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Tridente

G.B. Falda, Villa Peretti Montalto all'Esquilino, 1668.
G.B. Falda, Villa Peretti Montalto all'Esquilino, 1668.

Definizione

Il tridente è una realizzazione urbanistica basata su un sistema di tre strade convergenti in una piazza, uno slargo o uno snodo e avente spesso come punto focale la facciata di un edificio, un obelisco o una fontana. La denominazione deriva dal cosiddetto Tridente romano confluente in piazza del Popolo, realizzato nella prima metà del XVI secolo e costituito dalle attuali via del Corso, via di Ripetta e via del Babuino.

Le origini

Ma i primi esempi di sistemazione urbanistica basata sul tridente si hanno già nel XIII secolo in Italia e in Francia. In particolare, Firenze e Bologna sono tra le città più importanti che sperimentano questo modello di soluzione viaria tra il XIII e il XIV secolo.
A Bologna, il tridente più rilevante è quello costituito dalle vie San Felice, delle Lame e del Pratello, tutte convergenti su Porta Stiera, appartenente alla Cerchia dei Torresotti, realizzata nel tardo XII secolo. Il tridente, che è fronteggiato sul lato opposto delle mura, verso est, da un altro sistema di 5 strade convergenti su Porta Ravegnana, doveva già essere realizzato nel 1245, allo scopo di collegare il territorio con le più importanti porte cittadine per far confluire il traffico di attraversamento lungo l’asse principale della città, rappresentato dal tratto urbano della via Emilia. Allo stesso modo, esso serviva a collegare le porte della cerchia dei Torresotti con le nuove mura realizzate durante la prima metà del XIII secolo. Questa particolare caratteristica fa sì che il tridente bolognese preannunci in qualche modo l’impianto, molto utilizzato successivamente, della città radiale.
Dal punto di vista tecnico, la novità consiste nel prolungamento, ampliamento e rettifica di strade esistenti, anche se permangono ancora dei tratti curvilinei che testimoniano della loro antichità. Il fondale del tridente era rappresentato dalla distrutta Porta Stiera, elemento di grande visibilità, che segnava il punto di confluenza delle strade principali.
Questa caratteristica del modello bolognese si ritrova, pur se con minore qualità formale e di dimensioni più ridotte, a Cremona, dove la cupola del Battistero, costruito nel 1167, rappresenta anche se solo idealmente, il punto di arrivo di tre strade.
Per quanto riguarda invece i tridenti fiorentini, questi ultimi, rispetto a quelli bolognesi, non solo sono più numerosi e limitati dimensionalmente, ma hanno anche una diversa funzionalità dal momento che sono usati all’interno del tessuto urbano per raccordare tra loro le diverse parti della città. Nel 1224 veniva, infatti, tracciata la via Nova (l’attuale via Vigna Nuova) che aveva la funzione di coordinare la viabilità di quella parte occidentale della città all’interno delle mura terminate nel 1175, disponendosi ortogonalmente all’andamento prevalente del tessuto viario urbano. Questa strada che si collegava anche al Ponte della Carraia costruito tra il 1218 e il 1220, sarà il primo elemento di un tridente confluente verso il ponte e costituito dalla via Parione e via degli Orafi. In questo caso il tridente è fortemente legato a un concetto di geometrizzazione degli spazi pubblici, e altri esempi rilevanti, sempre nell’ambito fiorentino, sono il tridente costituito dalle vie delle Belle Donne, del Sole e Borgo San Pancrazio e quello, che affluisce in piazza S. Ambrogio, composto dalla vie di Mezzo, dei Pilastri e di Pietrapiana.
I tridenti fiorentini, meno “spettacolari” di quello bolognese di Porta Stiera, fanno parte di scelte tecnicamente controllate e programmate e per questa ragione destinati a influenzare in maniera significativa le successive realizzazioni romane. Un’altra caratteristica dei tridenti fiorentini è poi quella di essere completamente svincolati dalla cerchia delle mura. Da notare poi che i tridenti vengono realizzati in un periodo in cui Arnolfo di Cambio è impegnato a Firenze in significative operazioni volte a trasformare e a razionalizzare lo spazio urbano in chiave moderna ed è quindi ipotizzabile un suo intervento anche nel loro disegno.

L’evoluzione del tridente nella progettazione urbana

Il tridente, che va quindi considerato come un prodotto della progettazione urbana del XIII secolo, si ritrova impiegato anche fuori dall’ambito italiano, come ad esempio nelle bastides francesi. In questi casi, però, la soluzione è adottata in maniera discontinua e con tecniche altamente variabili, come a Tournon d’Agenais, dove l’angolazione delle tre strade appare di scarsa entità, o a Fleurance o a Puybrun, dove il tridente si trova in corrispondenza di una porta. Questi tridenti francesi sono più simili agli esempi fiorentini perché, come in quel caso, si dipartono dall’interno della cinta difensiva verso l’esterno.
Le realizzazioni urbanistiche fiorentine della fine del Duecento saranno prese a modello per gli interventi papali a Roma a partire dalla metà del XV secolo e in particolare durante il pontificato di Niccolò V (1447-1455).
Con il piano per Borgo e Vaticano, il pontefice getta le basi per l’inizio di una ristrutturazione urbana che coinvolgerà l’intera città e in cui appare significativamente un esempio di tridente costituito dalle tre strade che avrebbero dovuto collegare la piazza antistante Castel S. Angelo con quella posta davanti alla basilica vaticana. Si trattava di un tridente dalla limitata apertura angolare ma con una forte valenza progettuale. Le strade, tutte rettilinee e con fondale, sarebbero state caratterizzate, così come si ricava dalla celebre descrizione del Manetti, da una diversa funzione, strettamente legata agli edifici che vi sarebbero sorti e alle attività che in essi si sarebbero svolte. La strada centrale, asse di simmetria dell’intera composizione, è destinata alle residenze più nobili e a funzioni di rappresentanza e questo suo ruolo è ulteriormente sottolineato dall’avere come fondale l’obelisco, che già nelle intenzioni di Niccolò V doveva essere spostato dalla sua posizione originaria, a fianco della basilica, al centro della piazza. La strada a destra di questo asse centrale doveva, invece, accogliere attività e abitazioni di livello intermedio, mentre quelle di livello inferiore dovevano essere localizzate nella strada a sinistra verso il Tevere. Anche per queste due vie laterali erano stati previsti dei fondali e l’attenzione nell’identificazione di questi ultimi (l’entrata dei Palazzi Vaticani per la strada a destra e l’edificio destinato ai canonici di San Pietro per la strada a sinistra) dimostra la ricerca di una componente scenografica che sposta l’attenzione lungo le tre direttrici e la concentra sul fondale architettonico. La novità rispetto ai modelli fiorentini tardomedievali consiste nella gerarchia tra le strade, garantita anche dalla presenza del fondale costituito dall’obelisco proiettato sulla porta di San Pietro. Del progetto di Niccolò V verrà però di fatto realizzata, nel 1499, solo la strada di destra, la via Alessandrina, dal nome del pontefice che ne promuoverà l’apertura in vista del Giubileo dell’anno 1500.
Ma la vera codificazione del modello del tridente, da cui deriva anche il nome, si ha con l’apertura del tridente di Campo Marzio a Roma, realizzato nella prima metà del XVI secolo. L’area interessata da questa sistemazione è quella definita verso nord da piazza del Popolo, sulla quale prospetta una delle porte principali della città, utilizzata da coloro che giungevano da settentrione e dall’area intorno alla via Lata, limitata a ovest dal Tevere e a est dalla collina del Pincio. L’estensione di questo intervento fa sì che si tratti della massima espansione residenziale progettata nella Roma dei papi e, da questo momento in poi, il tridente diventerà un modello molto imitato non solo in campo urbanistico, ma anche in scenografia e nell’arte dei giardini. Oltre alla preesistente via Lata, la prima strada a essere aperta è la via Leonina, poi di Ripetta, a partire dal primo decennio del Cinquecento, che doveva collegare piazza del Popolo con il polo dello Studium Urbis della Sapienza attraverso l’asse rettilineo di via Leonina — via della Scrofa anche se, di fatto, il traguardo finale diveniva il palazzo Medici nei pressi di San Luigi dei Francesi. La simmetrica via Clementia (l’attuale via del Babuino), aperta successivamente durante il pontificato di Clemente VII, doveva invece collegare l’accesso a Roma con l’altura del Quirinale. Questo intervento veniva quindi a completare la struttura portante del tridente, anche se quest’ultimo verrà realmente completato e definito in tutte le sue parti solo nel secolo successivo. Dopo la collocazione dell’obelisco Flaminio e della fontana nel 1589 sarà sotto Alessandro VII, particolarmente interessato all’area del Campo Marzio, che verranno realizzate le testate del tridente costituite dalle due chiese “gemelle” di Santa Maria in Montesanto e S. Maria dei Miracoli, dove intervengono Carlo Rainaldi e Gian Lorenzo Bernini con l’assistenza di Carlo Fontana. Per quanto riguarda la paternità del progetto iniziale del tridente romano è stato ipotizzato un intervento di Raffaello e Antonio da Sangallo il Giovane che nel 1513 ricoprono l’importante carica di Maestri delle Strade. Comunque il progetto si inserisce pienamente nell’ambiente artistico monopolizzato in quegli anni a Roma dall’Urbinate e, anche se Antonio da Sangallo non fu direttamente coinvolto nella sua definizione, sarebbe stato però colui che, attraverso gli interventi urbanistici commissionategli da papa Paolo III, avrebbe fatto diventare il tridente uno strumento fortemente codificato e ripetibile in numerose situazioni. Il rapporto del tridente con la scena teatrale può anche essere collegato alla rappresentazione, tipica dei fondali teatrali, di un incrocio di strade che raffigurate in prospettiva diventano un vero e proprio tridente.
Di diretta derivazione dal tridente di Campo Marzio è quello posto in corrispondenza dell’importante nodo viario costituito dalla piazza che si apriva davanti al ponte S. Angelo, dove si ricongiungevano tre strade che strutturavano una delle zone più importanti e vitali della Roma del Cinquecento. Nel tridente di Ponte il procedimento progettuale è uguale a quello messo in atto nel tridente di Campo Marzio; inoltre vi è un tale forte controllo dei fondali da lasciare ipotizzare sia l’intervento di una personalità come Antonio da Sangallo il Giovane sia il maturo radicamento del modello. Come nel tridente leonino, anche in questo caso l’asse principale è quello centrale e più antico, che viene ampliato e rafforzato dalla presenza del fondale costituito dalla facciata della Zecca sangallesca.

Il tridente nell’epoca barocca

Il modello del tridente romano verrà subito ripreso in numerosissime realizzazioni e sistemazioni urbanistiche, dapprima nel Lazio e successivamente nel resto d’Italia, per poi diffondersi in Europa in età barocca. In ambito laziale vanno ricordate gli interventi di Bagnaia, dove il tridente diventa un sistema di collegamento tra l’antico nucleo di origine medievale e la villa Gambara (poi Montalto Lante), ma anche quelli seicenteschi a Genzano e ad Albano. A Genzano vi è un sistema di due tridenti, dove il primo rappresenta l’ossatura della nuova espansione urbana, voluta dagli Sforza Cesarini a partire dal 1738, connessa all’antico nucleo cittadino tramite tre strade che si ricongiungono davanti alla chiesa di San Sebastiano. Il secondo tridente è invece basato su di un sistema di tre olmate e ha un carattere più territoriale. Questi due tridenti, collegati tra di loro per mezzo di una croce di strade, fanno parte di un progetto basato su delle triangolazioni caratterizzate da emergenze visive che diventano veri e propri fondali per le nuove strade. Anche ad Albano, il tridente, la cui realizzazione viene promossa dal cardinale Paolo Savelli nella seconda metà del XVII secolo, collega la città preesistente con la chiesa e il convento di San Paolo, di cui il cardinale era commendatario, e struttura la nuova espansione urbana che prende il nome di Borgo San Paolo.
Anche fuori dall’Italia il tridente conosce una grande fortuna, in particolare in epoca barocca, soprattutto grazie al grande effetto scenografico che da esso ne deriva. Uno degli esempi più celebri è sicuramente quello di Versailles, dove il borgo, nato accanto e contemporaneamente alla reggia di Luigi XIV, è definito da tre assi grandiosi per dimensione e sistemazione. In realtà i tridenti, che pare fossero molto graditi per la loro monumentalità al sovrano, erano già apparsi a Parigi, utilizzati come elementi di connessione e cerniera tra varie parti della città, come quello che collegava la place des Victoires con il quartiere Richelieu e il Palais Royal.
A Versailles, le tre strade si innestano su un sistema territoriale di grande respiro, la rue de Saint Cloud, la rue de Paris e la rue de Sceaux che convergono sulla piazza d’Armi antistante il palazzo. Questo tridente, tracciato tra il 1662 e il 1664, è caratterizzato da una forte uniformità nelle costruzioni che sorgono lungo i suoi fronti e da precisi indirizzi riguardo alle loro destinazioni funzionali e secondo le indicazioni fornite dallo stesso sovrano. Particolare cura viene data poi alla parte finale del tridente verso la piazza d’Armi, realizzata da Jules Hardouin Mansart, caratterizzata dall’andamento curvilineo delle due cour d’honneur degli edifici di testata, successivamente acquisiti dal sovrano per essere trasformati in scuderie.
A San Pietroburgo, a partire dal 1732, il tridente convergente sulla piazza dell’Ammiragliato segna la viabilità principale, rappresentata dalla Prospettiva Nevskij, che del sistema non è l’asse centrale ma quello più orientale. Anche in questo caso, come a Versailles, le tre strade fanno parte di un sistema che investe il territorio e che congiunge San Pietroburgo con Kiev, Smolensk e Mosca.

Il tridente nella progettazione dei giardini

Un applicazione del tridente si avrà anche nell’ambito dell’arte dei giardini: esso diventa un elemento che, a partire dalla seconda metà del Cinquecento, struttura lo spazio di ville e parchi, come nella villa Peretti Montalto a Roma, in cui il tridente collega la facciata dell’edificio principale con l’accesso verso la città dalla parte dell’Esquilino. Nella villa Aldobrandini a Frascati, il tridente diventa uno degli elementi fondamentali nella sistemazione del giardino, dove viene ripetuto sia nella parte bassa in collegamento con l’entrata principale, sia nella parte alta del parco verso il Monte Tuscolo. Il fatto che i due tridenti non siano posti in piano, ma in declivio, fa si che l’effetto scenografico risulti particolarmente rilevante, diventando un modello per molti altri parchi e giardini successivi, come ad esempio il settecentesco parco del castello di Wilhelmshöhe, presso Kassel, in Germania.
Nel giardino francese del Grand Siècle il tridente diventa poi uno strumento fondamentale per collegare le varie parti che lo compongono, unendo la funzionalità all’effetto scenografico, come nel caso del parco di Vaux le Vicomte o della reggia di Versailles, dove i complessi architettonici che gravitano intorno al parco sono collegati a esso tramite tridenti di dimensioni diverse, come nel Grand e Petit Trianon. Questa particolare soluzione viene anche adottata nel parco della reggia di Caserta e nel giardino del castello di Nymphenburg presso Monaco di Baviera.

Bibliografia

Gothein M.L., Storia dell’Arte dei Giardini, Firenze, 2006; Guidoni E., Firenze nei secoli XIII e XIV, in Atlante Storico delle città italiane, Roma, 2002; Guidoni E., Marino A., Storia dell’urbanistica. Il Cinquecento, Roma-Bari, 1982; Guidoni E., Zolla A., Progetti per una città: Bologna nei secoli XIII e XIV, Roma, 2000; Zanchettin V., Via di Ripetta e la genesi del Tridente: strategie di riforma urbana tra volontà papali e istituzioni laiche, in «Römisches Jahrbuch der Bibliotheca Hertziana», 35, 2003/04 (2005), pp. 209-286.

 

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