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Recupero (tecnologia)

Carlentini, Siracusa, il recupero delle mura urbiche. Nuovi percorsi per la  fruibilità delle mura, zona AP1 (progetto G. Caterina e S. Casiello).
Carlentini, Siracusa, il recupero delle mura urbiche. Nuovi percorsi per la fruibilità delle mura, zona AP1 (progetto G. Caterina e S. Casiello).

Definizione

Il termine recupero indica il ridare funzione ad un manufatto edilizio dismesso e/o degradato. Nell’ambito della Tecnologia dell’Architettura, il recupero ha assunto il significato di valorizzazione del patrimonio costruito attraverso il riportare gli edifici nel mercato e riqualificare il contesto. Ciò ha coinciso, da una parte con il controllo dell’efficienza delle prestazioni offerte e la verifica dei requisiti posti dalle variazioni della domanda e, dall’altra parte, con la proposta di opere di riqualificazione nel processo di sviluppo urbano e territoriale. Il dibattito sul recupero edilizio deriva dal riconoscimento che il “problema della casa” non può essere disgiunto dalle politiche relative ai servizi e ai settori produttivi e dalla presa di coscienza che il progetto nei centri storici non può esser isolato dal problema complessivo del costruito. La conoscenza dei beni edilizi richiede un approccio interscalare e interdisciplinare in cui l’edificato va letto come sistema.

Generalità

L’assunto fondativo dell’ambito operativo del recupero edilizio nasce nel 1971 con la Carta ANCSA di Gubbio, che sancisce che “l’oggetto del recupero è tutto il patrimonio edilizio esistente”, prefigurando un nuovo approccio culturale e operativo. Si sviluppa in questa sede, la tesi del recupero “leggero” che porterà alle proposte di politiche di manutenzione e alla richiesta di destinare il 40% delle risorse pubbliche per la casa al recupero edilizio. Nel 1978 la legge 5.VIII. n.457 opterà per una quota minima del 15%. Con tale legge “Norme per l’edilizia residenziale”, per la prima volta nella legislazione urbanistica, il recupero del patrimonio edilizio diventa oggetto di normativa specifica e di finanziamento. In particolare, il Titolo IV introduce una serie di innovazioni. Viene istituzionalizzato il concetto di “zona di recupero”, cioè di aree urbane in cui il degrado urbanistico – edilizio, e di conseguenza sociale, non è più modificabile con il recupero dei singoli edifici. Le zone di recupero sono individuate in sede di formazione dello strumento urbanistico generale, ma ogni intervento è subordinato alla elaborazione di un Piano di Recupero, strumento attuativo anch’esso introdotto nella legislazione urbanistica dalla legge 5.VIII n. 457. Oltre alle zone e ai piani di recupero vengono normati i tipi di intervento sugli edifici da recuperare, distinguendo tra manutenzione, restauro e ristrutturazione.
Sul piano teorico, gli anni ’80 costituiscono lo scenario di un’attenta opera di sistematizzazione delle procedure e delle metodologie per un intervento appropriato. In particolare si lavora al riconoscimento dell’edificio esistente come sistema edilizio e alla definizione dell’intervento sul costruito di antico regime. All’interno del dibattito culturale la tecnologia persegue l’affiancamento dell’approccio conoscitivo di tipo descrittivo, basato sulla regola dell’arte, alla logica esigenziale – prestazionale, come strumento di controllo del progetto. Sul piano della conoscenza, significativo impegno viene rivolto all’elaborazione di un modello diagnostico per il patrimonio esistente alle diverse scale, ambientale, urbana ed edilizia, distinguendo procedure e strumenti per la pre-diagnosi e la diagnosi di processi di alterazione e degradazione.
Negli anni ‘80 – ‘90, gran parte del dibattito culturale è accentrato sulla possibilità o meno di coesistenza del nuovo con l’antico. Gli urbanisti propongono, in questi anni, come soluzione di ogni problema il “Piano di Recupero”. Essendo le esperienze più qualificate di pianificazione in Italia quelle maggiormente prive di verifiche operative, è evidente che sono scarsamente utilizzabili in un campo in cui il riscontro con l’operatività è essenziale. La cultura tecnologica elabora linee guida per il recupero alla luce di una conoscenza complessa ed articolata dello specifico di ciascun contesto insediativo. Il concetto di qualità edilizia viene interpretato in un’accezione più ampia. Le procedure e gli strumenti elaborati rispondono all’assunto centrale che l’edilizia esistente pone l’attenzione ai problemi dell’abitare, della città e del territorio. La problematica del recupero urbano, in particolare quello delle periferie è ripresa dalla sperimentazione sui “contratti di quartiere” che continuano l’esperienza dei programmi europei Urban e tendono a integrare la qualità insediativa con il miglioramento delle condizioni sociali.
L’altro grande tema che si è imposto a partire dagli anni ‘80 è relativo alle problematiche ambientali e, in particolare, alla salvaguardia del paesaggio in rapporto al mantenimento di elementi specifici come tracciati viari, alvei dei fiumi, alla tutela della fertilità dei suoli e alla predisposizione delle opportune opere di bonifica. L’intervento di recupero fornisce un’opportunità di miglioramento anche sul versante dell’economia energetica divenuta un’esigenza imprescindibile.

Accezione moderna del termine

L’elaborazione “culturale” sul recupero dell’ambiente costruito non ha in realtà offerto al politico altra soluzione che quella di conservare, senza neppure bene chiarire perché sia necessaria la conservazione, in quali modi essa sia possibile, con quali strumenti operare. È evidente che si tratta di una posizione teorica ed idealistica che non consente applicazioni operative coerenti in qualsiasi condizione. Spesso alcune trasformazioni risultano indispensabili. L’imperativo della conservazione evidenzia anche alcune difficoltà teoriche relative ai concetti di memoria e di materia. Si matura, quindi, la convinzione che la compresenza di operazioni trasformative e conservative si verifica sempre in ogni intervento di recupero. In questi anni, la capacità di dosaggio tra trasformazione e conservazione viene proposta attraverso la definizione di “vincolo” quale elemento di legittimazione delle scelte di intervento. Riferire il progetto a parametri in grado di esprimere in termini di “vincoli” le azioni trasformative, costituisce un punto di forza per l’intervento di recupero.
Le variazioni d’uso volte ad individuare nuove funzioni garantiscono la sostenibilità finanziaria ed economica della proposta, nell’ottica della compatibilità con il manufatto esistente e del soddisfacimento del fabbisogno locale. Lo scenario in cui si inserisce in questo nuovo millennio il recupero edilizio è fortemente legato ad alcune peculiarità che condizionano il fare, riconducibili sinteticamente:

  • alla sensibile modifica del mercato immobiliare che ha visto profondamente stravolte le tradizionali relazioni fra domanda e offerta;
  • alla nuova sensibilità culturale dell’utenza nei confronti dei valori espressi dal patrimonio esistente che ha portato verso una sempre più pressata richiesta di qualità del costruito in termini di processo decisionale.

In tale prospettiva nelle strategie valutative da utilizzare nel recupero, un ruolo rilevante è affidato ai processi di scelta partecipata. In un’ipotetica sequenza di eventi, costruita focalizzando l’attenzione oltre che sulle analisi oggettive, anche sulle interpretazioni soggettive, la ricchezza e la vastità delle diverse soluzioni alternative offre agli attori locali di considerare opportuni cambiamenti e contribuisce alla definizione di scenari futuri in un quadro di riferimento, il più completo possibile.

Bibliografia

Caterina G., Tecnologia del recupero edilizio, UTET, Torino, 1989; Gabrielli B., Il recupero della città esistente, ETAS libri, Milano, 1993; Pinto M.R., Il riuso edilizio – Procedure, metodi ed esperienze, UTET Libreria, Torino, 2004; Di Battista V., Ambiente costruito. Un secondo paradigma, Alinea, Firenze, 2006; Galliani G.V., Manuale del recupero Genova antica, Arti Grafiche, La Moderna, Roma, 2006.

 

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