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Ghetto

Roma, il ghetto. Elaborazione da A. Tempesta, Roma, 1593, dettaglio.
Roma, il ghetto. Elaborazione da A. Tempesta, Roma, 1593, dettaglio.

Definizione – Etimologia

Dal talmudico ghet, carta di ripudio; poi dal tedesco gehegt, chiuso e dal francese antico gue(a)t, guardia. Il termine ha assunto, in italiano, significato variabile nel tempo, ma sempre sostanzialmente legato all’idea di subarea urbana in cui gli abitanti vivono per coercizione politica o culturale. Fino ad anni recenti rimanevano in discussione l’etimo dal veneziano ghèto, forse anche dal “getto” delle scorie metallurgiche esistente nell’area assegnata agli ebrei nel 1516, e un secondo etimo dall’ebraico ghet, “separazione”.

Puntuali ricerche sui documenti veneziani hanno accertato l’esistenza nel XV secolo di un teren del Geto (con la g dura) ad uso della fonderia pubblica del rame; di fronte al quale un’isoletta in via di formazione, denominata “campo del Gheto novo”, fu venduta nel 1455 a privati e urbanizzata con 25 case sul perimetro e 3 pozzi nel campo interno. Questa è l’isola assegnata nel 1516 agli Ebrei mediante espulsione degli altri abitanti.

Origine – Processo formativo

Nelle città medievali gli ebrei, come tutti gli stranieri, vivevano raccolti in case vicine o lungo una strada che essi stessi chiudevano (il clausus iudeorum del XIII secolo a Siena). I quartieri “nazionali” erano prassi non solo in Europa, senza preclusioni per una progressiva osmosi con il tessuto degli autoctoni, quasi automatica per le famiglie più facoltose. Dal XV secolo vari episodi di intolleranza avrebbero tuttavia portato alla espulsione degli ebrei da Spagna, Portogallo e da singole città di altre nazioni.

A Venezia l’improvviso arrivo di esuli ebrei dalla terraferma e di marrani di Spagna portava il Senato a scegliere l’isola delle scorie perché situata in estrema periferia e soprattutto controllabile: “bisognerà mandarli tutti a star in Geto nuovo, ch’è come un castello, e far ponti levadori et serar il muro; abino solo una porta la qual etiam la serano et stagino lì” (M. Sanudo). L’isola, poi, si prestava a nascondere usi e costumi “diversi”, oltre all’imbarazzante commercio di denaro che i veneziani non rinunciavano a fare con gli ebrei.

Furono quindi murate tutte le aperture delle case verso i canali e lasciata una sola porta con ponte levatoio e guardie della Repubblica a custodia. Verso il 1530 era in corso l’estensione del “serraglio” ebraico sull’area della ex fonderia (Geto vecchio), sopraelevando e adattando il tessuto edilizio esistente: un sistema di calli a tracciato ortogonale, interrotto dal campiello tagliato sulla ruga principale, poi destinata ai servizi (scuole delle congregazioni nazionali, sinagoghe, botteghe, magazzini).

Nel 1555 Paolo IV ordinava con la bolla Cum nimis absurdum la residenza coatta di tutti gli ebrei dello Stato Pontificio in tre città, Roma, Ancona e Avignone, concedendo una sola sinagoga e la licenza di esercitare, per vivere, il mestiere di straccivendoli oltre quello del prestito a interesse. A Roma, nel quartiere abitato dagli ebrei, fu ritagliata una “isola” all’incirca quadrangolare, delimitata dal Tevere, dalla via del Portico di Ottavia e dalla piazza delle Cinque Scole; ad Ancona un vasto settore urbano esteso da sotto i bastioni della cittadella fino al mare; ad Avignone la strada stessa dove gli ebrei erano stati accolti fin dal 1394.

La formazione dei ghetti in tutti i centri della cristianità fu richiesta da Pio V nel 1570; si tradusse nella concentrazione coatta nelle sole capitali o maggiori città d’Italia: gli ebrei del granducato di Toscana furono trasferiti e chiusi nel 1570 a Firenze e Siena, ma nel 1591 fu offerto ai mercanti ebrei di abitare liberamente a Pisa e Livorno (Patenti Livornine); a Padova nel 1603; i Gonzaga protessero la vita del ghetto di Mantova per i debiti che vi mantenevano; i Savoia accettarono solo nel 1679 di crearne uno a Torino; nel Regno di Napoli la Bolla non si rese applicabile essendo stati gli ebrei espulsi nel 1541. L’Europa protestante non sembra interessata alla coercizione degli ebrei in misura maggiore di quella consolidatasi nel tardo medioevo, pur mantenendo strade specifiche per loro, con gradi di chiusura verso l’esterno mutevoli nel tempo e nelle forme; in Francia perdura il termine carrière, in luogo di ghetto.

In Italia i ghetti non ebbero impianto preordinato o riferimento organizzativo comune, in quanto furono allestiti al minor costo, là dove la presenza ebraica era preponderante. Gruppi di isolati contigui o file di case ai lati di una o due strade furono ritagliati dal contesto urbano, consentendo ai proprietari di affittare agli ebrei; l’isolamento avvenne con l’eliminazione di passaggi e finestre verso l’esterno, con pochi portoni controllati e chiusi la notte, con l’obbligo di contrassegni umilianti, con spostamenti esterni al ghetto solo su concessione. All’interno furono allestite sinagoghe (con aspetto esterno di case), scuole, servizi primari per la collettività, luoghi associativi: un settore urbano rivolto al proprio interno, entro cui si crearono microcomunità nazionali, ciascuna con la sua sinagoga, la sua scuola, il suo forno. Il sovraffollamento produsse da subito edifici multipiano, alti fino ai limiti statici, alloggi minimi con cucine comuni, condizioni igieniche del tutto precarie. Queste le condizioni ultime dei ghetti che Napoleone riapriva nel 1798.

Il termine oggi non può non rievocare le violenze delle leggi razziali, i rastrellamenti, la distruzione dei quartieri ebraici durante la Seconda Guerra Mondiale. Dopo, ghetti vecchi e nuovi, rimasti privi di abitanti e di risorse, ma documenti di ingombranti memorie, sono stati ovunque cancellati dai quartieri di edilizia moderna, salvando al massimo una sinagoga, qualche casa.

Negli Stati Uniti il termine viene associato alla tendenza all’isolamento delle comunità di immigrati stranieri, attuata nel primo consolidarsi della loro presenza in America, verso nuove forme di autosegregazione. In senso più lato il termine si applica ad aree degradate, non necessariamente urbane, abitate da minoranze in stato di emarginazione.

Bibliografia

Calabi D., La città italiana e i luoghi degli stranieri. Minoranze e spazio urbano dal basso medio evo all’età moderna, Roma-Bari, 1998; Clark G., Ghetto nero, Torino, 1939; Luzzati M., Il ghetto ebraico. Storia di un popolo rinchiuso, Torino, 1969; Concina E., Camerino U., Calabi D., La città degli ebrei. Il ghetto di Venezia: architettura e urbanistica, Venezia, 1991; Milano A., Storia degli Ebrei in Italia, Torino, 1992; Vivanti C. (a cura), Gli Ebrei in Italia, (Storia d’Italia, Annali, 11), 2 voll., Torino, 1996.

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