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Volume

Definizione – Etimologia

Dal latino volvere (avvolgere). Volumen o rotolus era il rotolo progettato come supporto di scrittura, in cui una striscia lunga e stretta di papiro o pergamena, scritta da un lato, era avvolta al suo bastone di legno. In fisica, estensione nello spazio di un solido o di un fluido. L’unità di misura del volume nel Sistema Internazionale (SI) è il metro cubo, simbolo m3.

Il volume in architettura

Nell’edilizia indica il contenuto cubico di un edificio calcolato moltiplicando l’area del pavimento per l’altezza o è inteso come entità spaziale solida in tre dimensioni che può essere accostata ad altri oggetti consimili, per dar luogo a un insieme di particolare significato. Il volume in architettura può essere interpretato sia dal suo interno, fruibile, che dal suo esterno, dunque è percettibile. Nell’architettura antica (greca, romana ecc.) il procedimento di accostamento dei volumi avviene attraverso modalità compositive di accumulazione e giustapposizione. Esso è considerato come oggetto dell’attività concettuale nel XVIII secolo, con l’attività di critici illuministi e architetti che precedono la Rivoluzione francese; tra essi, il più conosciuto è Claude-Nicolas Ledoux che in esso vedeva quasi un riflesso di particolari qualità morali dell’uomo.
Il volume come elemento protagonista fondamentale dell’architettura e della composizione architettonica è una conquista moderna e arriva all’architettura attraverso la pittura, in particolare attraverso la scuola cubista; in questo senso Le Corbusier, provenendo da una formazione artistico pittorica, è una figura emblematica. Nel dibattito architettonico e nella produzione modernista – comparativamente a quanto è stato prodotto nel cinquantennio successivo a Le Corbusier – il volume viene interpretato come entità compatta e sinteticamente descrivibile anche nell’opera di altri autorevoli figure dell’architettura come Frank Lloyd Wright e soprattutto di Mies Van del Rohe. Le successive esigenze di massa emerse col boom economico degli anni sessanta hanno influito sull’evolvere di forme e volumi frammentati, scomposti e meno sinteticamente descrivibili o associabili a stereometrie pure rispetto alle architetture del movimento moderno. Le architetture postmoderne e decostruttiviste, pertanto, – che si sono proposte come possibilità sperimentali di superamento del modernismo e non direttamente relazionate alla tradizione costruttiva vitruviana trilitica – sono risultate molto spesso composte di parti volumetriche intersecate, articolate e complesse (Frank Gehry). Alcuni fra i linguaggi espressi dall’architettura negli ultimi vent’anni, associabili a pratiche concettuali high-tech ed ecologiste, inoltre, hanno sollecitato la mimesi delle forme organiche e fluide della natura e del paesaggio (Zaha Hadid), anche queste difficilmente associabili all’idea tradizionale di volume. Negli ultimi anni, invece, una rinnovata fiducia emergente verso un portato culturale, che si può definire neo-tradizionalista e neo-modernista – evidentemente indotto dalle limitazioni imposte dalle crisi economiche dell’ultimo ventennio e dal conseguente graduale esaurimento del ciclo di presenza internazionale delle archistar – sembra riportare la ricerca sul linguaggio architettonico che fa uso di soluzioni volumetriche e costruttive semplificate e, dunque, all’impiego di volumi puri.

 Bibliografia

Enciclopedia Italiana Treccani, ad vocem, 2012 (http://www.treccani.it/vocabolario/volume/); Nencini D., Piazze. Luce e misura. In La Piazza. Significati e ragioni nell’architettura italiana, Milano 2012; Portoghesi P. (a cura), Dizionario Enciclopedico di architettura e urbanistica diretto, Roma, 1968, ad vocem.

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