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Strutturalismo

Amsterdam, orfanotrofio, Aldo van Eyck, 1960.
Amsterdam, orfanotrofio, Aldo van Eyck, 1960.

Definizione

Diffuso e sistematizzato a partire dagli anni Cinquanta del Novecento, soprattutto sulla scorta degli studi antropologici di Claude Lévi-Strauss (1908-2009), lo Strutturalismo è stato un paradigma epistemologico alternativo al Positivismo delle scienze matematiche e naturali, il cui raggio d’azione è andato però oltre l’ambito tradizionale delle scienze umane. La nozione di struttura che gli fa da sostrato deriva dalle ricerche svolte, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo successivo, nei campi della psicologia della Gestalt e della linguistica.

Generalità

Lo sviluppo storico
Dal Corso di linguistica generale di Ferdinand de Saussure pubblicato a ridosso della sua morte, avvenuta nel 1913, deriva l’elaborazione più efficace di quel concetto, molto presto transitato dal campo della linguistica a quello degli studi di etnologia tramite il Saggio sul dono di Marcel Mauss (1923-24). La struttura, in questa accezione, è un sistema unitario i cui elementi sono determinati dalle relazioni reciproche e non possono perciò essere colti individualmente, come atomi isolati. La struttura, scriveva Saussure, è «un sistema di puri valori» organizzato secondo principi di regolazione che costituiscono gli schemi o le leggi interne del suo funzionamento. Il metodo dello strutturalismo consiste allora nell’individuare, comprendere e descrivere tali schemi in modo immanente, cioè attenendosi al campo di relazioni sotto osservazione senza far leva su leggi derivate da altre strutture, diverse da quelle analizzate.
Elemento primario del metodo strutturalista è la distinzione fra schemi invarianti, che del sistema rappresentano l’ossatura, e schemi variabili, che ne costituiscono invece la componente storica. Ammettendo l’interazione fra questi due livelli, lo strutturalismo ha preso le distanze dai due indirizzi prevalenti dell’epistemologia novecentesca: l’atomismo logico, il quale alla relazionalità del sistema antepone la possibilità di isolare alcuni elementi semplici di base, e lo storicismo, che relativizza i fenomeni strutturali riconducendoli ai loro processi di sviluppo.
Parlare di sistema, totalità, leggi, relazioni e processi interni di trasformazione ha permesso allo strutturalismo di percorrere una via diversa rispetto a quelle due linee e di perseguire, al tempo stesso, un’idea di scientificità e un’apertura verso la flessibilità dell’esperienza concreta. Di qui la fortuna che, nel secondo Novecento, ha esteso l’influenza dello strutturalismo verso una serie di discipline che non si sentivano adeguatamente rappresentate né dai metodi della conoscenza scientifica né dalla tradizione delle “scienze dello spirito”: non solo la linguistica, la psicologia e l’antropologia, cioè gli studi che avevano dato vita allo strutturalismo, ma la sociologia, l’architettura, la teoria politica, l’estetica e la storia dell’arte.
Roland Barthes (1915-1980) ha parlato dello strutturalismo non come di una corrente di pensiero, ma come di una rete di «attività» che impegnavano in consapevoli «esercizi» della struttura scrittori come Michel Butor, pittori come Piet Mondrian, musicisti come Pierre Boulez, linguisti come Vladimir Propp, storici come Georges Dumézil, per citare solo alcuni degli esponenti più in vista. In Francia soprattutto, dove negli anni Cinquanta e Sessanta era diventato quasi una koiné artistica e accademica, ma anche in paesi come la Germania e l’Italia, dove si segnala l’opera di Umberto Eco (1932-2016), lo strutturalismo era servito come etichetta unificante anche di indirizzi teorici molto diversi fra loro, com’era già accaduto con gli studi sulla linguistica e sull’arte portati avanti negli anni Trenta dagli studiosi riuniti nel Circolo di Praga: Jan Mukařovský (1891-1975), Roman Jakobson (1896-1982), Nikolaj Trubeckoj (1890-1938) e Sergej Karcevski (1884-1955). Ciò che, tuttavia, ha conferito unità e riconoscibilità allo strutturalismo, al di là delle differenze e persino delle incompatibilità teoriche di singoli contributi, è stata l’appartenenza a un generale clima culturale “antiumanistico”, ovvero contrario al monopolio del soggettivismo e della coscienza negli ambiti della psicologia, dell’estetica e della ricerca sui fenomeni sociali, incluse le formazioni linguistiche e dell’arte.
Sul finire degli anni Sessanta le critiche più radicali allo strutturalismo sono state sviluppate proprio in Francia da autori come Michel Foucault (1926-1984), che ha contestato la mancanza di un rapporto significativo con la storia e Jacques Derrida (1930-2004), il quale ha denunciato l’indebita positivizzazione delle strutture, ovvero il fatto che esse fossero intese fenomeni “naturali” della vita sociale. Di qui, nonostante la fortuna che lo strutturalismo avrebbe conosciuto anche in seguito, l’inizio del suo declino e della sua trasformazione da paradigma generale a risorsa metodica locale, cioè a strumento per l’analisi di singoli ambiti intuitivamente descrivibili in termini di relazioni fra invarianti e variabili di sistema.

Strutturalismo e architettura
In ambito architettonico, a partire dalla fine degli anni Cinquanta lo strutturalismo ha contribuito a portare i fenomeni sociali concreti al centro del dibattito sulla pianificazione urbana e la progettazione di singoli edifici sempre facendo riferimento all’impulso proveniente dagli studi di C. Lévi-Strauss. In esplicita polemica contro l’indirizzo razionalista, prevalente fin dagli anni Trenta in consessi internazionali come il CIAM (Congrès International d’Architecture Moderne), architetti olandesi come Aldo van Eyck (1918-1999) e John Habraken (n. 1928) hanno cercato di restituire valore agli elementi non scientifici del progetto senza però abbracciare l’idea opposta, eroica e soggettivista, dell’architettura come forma d’arte. Lo strutturalismo, da questo punto di vista, offriva a una simile esigenza un linguaggio e un metodo appropriati, oltre che una serie di riferimenti teorici facilmente esportabili nell’architettura e applicabili anche in campo critico e pubblicistico.
Nella rivista «Forum», da lui fondata nel 1959, Aldo van Eyck non usava ancora la parola strutturalismo ma si riferiva spesso a una visione dell’architettura come fenomeno integrato nello spazio sociale dell’uomo che è già alla base della successiva adozione di quel termine da parte di un modo di operare, più che di una corrente teorica vera e propria in ambito architettonico. Il progetto dell’orfanotrofio di Amsterdam, costruito fra il 1955 e il 1960 come una struttura urbana in miniatura, ispirata alle forme etnologiche dei villaggi africani e indigeni americani, è stato alla base di un’impostazione insieme molto concreta e fortemente idealizzata, i cui effetti di lunga durata si possono ancora riscontrare su un’intera genealogica dell’architettura nordica, e olandese in particolare, che giunge fino alle prime prove progettuali e teoriche di Rem Koolhaas (n. 1944).
D’altra parte la stessa idea di architettura «partecipata», promossa da Habraken fin dalle sue pubblicazioni dei primi anni Sessanta (come De Dragers en de Mensen,1961), si basa sulla possibilità distinguere diversi livelli di struttura, alcuni dei quali possono variare in funzione dell’uso e dei bisogni individuali. Come ha scritto Herman Hertzberger (n. 1932), si tratta di una distinzione fra «strutture a ciclo vitale lungo» e «strutture a ciclo vitale breve» che corrisponde a quella operata dallo strutturalismo fra invarianti e variabili di una totalità sistemica.
Molti architetti attivi fra gli anni Sessanta e Settanta hanno adottato principi dello strutturalismo anche quando non si sono riconosciuti esplicitamente in un’estetica di tipo strutturalista: da Kenzo Tange a Moshe Safdie, da Lucien Kroll a Richard Rogers e, fra gli italiani, Renzo Piano e Giancarlo De Carlo. Sul piano strettamente teorico, si deve considerare come un esempio di strutturalismo anche l’analisi semiotica dell’architettura, di cui ha offerto un esempio Umberto Eco in La struttura assente (1968), e l’applicazione alla storia dell’architettura del concetto di «astanza», sviluppato da Cesare Brandi (1906-1988) come contrassegno specifico di quei fenomeni artistici che si manifestano come insieme di relazioni e non come elementi semplici, atomici.

Bibliografia

Bastide R. (a cura), Sens et usages du terme structure, Mouton, Paris, 1962 (trad. it. Usi e significati del termine struttura, Feltrinelli, Milano, 1962); Wahl F., Quest-ce Que Le Structuralisme?, Seuil, Paris 1968, (trad. it. Che cos’è lo strutturalismo?, Feltrinelli, Milano, 1971); Benost J., La Révolution structurale, Denoël-Gonthier, Paris, 1980; Dosse F., Histoire du Structuralisme, PUF, Paris, 1992.

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