara, R. D’Aquino, M. Olevano, 2008).
Roma, S. Stefano Rotondo, cappella di S. Stefano, pavimento, V-VII sec. d.C., reintegrazione (archh. G. Carbonara, R. D’Aquino, M. Olevano, 2008).

Definizione – Etimologia

Criterio posto alla base della moderna metodologia del restauro e riferito alla riconoscibilità e alla distinzione dello stesso intervento di restauro, inteso, quest’ultimo, come atto conseguente a un approccio filologico alle opere del passato. Dal verbo latino distinguo, inf. -ĕre, la distinguibilità è infatti legata alla pratica, in uso già nella filologia antica, d’introdurre segni diacritici (dall’aggettivo greco διακριτικός: attestato, già in Platone, con il senso di “atto a distinguere”), ossia segni grafici diversi da quelli propri dei testi originali, con funzione separativa, per mettere in rilievo interpolazioni o altri tipi di interventi in sede critica testuale. La filologia moderna utilizza gli stessi segni diacritici per indicare lettere o parole incerte nella trascrizione o lettura e nelle correzioni, distinguendoli dal testo autentico. La distinguibilità possiede, nel suo stesso etimo e nel significato corrente della parola, uno stretto legame con l’azione del discernere, riconoscere attraverso i sensi o l’intelletto sia l’oggetto in sé, sia quest’ultimo nella sua diversità rispetto agli altri oggetti. Così la distinguibilità ha oggi, negli interventi sulle preesistenze e in particolare nel restauro, il valore specifico di criterio posto alla base dei procedimenti di reintegrazione delle lacune.

Generalità

La volontà di rendere distinguibile l’intervento di reintegrazione muraria diviene chiara e fattiva a partire dalla fine del XIX secolo, con le enunciazioni del III Congresso degli Ingegneri e Architetti italiani tenutosi a Roma nel 1883, diffuse da C. Boito in un articolo dal titolo I restauratori (1884) e in Questioni pratiche di Belle Arti (1894).
Già J.J. Winckelmann aveva sollevato la questione delle reintegrazioni di lacune e della loro necessaria distinguibilità rispetto alle parti originali nelle opere d’arte mobili. Il criterio, sperimentato da tempo nella filologia classica, era già stato anticipato da sporadici interventi ‘differenziati’, del 1781, in alcune integrazioni eseguite in muratura intonacata, nelle colonne del tempio di Segesta, a opera di Carlo Chenchi, nei restauri, degli anni 1790-92, con integrazioni ‘neutre’ dell’obelisco di Montecitorio, di G. Antinori e nei restauri archeologici nel corso del XIX e XX secolo, come nel caso degli interventi di R. Stern e G. Valadier sull’Arco di Tito, esempio, quest’ultimo citato da A.-C. Quatremère de Quincy come caso corretto di “distinguibilità” a vista.
Il criterio e la prassi della distinguibilità nelle reintegrazioni si combinano quindi con le prime proposte volte anche alla ricerca della loro reversibilità e notorietà negli enunciati 1883. Questi prevedevano infatti la “differenza di stile fra vecchio e nuovo”, la “differenza di materiali di fabbrica” e la “soppressione di sagome e di ornati”. Tali indirizzi, interpretati soprattutto nel loro sviluppo successivo, hanno una grande influenza sulla pratica del restauro architettonico prima e, più tardi, nel corso del XX secolo, sul restauro pittorico e scultoreo. Le raccomandazioni della Carta del Restauro italiana del 1931-32 indicavano come opportuni gli interventi realizzati con materiali diversi ma compatibili con i preesistenti, l’utilizzo di forme semplificate, con caratteri di “nuda semplicità” e di “rispondenza allo schema costruttivo” (art. 7). Le indicazioni delle Carte del Restauro di Atene (1931) e di quella italiana in merito alla distinguibilità degli interventi di reintegrazione di lacune e, soprattutto, la successiva riflessione condotta da C. Brandi nella sua Teoria (1963), sono elaborate operativamente dallo stesso Brandi nell’ambito delle sperimentazioni condotte dall’Istituto centrale del Restauro, a partire dagli anni quaranta, sul metodo del tratteggio ad acquarello o “rigatino” e da G. De Angelis d’Ossat nel suo Schemi di corretta reintegrazione delle lacune murarie (1978). Su una parallela linea di pensiero e sperimentazione, U. Baldini (1978) propone, per la reintegrazione delle lacune, il metodo operativo della “selezione cromatica” e dell’”astrazione cromatica”.
Nelle opere d’arte figurativa, il criterio della distinguibilità, in quanto legato all’intervento di restauro, si applica sulla materia dell’opera stessa; riferito alle reintegrazioni o a interventi sulla materia esso interferisce con la figuratività stessa del monumento. Pur in presenza di un orientamento concettuale comune, la differenziazione dell’intervento di restauro, per esempio attraverso l’impiego di materiali o trattamenti dissimili da quelli originali, o la semplificazione delle forme, possono generare esiti diversi sotto il profilo espressivo, ossia del controllo estetico dell’immagine del monumento reintegrato, come nel caso delle reintegrazioni in mattoni scalpellati dei paramenti del Pantheon in Roma (1929-31) o del moderno pavimento della chiesa di Santo Stefano Rotondo (2008), sempre in Roma, che suggerisce, differenziandosi dall’antico e con la dovuta leggerezza, quanto si è potuto comprendere delle partizioni e dei ritmi antichi e, insieme, facilita la lettura delle tracce di strutture appartenenti a fasi costruttive diverse della chiesa; o, ancora, nelle reintegrazioni eseguite nel restauro del castello di Kolding (1972-90). In alcuni casi si hanno esempi di reintegrazione con una differenziazione ‘critica’ armonizzata con le parti antiche anche tramite l’utilizzo di un linguaggio architettonico attuale, come si vede, ad esempio, nel recente restauro del Cassero dei Fiorentini a Prato (2000). Risultati diversi si hanno nel caso di reintegrazione differenziata con perimetrazione del contorno delle lacune tratta, così come proposto nell’“Allegato A” della Carta del Restauro del M.P.I. del 1972, come si vede nell’abside della chiesa di San Savino a Piacenza. Altro caso è rappresentato dalle reintegrazioni con trattamenti di finitura differenziati, come nell’esempio delle decorazioni del soffitto della basilica di San Lorenzo a Firenze (1999), nelle quali l’intervento ha comportato la realizzazione di reintegrazioni con la tecnica del “puntinismo”, visibile e riconoscibile ad una distanza ravvicinata e non percepibile da lontano.

Bibliografia

Baldini U., Teoria del restauro e unità di metodologia, Nardini, Firenze, 1978, 2 voll.; Boito C., I restauratori, Conferenza tenuta all’Esposizione di Torino il 7 giugno 1884, Barbera, Firenze, 1884; Brandi C., Teoria del restauro, Einaudi, Torino, 1963; Carbonara G., Avvicinamento al restauro, Liguori, Napoli, 1996, in particolare pp. 460-461; De Angelis D’Ossat G., Schemi di corretta reintegrazione delle lacune murarie, Roma, 1978, in Sul restauro dei monumenti architettonici. Concetti, operatività, didattica, Scuola di Specializzazione in Restauro dei monumenti, Strumenti 13, Roma, 1995, pp. 87-92; Gizzi S., Le reintegrazioni nel restauro. Una verifica nell’Abruzzo aquilano, Roma, 1988; Sette M. P., Un nodo del restauro: la reintegrazione fra notorietà, distinguibilità, reversibilità, in «Opus», 1990, 2, pp. 243-254.

Copyright © - Riproduzione riservata
Distinguibilità

Wikitecnica.com