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Archetipo

Definizione-Etimologia

Dal greco archètypon (composto di àrche-, primo, e –typon, modello), e dal latino archetypum, primo esemplare, modello. Fu usato in filosofia, specialmente nella tradizione platonica, per indicare le “idee”, cioè gli eterni e trascendenti modelli delle cose.

Significati nel dibattito storico-filosofico

Nella psicologia analitica di C.G. Jung, l’archetipo è un contenuto dell’inconscio collettivo, sorta di prototipo universale per le idee attraverso il quale l’individuo interpreta ciò che osserva e sperimenta. “Condizioni innate dell’intuizione”, gli archetipi, integrandosi con la coscienza, vengono rielaborati continuamente dalle società umane e, mai direttamente accessibili, affiorano nel linguaggio figurato, nei miti, nei simboli onirici, ecc. Dall’ipotesi junghiana (1943), elaborata poi da E. Neumann (1949), deriva l’uso del termine archetipo nella psicologia dell’arte per indicare le “immagini primordiali” che determinano le forme tipiche costanti in cui si rappresenta l’esperienza individuale e nella critica d’arte – con particolare attenzione all’architettura – le immagini che esprimono una forma primitiva di un’architettura sulla base della sua funzione e/o tecnica costruttiva. Può trattarsi, come per M.-A. Laugier (1753), di un unico modello di riferimento – nel caso specifico la “capanna primitiva” con cui l’abate identificava lo stereotipo “in base al quale sono state create tutte le meraviglie dell’architettura” – oppure di forme geometriche semplici o di elementi canonici dell’architettura classica (la colonna, la trabeazione, il frontone triangolare, ecc.) e non (come la stuoia intrecciata individuata da G. Semper quale originario principio costruttivo): in tutti i casi, l’archetipo richiama l’esigenza di risalire all’origine delle cose secondo una “critica ricostruttiva” della tradizione di un dato elemento o di un intero organismo, liberandolo da ogni successiva interpretazione e variazione.
Espressione della ricerca di un “contenuto stabile” della conoscenza architettonica, di un nucleo elementare di riferimento comune alle diverse manifestazioni, l’archetipo presenta un aspetto duplice, rappresentativo e riproduttivo.
Da un lato, riferendosi all’alto significato simbolico di manifestazione dell’inconscio collettivo, indica la ricerca di una specificità semantica di quegli elementi architettonici che un impiego troppo dogmatico ha nel tempo esaurito: a ciò corrisponde ciò che B. Zevi ha definito “il grado zero della scrittura architettonica”, riferibile ai maestri del Movimento Moderno – quali Le Corbusier, A. Aalto, F.L. Wright, E. Mendelsohn, H. Sharoun – così come, nell’architettura più recente, ad autori capaci di afferrare, nell’azzeramento del linguaggio, “il preciso valore semantico di ogni parola, sia esso – scriveva Zevi – uno spazio, un volume, una luce, un muro, una finestra, una porta, una maniglia”.
Dall’altro, sottolineando la permanenza nel tempo di elementi o organismi, ne evidenzia l’aspetto riproduttivo in grado di esaltare, pur attraverso operazioni modificatorie, i caratteri di stabilità e fermezza: a esso corrispondono quelle ricerche che, muovendosi nell’ambito del pensiero postmoderno, hanno inteso radicare l’architettura nell’alveo della sua storia, affrancandosi dall’idea di tabula rasa. In particolare in Italia – negli anni Sessanta-Settanta del XX secolo – l’uso della “critica tipologica” come matrice del progetto ha perseguito lo scopo di ricondurre l’architettura a quegli elementi che, per la loro lunga sperimentazione, appaiono ricorrenti, evidenziando nel processo di semplificazione e riduzione delle forme alle strutture primarie quella “costruzione logica” (G. Grassi) o “analogica” (A. Rossi) che aspira a ritrovare un’architettura da sempre esistita.

Bibliografia

Grassi G., La costruzione logica dell’architettura, Padova, 1967; Jung C.G., Über die Psychologie des Unbewussten, Zürich, 1943; Laugier M.-A., Essai sur l’architecture, Paris, 1753; Neumann E., Ursprungsgeschichte des Bewusstseins, Zürich, 1949; Purini F., L’architettura didattica, Reggio Calabria, 198

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