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Interno

Definizione

Spazio fisicamente delimitato. Riferito ad un’architettura, è uno spazio configurato da un involucro. In tal senso, per interno si intende uno spazio destinato ad una precisa fruizione, specificazione che mette in rilievo quello che nella maniera più significativa distingue l’architettura dalle altre arti figurative.

Generalità

Questo aspetto sarà oggetto di approfondite riflessioni da parte di numerosi studiosi a partire dalla fine dell’Ottocento. Sotto diverse angolazioni critico-analitiche essi cercheranno di approfondire il significato e le possibili estensioni del termine ‘interno’, nonché le sue implicazioni in campo progettuale.

La sua specificità, afferma Bruno Zevi, “[…] sta nel suo agire con un vocabolario tridimensionale che include l’uomo”. Lo spazio interno, egli nota, “[…] non può essere rappresentato compiutamente in nessuna forma” e non può essere compreso “[…] e vissuto se non per esperienza diretta”. Questo porta ad aggiungere alle tre dimensioni tradizionali, “[…] un altro elemento” che “[…] è appunto lo spostamento successivo dell’angolo visuale”. Il tempo necessario per l’attuazione di tale movimento sarà battezzato ”quarta dimensione”.

Le origini storiche della concezione zeviana dello spazio interno, come nota Giulio Carlo Argan, sono da ricondurre all’esperienza della pittura cubista e dell’architettura di Frank Ll. Wright. L’architetto americano, infatti, In the Cause of Architecture, afferma: “L’edificio non è più un blocco di materiali da costruzione da trattarsi, artisticamente, dal di fuori. L’ambiente interno è il grande fatto dell’edificio – l’ambiente che deve essere espresso all’esterno come spazio chiuso. Questo senso dell’ambiente interno, ritenuto il tema centrale del recinto, in architettura è il pensiero avanzato che è anche rivolto alla ricerca di un’espressione esterna”.

Esiste un principio di reciproca indissolubilità, fra interno ed esterno, osserva Cesare Brandi che è una peculiarità del linguaggio architettonico. L’architettura, infatti, non può essere solo un interno o solo un esterno: l’esterno e l’interno debbono poter godere di una spazialità che renda ciascuno di essi, reciprocamente, anche interno o esterno a se stesso.

Può risultare riduttivo fare riferimento esclusivamente ai margini fisici che definiscono l’interno architettonico. E questo, perché possono darsi situazioni spaziali prive di una perimetrazione chiaramente definita. Il piano di copertura del Padiglione dell’Esposizione Universale di Barcellona di Ludwig Mies van der Rohe (1929), nella sua assolutezza, riesce esaurientemente a rappresentare l’idea di interno pur nell’assenza di una struttura perimetrale.

La cultura contemporanea, sempre più, tende allo smantellamento e alla decostruzione degli spazi chiusi, dei recinti, degli ambiti chiaramente delimitati, attraverso contaminazioni e la compresenza di stimoli provenienti da territori del pensiero diversi. Questa visione manifesta una tensione verso forme che, nella definizione della loro spazialità, amano situarsi nei territori di confine o tendono a stabilire una convergenza tra ciò che è fuori e ciò che è dentro. In tal senso, il portico (e con esso, la loggia, la veranda, la galleria, la pensilina, la tettoia ecc.) in quanto elemento architettonico non chiaramente determinato, rappresenta un punto di mediazione tra l’internità e l’esternità: un luogo non protetto, una “stanza a cielo aperto” in cui è possibile svolgere il rito dell’abitare e, contemporaneamente, lasciarsi prendere dalla vita che si svolge nello spazio esterno circostante.

Bibliografia

Argan G.C., Progetto e destino, Milano 1960; Brandi C., Arcadio o della Scultura. Eliante o dell’Architettura, Torino, 1956; Focillon H., La vie des formes, Paris, 1934; Wright F.L., In the Cause of Architecture, in «Architectural Record», 1928; Zevi B., Architettura in nuce, Roma-Venezia 1960; Zevi B., Saper vedere l’architettura, Torino 1948.

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