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Anastilosi

Tetrapylon, Afrodisia (odierna Turchia), II secolo d.C. Anastilosi 1988-1991 (foto F. Condò, E. De Vita).
Tetrapylon, Afrodisia (odierna Turchia), II secolo d.C. Anastilosi 1988-1991 (foto F. Condò, E. De Vita).

Definizione-Etimologia

Tecnica di restauro, generalmente utilizzata in campo archeologico, consistente nella ricostruzione di strutture o edifici realizzati a secco (assemblaggio a secco), vale a dire con blocchi di pietra da taglio montati senza malta e che garantiscano la contiguità, non necessariamente la completezza, dei pezzi da rimontare. Questi ultimi potranno anche risultare mutilati, ma non tanto da impedirne una ricollocazione in qualche modo “certa”, basata sull’evidenza materiale e non su ipotesi, confronti con altri monumenti o ragionamenti analogici. A tal fine, i singoli pezzi andranno scrupolosamente rilevati e studiati nelle loro qualità geometriche e materiali.
L’anastilosi, quindi, si distingue da un più generico processo di “ricostruzione”, parziale o totale, di un monumento e si apparenta piuttosto alla “ricomposizione” dei frammenti di una statua in marmo o di un antico vaso in vetro o ceramica. Anche qui l’elemento distintivo consiste in un rimontaggio dei pezzi guidato dalla concreta, oggettiva testimonianza fornita dai frammenti a disposizione del restauratore.
Sugli interventi di anastilosi si sono levate, in più occasioni, voci critiche: contro il rialzamento degli antichi templi, tale da restituirne un’immagine falsata, con le colonne esposte in piena luce anziché proiettate sull’ombra dei muri della cella, con i rocchi variamente invecchiati e corrosi, con un’alterazione indebita del sito archeologico, con il rischio di presentare solo una fase cronologica e di sviluppo del monumento. Più di recente, altri studiosi hanno messo in luce le difficoltà in termini di compatibilità, non solo chimico-fisica ma anche estetica, di durabilità dei nuovi materiali e di poca affidabilità del procedimento, nient’affatto scevro da problemi d’interpretazione e meno “oggettivo” di quanto sembri (discusse arcate “siriache” nel Canopo di Villa Adriana presso Tivoli).
Il termine deriva dal sostantivo greco femminile anastélosis, attestato dal geografo Tolomeo (circa 95-173 d.C.) con il senso di “erezione su una colonna”. A sua volta esso discende dal verbo anastelóo, attestato da Plutarco (46/50-post 120 d.C.) con il senso di “innalzare su una colonna o stele” o anche di “innalzare” un monumento. Il vocabolo più prossimo, nella lingua latina, è il sostantivo femminile instauratio, rinnovamento, ricostruzione, riparazione, collegato a sua volta al verbo instauro, stabilire, disporre, restaurare, rinnovare. Più lontani sono il sostantivo femminile restauratio, rinnovazione, rinnovamento, e il verbo restauro, restaurare, rinnovare, riprendere, per la presenza del prefisso re, che in composizione assume, fra gli altri, il significato di “indietro” o di “restituire allo stato di prima” o il “ripetersi di un’azione”, assente invece nel greco aná. Comunque, nel linguaggio corrente italiano, la parola “anastilòsi” (pronunciata in tal modo secondo la consuetudine latina e “anastìlosi” secondo quella greca) ha il valore di “ricostruzione di antichi edifici, ottenuta mediante la ricomposizione dei pezzi originali”.

Significati e applicazioni moderni

Il termine è successivamente documentato, in età bizantina (VIII-IX secolo), con riferimento alla “restaurazione” del culto delle immagini contro l’iconoclastia; tuttavia il suo uso, nell’accezione odierna, è attestato dal 1925, quando N. Balanos ne fa uso in una comunicazione tenuta a Bruxelles, ed è codificato in occasione della Conferenza internazionale di Atene; infatti esso è presente nella Carta di Atene del 1931. Non è un caso, quindi, che G. Giovannoni non ne faccia cenno in un suo volume del 1929, dove parla semplicemente di “restauri di ricomposizione”, mentre in un testo del 1945 lo utilizza più volte.
La Carta del Restauro italiana del 1931-1932, la Carta di Venezia del 1964 e la Carta del Restauro del Ministero della pubblica istruzione del 1972 richiamano esplicitamente l’anastilosi. Ma, in Italia, gli interventi come quelli sul Capitolium di Brescia o, a Roma, sul tempio di Apollo Sosiano e sul tempio di Venere Genitrice sono piuttosto riconducibili al tema delle ricostruzioni didascaliche, e aventi valore di sistemazione urbana, che a quello dell’anastilosi. Di essa non hanno il carattere di certezza, essendo invece il frutto di congetture in qualche caso già oggi superate.
Quindi, più che in Italia o in Europa, dove la pratica della spoliazione dei monumenti antichi è stata costante, significative occasioni di anastilosi possono rintracciarsi nel Vicino Oriente e nell’Africa romana, dall’Egitto (Saqqāra, complesso funerario di Doser; Karnak, tempio di Ammone) al Marocco, soprattutto in situazioni di prolungato abbandono. Ecco che, accanto ai casi di elementare ma effettiva anastilosi di alcune colonne (base, fusto, capitello), ad esempio nell’area archeologica di Ostia Antica, è più facilmente a Cirene, Leptis Magna (basilica severiana), Sabratha, in Libia, oppure a Dougga (Capitolium, teatro), Bulla Regia, Uthina in Tunisia, o anche in Algeria (arco di Traiano a Timgad), oltre che in Siria (esempi di architettura bizantina del V-VI secolo) e in Asia Minore, che si possono trovare interessanti realizzazioni d’anastilosi (Tetrápylon di Afrodisia, edificio colonnato nell’agorá o frontone, rimontato a terra, del tempio di Atena a Magnesia sul Meandro). Una singolare forma di anastilosi è la ricollocazione in sito dei grandi blocchi romani in calcestruzzo, facenti parte di volte crollate, attuata prima in Libia (teatro di Leptis Magna) e poi a Villa Adriana.

Anastilosi indiretta

Si tratta d’una tecnica più di presentazione museografica dei monumenti (museografia) che di ricostruzione. Nel caso di frammenti scarsi e discontinui, ma tutti pertinenti al medesimo manufatto, si può, dopo un accurato studio storico-archeologico, ricollocarli e ripresentarli nella posizione che essi dovevano avere in origine, sostenendoli con un supporto moderno che potrebbe ben alludere alla forma dell’antico. Uno dei casi più noti e precoci, praticato in ambito ungherese sulla scia della Carta di Venezia, è la sistemazione dei resti del tempio di Iside a Szombathely, l’antica Savaria, o quella dei pochi frammenti lapidei, collocati su reti metalliche appositamente sagomate e rimesse in sito, delle perdute volte a crociera della Torre di Salomone a Visegrád.
In Italia, molto significativa è la riproposizione, nel Museo della Crypta Balbi a Roma, del rivestimento in stucco di un pilastro di età romana su un moderno sostegno metallico; così anche la sistemazione, su una struttura architettonica evocativa realizzata sul sito antico, degli elementi ceramici ornamentali (in copia) del tempio di Apollo a Veio, presso Roma.

Bibliografia

Dimacopoulos J., Anastylosis and anasteloseis, in “ICOMOS Information”, 1, 1985, pp. 16-25; Gizzi S., Anastilosi e rimontaggi ‘infedeli’ quali simbolo dei luoghi, in Τopos e Progetto. Il recupero del senso, Roma, 2000, pp. 53-80; Torsello B.P., Musso S.F., Tecniche di restauro architettonico, II, Torino, 2003.

 

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