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Design (storia)

Definizione – Etimologia

Termine inglese significante disegno, nel senso di idea o progetto. Vale a dire l’iter progettuale – dall’idea al disegno esecutivo – necessario alla realizzazione di un oggetto, di un edificio o di un concetto. In particolare, a partire dagli anni Venti del Novecento, il termine si riferisce all’industrial design, vale a dire alla concezione di oggetti di uso comune, destinati alla produzione in serie mediante procedimenti industriali. Non esiste però una definizione univoca della parola, il cui senso cambia nel tempo. Inoltre il design, soprattutto per influenza del marketing, viene oggi confuso con il procedimento di stilizzazione, vale a dire il miglioramento estetico di un oggetto al fine di renderlo più allettante per il consumatore.

Storia

A causa dell’incerta definizione del concetto di design, è difficile tracciarne la storia e persino indicarne la data di nascita, benché siano entrambe legate agli sviluppo dell’industrializzazione. Nel corso dell’Ottocento il disegno industriale è anticipato da sporadici episodi. Ad esempio, il lavoro di C. Dresser e la produzione seriale di mobili in legno curvato avviata in Germania ed in Austria da M. Thonet nel 1840. Ma, già nel Settecento, le manifatture inglesi di tessuti e porcellane utilizzano disegnatori di modelli e motivi ornamentali, esistono scuole per la loro formazione e raccolte di motivi decorativi. Sempre in Inghilterra, le arti applicate godono nell’età vittoriana di un impulso innovativo grazie a uomini come H. Cole, W. Morris, E.W. Godwin, e ad eventi come le Grandi Esposizioni Internazionali, la creazione del movimento Arts and Crafts, l’apertura delle rotte commerciali con il Giappone e la conseguente importazione di modelli orientali.

A partire da quel momento una serie di fatti scandisce l’evoluzione delle arti applicate e del disegno industriale, il cui iter è collegato alla storia delle avanguardie europee.

All’inizio del Novecento l’interesse per le arti decorative e la produzione in serie di oggetti d’uso quotidiano si sposta in Germania ed in Austria. Sull’esempio del movimento Arts & Crafts, J. Hoffman crea nel 1903 la Wiener Werkstätte, laboratorio di artigianato artistico che insegue il miraggio di un’arte totale, che spazi dal progetto di edifici a quello di oggetti, su una base di qualità, funzionalità e armonia.

Nel 1907 H. Muthesius fonda a Monaco il Deutscher Werkbund, consorzio di artisti, artigiani e industriali volto a saldare la cesura tra industria ed arti applicate. Il programma dell’associazione, alla quale aderiscono J. Hoffmann, P. Behrens, J. M. Olbrich, H. van de Velde, W. Gropius e B. Taut, prevede per ogni progetto l’analisi dei costi, della qualità artigianale, delle modalità e dei tempi di produzione, cercando di coniugare il tutto con le politiche aziendali. Si delineano allora i paradigmi che definiscono l’oggetto di industrial design: progetto, produzione, vendita e consumo.

Nel 1907 P. Behrens riceve dalla AEG l’incarico di studiare l’immagine dell’azienda. È il primo esempio assoluto di design globale. Oltre ai prodotti industriali Behrens disegna per la AEG il logo, la grafica, i manifesti pubblicitari, gli imballaggi, progetta gli edifici delle fabbriche e gli alloggi per gli operai.

Nel 1917 nasce in Olanda il movimento De Stijl, che ha un ruolo determinante nell’affermarsi dell’idea del funzionalismo – riassumibile con l’espressione attribuita a L. Sullivan: “la forma segue la funzione” – idea prevalente nelle avanguardie degli anni Venti e Trenta. Le ricerche di De Stijl trovano applicazione in progetti caratterizzati da un radicale geometrismo con linee rette e colori puri.

Nel 1919 l’eredità delle avanguardie europee è raccolta dal Bauhaus, scuola di architettura ed arti applicate e punto di riferimento per il movimento razionalista. Gli insegnanti, appartenenti a diverse nazionalità, sono figure di primo piano della cultura europea e l’esperienza didattica della scuola influisce tuttora sull’insegnamento artistico e tecnico. Il fondatore W. Gropius vuole, grazie all’uso complementare di insegnamento teorico e di laboratori pratici, plasmare figure di creatori di forme nuove per nuovi sistemi produttivi. A partire dal 1922 gli oggetti progettati nei laboratori del Bauhaus sono prodotti industrialmente. Tra gli alunni più dotati spiccano M. Breuer e M. Brandt, che disegnano sedili in tubolare d’acciaio e apparecchi di illuminazione in alluminio e vetro smerigliato. L’orientamento ideologico del Bauhaus è indirizzato verso la creazione di un migliore habitat per una società di massa, ma la scuola e il movimento culturale che ne deriva non sopravvivono al regime nazista.

Nel 1925 si apre a Parigi l’Exposition des Arts Decoratifs che dà il nome: Art Decò, ad una moda influenzata dall’esperienza del Wiener Werkstätte, che, in contrapposizione al funzionalismo, considera l’uso dell’ornamento una nuova fase della storia dell’arte decorativa. L’Art Decò non è legata alla produzione industriale, essendo soprattutto centrata sulla creazione di pezzi unici, ma avrà un’influenza decisiva sullo styling e lo streamlining, opera della prima generazione di designers americani, che deve il suo nome alla ricerca di forme aerodinamiche e accattivanti, nate dal culto futurista della velocità e da quello per la modernità. Velocità, aerodinamismo suggeriscono forme a goccia, tondeggianti, segnate da linee che esaltano l’immagine del movimento (R. Loewy, Cadillac, Coca Cola).

Mentre l’America elabora il concetto di styling, con scopi ideologici e commerciali, in Europa il dibattito sul modernismo si sviluppa intorno alle idee di Le Corbusier (padiglione dell’Esprit Nouveau), al rifiuto di qualsiasi tipo di decorazione, all’ideale del “desencombrement”, l’eliminazione di ogni inutile ingombro. I mobili razionalisti francesi sono pensati come oggetti meccanici che usano particolari accorgimenti tecnici: perni, cerniere, piani rotanti; rappresentano lo spirito della macchina, sono oggetti per una “macchina per abitare”. Sulla stessa linea si muovono C. Perriand, E. Gray e J. Prouvé. In Italia le prime esperienze di arti decorative sono legate al modernismo (Bugatti, E. Basile), ispirate alla tradizione vernacolare (D. Cambellotti) o a temi classici e rinascimentali (Zecchin, G. Ponti). A partire dal 1930 grazie alle Esposizioni Triennali milanesi anche l’Italia compete con il movimento moderno internazionale, in particolare per quanto riguarda la produzione di macchine e apparecchi industriali (Fiat, Olivetti).

Un caso a parte è rappresentato da design scandinavo. Erede di una tradizione di impronta popolare che risale alla fine dell’Ottocento, è caratterizzato dal culto per il classicismo e per l’artigianato di qualità. L’interesse per i principi ergonomici ed anatomici, la tradizione silvicola del mondo scandinavo porta alla realizzazione di mobili in legno curvato e di arredi dalla forme fluide e tondeggianti (Stokke, A. Jacobsen, A. Aalto).

Il secondo dopoguerra vede lo sviluppo della scuola americana, centrato soprattutto sul disegno di mobili (C. Eames, E. Saarinen, J. Colombo) caratterizzati dall’uso innovativo del metallo e della plastica, che presentano, rispetto alle esperienze precedenti, una nota scultorea e tridimensionale. In Europa è l’Italia a guadagnare un posto di preminenza grazie all’industria automobilistica, a quella degli elettrodomestici (Piaggio, Fiat, Brion Vega, Olivetti) ma anche al disegno di mobili e complementi di arredo (Cassina, Kartell, Arflex). Alla fine degli anni Sessanta, sempre in Italia, nasce una corrente alternativa sia al razionalismo che all’ergonomia, in nome di una maggiore libertà espressiva (Sotsass, Mendini).

Gli ultimi decenni sono caratterizzati da diverse possibilità grazie a nuovi materiali e ad innovazioni tecnologiche: il binomio forma-funzone perde significato e ormai il design sembra espandersi virtualmente anche al di fuori dello spazio reale.

Bibliografia

D’Amato G., Storia del design, Milano, 2005.

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