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Percezione

Erich Mendelsohn enfatizza le forme per accentuare la percezione dei significati. Einsteinturm, Potsdam (Germania), 1920-1921.
Erich Mendelsohn enfatizza le forme per accentuare la percezione dei significati. Einsteinturm, Potsdam (Germania), 1920-1921.

Definizione

La percezione è il processo psico-fisiologico che elabora l’intera esperienza sensoriale (visiva, uditiva, tattile, olfattiva e gustativa) organizzandola in forme e sensazioni dotate di significato. La percezione visiva è la modalità più coinvolta nei processi di ricezione del mondo esterno in termini di spazio e di immagine, pertanto è la più incisiva in architettura. Secondo le conoscenze più recenti il meccanismo della percezione è attivato da processi in parte trasmessi geneticamente e in parte acquisiti attraverso l’esperienza personale (R.L. Gregory).

Storia

Già Aristotele (384-322 a.C.) tratta della funzione percettiva (sensitiva) e la descrive come qualcosa di strettamente legato all’anima, ben distinta da quella nutritiva, presente in ogni organismo vivente, e da quella razionale, presente solo nell’uomo. In antico si riteneva che fosse un processo attivato dall’occhio con l’emissione di raggi esplorativi. Gli interessi per la percezione visiva come fenomeno fisico originato dalla luce emessa o riflessa dagli oggetti e raccolta dall’occhio hanno inizio con gli studi di Alhazen (965-1038) sull’ottica. Proseguono poi con gli studi di Ghiberti e Leonardo sulla perspectiva naturalis, sostanzialmente incentrati sui rapporti tra visione e rappresentazione. La percezione come atto globale è presente nel pensiero di Cartesio (1596-1650) che in essa inquadra qualsiasi atto intellettivo non determinato dalla volontà, ma mosso da stimolazioni esterne; viene anticipato così il rapporto essenziale tra percezione e psicologia (psicologia della forma). Leibniz e gli empiristi (Hume) definiscono “percettivo” il processo che conduce le impressioni (sensazioni elementari), attraverso la coscienza, alla formulazione delle idee (elaborazioni profonde). Per von Helmholtz (empirista, 1867) esso si compone di due fasi: la prima (analitica) che si svolge negli apparati sensoriali e che raccoglie gli stimoli in entrata, la seconda (sintetica) che si svolge nella mente dove gli stimoli ricevuti concorrono a dare un senso al percepito. Dopo la scoperta della legge di Fechner-Weber, che già nel 1834 aveva permesso di individuare e quantificare il rapporto (esponenziale e non diretto) esistente tra lo stimolo e la sensazione, viene dato avvio da un lato agli studi fisiologici sulla percezione, dall’altro all’approfondimento dei suoi contenuti psicologici e fenomenologici. Tra la fine dell’800 e l’inizio del ’900 si afferma l’introspezionismo (W. Wundt), che considera la percezione come esito dell’azione svolta sulla coscienza da una somma di sensazioni isolate e indipendenti e contro il quale prende posizione con fermezza la Gestaltpsychologie (psicologia della forma) il cui pensiero, di tipo “globalizzante”, diventa dominante nel campo delle scienze cognitive per tutta la prima metà del secolo XX, producendo influenze in quasi tutti i possibili ambiti applicativi. Oggi quel tipo di formulazione, di stampo idealistico (che viene detto appunto “gestaltico”) è sostanzialmente contestato per le smentite pervenute dagli ambiti delle scienze neurologiche, biologiche e cognitive in generale. Recentemente si è affermata la teoria ecologica di J.J. Gibson (1966) per la quale il processo di percezione é volto al raggiungimento di un fine e quindi da questo influenzato.

Percezione e architettura

Le conseguenze del modificarsi nel tempo degli approcci teorici alla percezione si manifestano in architettura soprattutto a seguito degli ultimi sviluppi del pensiero evoluzionista. Questo rafforza infatti la teoria ecologica e propone un’interpretazione della conoscenza come processo volto strumentalmente alla migliore sopravvivenza. Si afferma così l’idea che l’architettura, oltre al suo fine funzionale, abbia sostanzialmente anche un obiettivo linguistico, inteso come compito di “farsi percepire” correttamente, nel quadro dei codici di un linguaggio comune per il quale conoscere è “riconoscere” le caratteristiche utili dell’ambiente, vale a dire le caratteristiche “attese”. Un obiettivo comunicativo dunque, indirizzato dalle contingenze della vita e dal loro modificarsi.
In architettura si registrano fortemente le conseguenze della connessione esistente tra la percezione e la rappresentazione, fondando entrambe le discipline gran parte del proprio corpus sia teorico che applicativo sul processo della visione. Ne consegue che generalmente (e comunemente) i problemi della percezione finiscono per identificarsi con quelli legati alla rappresentazione prospettica dove confluiscono molte questioni riguardanti il rapporto tra l’essere e l’apparire.
La recente influenza del pensiero neoevoluzionista (R. Dawkins, S. Gould) sui processi di selezione naturale che hanno originato lo sviluppo degli apparati percettivi indirizza gli studi sulla percezione verso un’ipotesi deterministica del rapporto tra stimolo ricevuto e significato attribuito. Il ché potrebbe non tener conto del fatto che l’architettura è una manifestazione intelligente che propone liberamente forme e spazi innovativi nei quali le scelte morfologiche, gli espedienti scenografici, gli accorgimenti prospettici e i proporzionamenti volumetrici aventi per obiettivo la figurazione dello spazio agiscono in modo analogo e sinergico nel progettare e nel percepire (R. de Rubertis 1971).

Bibliografia

Cesa Bianchi M. e altri, La percezione, Franco Angeli, Milano 1970; Gregory R.L., Occhio e cervello, Il Saggiatore, Milano 1966; Merleau Ponty M., Fenomenologia della percezione, Il Saggiatore, Milano 1965; De Rubertis R., Progetto e percezione, Officina Edizioni, Roma 1971.

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